Data del decesso: 24 Marzo 1965
Luogo del decesso: Roma
Luogo di sepoltura: Roma, cimitero Verano
Sac. RISI Roberto, da Staghiglione (Pavia), morto a Roma nel 1965, a 87 anni di età, 61 di Professione e 64 di Sacerdozio.
Da "Luci della costellazione di Don Orione" di Don Alessandro Filippi e Don Giovanni Venturelli:
Don Roberto Risi - 1877 1965 (dalle stampe dell'Opera)
Don Roberto Risi nell'attaccamento a Don Orione il "primissimo" Nato a Staghiglione (Provincia di Pavia, diocesi di Tortona) il 12 luglio 1877 è piamente passato al Signore in Roma il 24 marzo 1965 alle 14, ai primi vespri dell'Annunciazione di Maria SS.ma.
Fu il primo ad unirsi ancor seminarista al chierico Luigi Orione, che aveva fondato a Tortona l'Oratorio (1892) e il primo Collegio (1893). Era il 14 maggio 1895, quand'egli si affidò al chierico Orione e gli rimase fedele in continuità, specie nelle ore decisive per le sorti della Congregazione. Celebrò la sua prima Messa il 29 giugno 1900 nella natìa Staghiglione Don Orione gli tenne un discorso di circostanza che rimase vivo nella memoria di quella buona popolazione.
Dal 1908 in Vaticano, fu per molti anni il cappellano dei Palafrenieri nella loro chiesa di Sant'Anna. Ebbe incarichi di fiducia, facendosi intermediario tra gli enti e il direttore Don Orione, tra i dicasteri della Santa Sede e la Piccola Opera, la sua attività fu preziosa, nel soccorso ai terremotati del 1915, a sveltire l'avvio degli orfani e delle orfanelle nelle varie Case di Don Orione e del Beato Guanella, messe a disposizione dei più bisognosi.
A Roma fu il primo Parroco di Ognissanti dal 1920 e vi rimase per molti anni. Fu anche il primo Procuratore e Postulatore generale della Congregazione. Fu soprattutto religioso esemplare e fedelissimo: visse dello spirito di Don Orione fin dai primi tempi, ossequiente all'obbedienza con lui e con tutti i successori.
Se aveva nel carattere l'aspetto agreste, semplice, non ben rifinito, aveva l'animo e il cuore formati a profonda bontà. Di costumi illibati e tanto umili, edificava con la sua presenza e conquistava, anche nelle maniere forti, perché in simili casi aveva il dono di appressarsi per primo, senza chiedere scusa (che non c'era bisogno), ma col tono cordiale, come di chi amando cede e si confida.
Nella cura d'anime, era assiduo al confessionale e confessava bene. Guidò nello spirito Cardinali e Vescovi, sacerdoti e suore, professionisti e tanti buoni fedeli d'Ognissanti e delle parrocchie vicine. Fu, in questo suo ministero, così discreto, da svolgerlo con ogni segretezza e con delicatezza somma. Se di qualcuno si seppe che si confessava abitualmente da lui, o in chiesa o in casa o negli uffici, o anche al letto di morte, lo si seppe dalla stampa o dai familiari, non certo da lui.
La parrocchia d'Ognissanti ebbe sempre popolazione densa e, nelle feste, anche la partecipazione dei fedeli era densa, in tutte le ore del mattino e del pomeriggio, fino all'ultima funzione della sera. In tanto frastuono, Don Risi era a proprio agio: lui il centro e l'animatore festoso, cordiale, sereno con tutti, pareva talvolta che imbrogliasse per quella onnipresenza com'era alla distribuzione delle Palme, che impegnava un po' tutte le associazioni maschili, messe a dipanare una ressa, dove l'ordine e l'organizzazione avrebbero offerto agilità e scorrevolezza Don Risi era là, a creare l'immediatezza col popolo, per togliere se appena emergesse ogni senso di burocrazia e anche la minima distanza, fatto come uno di loro, parlottava e questionava, occorrendo, pur di esaudire tutti, pur di risolvere alla semplice ogni problema.
Era, questo, il metodo che usava coi poveri della parrocchia. Ne aveva tanti, distribuiva a tutti pane, buoni-latte, pasta, riso, buoni-minestra da ritirare dalle cucine economiche del vicino Istituto San Filippo Neri, pur esso di Don Orione.
I fornitori saprebberro dire quanti quintali di generi vari Don Risi acquistasse da loro, attraverso le dame e le damine e i confratelli della San Vincenzo e in proprio, per distribuirli con larghezza e avvedutezza, tramite le persone incaricate, ma non senza di lui. Era presente a donare e dialogare con semplicità, senza dar lezioni moralistiche, ma anche senza ometterle in caso di bisogno, come farebbe uno di famiglia, con tutto il cuore e con tutto il buon senso e, insieme, con discrezione, prudenza, sollecitudine, con carità e zelo sacerdotale.
La festa della carità, poi, era celebrata in coincidenza con le feste patronali e in occasioni solenni: sempre, tra i programmi, si doveva includere almeno una convocazione di tutti i poveri, per un pranzo altrettanto solenne, consumato nella gioia comune di tutta la famiglia parrocchiale. Egli pensava: se a pranzo si concludono gli affari, anche i più importanti, solo un pranzo festivo poteva concludere la sagra della carità: un affare che interessava tutta la famiglia parrocchiale. E difficile capirlo per chi non sa quale fosse il suo stile e il modo di condurre la cosa. In quel giorno di festa, il privilegio di servire i poveri lo concedeva ai ricchi e alle signore del quartiere, che lo avessero meritato.
Don Risi aveva il dono di sapersi accaparrare anche i sacerdoti secolari, che erano nell'ambito della parrocchia d'Ognissanti, e affidava loro incarichi di ministero, con tutta fiducia, come se fossero di casa. Il Servo di Dio Don Gaspare Goggi, Mons. Maurilio Silvani, Mons. Biagio Cipriani - così i Nunzi in Olanda e Colombia, Mons. Beltrami e Mons. Paupini - svolsero in Ognissanti il loro prezioso ministero con libertà d'iniziative. Non parlo dei laici che Don Risi ebbe come collaboratori fedelissimi.
Ricordando tutti questi collaboratori, unitamente ai sacerdoti della Congregazione, Don Risi traeva motivi per umiliarsi con semplicità: «Sono stati loro - diceva -, che mi hanno risolto tante difficoltà e hanno tenuto alto il prestigio della Congregazione in Roma: che avrei potuto fare io da solo?».
Caro Don Risi! Faticò e lavorò non in proprio, ma in solido; così da attrarre molti e farli ognuno compartecipe; poi dei meriti, delle lodi e della gloria, tutto agli altri, che lavorarono insieme e in collaborazione con lui: per sé nessun riconoscimento, ma solo serenità di amore ad una vita di preghiera, cui restò fedele e come sacerdote e come religioso.
Per sé l'impegno del Divino Ufficio - anche se dispensato -, dei Rosari quotidiani, delle pratiche di pietà dell'Istituto religioso; camminando incontro a Dio, col sorriso e con la serenità festosa imparata da Don Orione e mai scordata, nei settant'anni di vita religiosa e sessantacinque di sacerdozio.
Da "Atti e Comunicazioni della Curia Generalizia", Marzo - Giugno 1965
La grande lezione di Don Risi nei settant'anni della sua "fedeltà". - Dalla circolare del Direttore Generale Don Giuseppe Zambarbieri del 1° aprile 1951.
Il 31 marzo, ad una settimana dalla santa morte, il venerando Don Risi era con noi al Santuario della Madonna della Guardia in Tortona, mentre la nostra "famiglia" tortonese si trovava tutta raccolta nella funzione di suffragio per la sua anima benedetta: ci pareva di vederlo piissimo, assorto, all'altare accanto al Celebrante Don Ferretti, che gli fu per tanti anni diacono così devoto e fedele: ci sembrava fosse seduto in mezzo a noi, con la sua bella testa bianca un po' inclinata in avanti, la corona nella mano destra, il suo breviario nella sinistra, mentre Don Sparpaglione parlava di lui, discorrendo alla buona, per non turbare l'umiltà di chi ci è stato incomparabile maestro di illibatezza e candore di vita, di pietà, di povertà, di ubbidienza, soprattutto di fedeltà, come a Dio e alla Santa Chiesa, così come a Don Orione e alla Piccola Opera.
Più che per un rito funebre, avevamo l'impressione di esserci dato convegno per un congedo, quasi figliuoli di tutte le età - noi sacerdoti e chierici, le buone suore, gli alunni del Santuario, i bambini di Villa Charitas e del Piccolo Cottolengo, i parenti e gli amici venuti da Staghiglione, il paese natìo - attorno al vecchio Patriarca, che prima di partire voleva dirci le ultime sue parole e lasciarci la sua benedizione.
Proprio come ad Ognissanti, la sera del venerdì 26 marzo, prima che il Card. Cesare Zerba, rendendo merito a chi tanto aveva onorato la diocesi di San Marziano, impartisse l'assoluzione al tumulo. Anche allora ci pareva di averlo ancora vivo in mezzo a noi, il carissimo Don Risi, e più che parlare di lui veniva spontaneo il bisogno di ascoltarlo, di meditare i suoi esempi, i suoi insegnamenti...
Questa ora è di mestizia, per le prove che il Signore ha permesso nel marzo del XXV di Don Orione; è di gaudio per i tanti motivi di conforto venutici dalla materna Provvidenza di Dio: è, soprattutto di salutare richiamo... Oh, il bene che verrà alle nostre anime se sapremo riflettere a fondo sulle grandi lezioni che, nella sua modestia e semplicità, Don Risi ci ha dato lungo tutta la sua esistenza, con un settantennio di vita religiosa così esemplare, con sessantacinque anni di sacerdozio così virtuoso e operoso! Abbiamo bisogno - per animarci a fedeltà nello spirito autentico della Congregazione - di chi ci riveli come deve essere vissuto questo amore a Don Orione e alla Piccola Opera. Il contemplarlo, tutto questo, in Don Risi dovrà portarci a rinfrancare e approfondire le nostre convinzioni.
Aveva conservato un'anima di fanciullo... - Mi piacerebbe tanto indugiare, particolarmente, sulla sua "anima di fanciullo" che gli conferiva, a 88 anni, una trasparenza verginale e si manifestava anche esteriormente attraverso quella distinzione, proprietà e nettezza tanto ammirate da tutti, specie dai buoni fratelli coadiutori, che si alternarono giorno e notte accanto a lui durante la malattia, mentre erano rimasti sempre edificati dalle sue lunghissime soste in cappella, per quel gran pregare che ormai costituiva la sua "missione"...
È la grazia che io domando in questi giorni al Signore attraverso l'intercessione del caro don Risi, persuaso come sono che ha raggiunto subito i nostri Servi di Dio in Paradiso, quando, alle ore 13,45 di mercoledì 24 marzo, dolcissimamente, senza un lamento o un rantolo, è tornato al Signore.
Luminoso tramonto di una vita tutta dì candore. - Cinquantasette anni innanzi, in quello stesso giorno, il venerato Fondatore aveva dato inizio - per augusta volontà di San Pio X - alla sua opera di bene nel quartiere Appio in Roma. Che aiuto generoso doveva avere, come nel Servo di Dio Don Gaspare Goggi, così in Don Risi, che, nel nome di Maria Ausiliatrice, per oltre un venticinquennio si prodigò come primo parroco di Ognissanti, dimostrandosi Pastore dal cuore grande, particolarmente aperto alle necessità dei poveri, dei bisognosi, e sensibilissimo sempre alle angustie in cui versava la Congregazione, considerata e amata come la più tenera delle Madri.
Sentivo ripetere nei giorni scorsi a Roma, dai confratelli anziani e dai bravi uomini di Azione Cattolica di Ognissanti, gli elogi che Don Orione ebbe a fare, più volte e pubblicamente, della generosità di Don Risi; ma posso recare una testimonianza diretta, giacché ricordo bene le frequenti lettere che arrivavano al nostro Padre dalla Parrocchia di Ognissanti nel 1938, '39 e '40, quando ho avuto la grazia di trovarmi accanto a Don Orione alla Casa Madre di Tortona. Rivedo la calligrafia caratteristica di Don Risi, e non potrò dimenticare il sollievo che quelle buste recavano al cuore del nostro Padre, né solo per gli aiuti che erano così preziosi in ore di tanto bisogno, ma più ancora per il conforto, che doveva recare una così generosa fedeltà... Quel suo tenersi sempre "disponibile" nelle mani del Fondatore - dopo che, per primo, ancora seminarista, si era legato a lui - e contento di essere quasi sballottato nel giro di pochi anni da una parte all'altra d'Italia: da Mornico, a Roma, a San Remo, a Bagnoregio - dove trovò il suo primo calvario di innocente (1904) - a Noto, nuovamente a Tortona e poi ancora a Roma, cappellano al manicomio della Lungara e quindi alla Chiesa di Sant'Anna: quella sua singolare umiltà e discrezione che gli attirarono la fiducia di San Pio X, di Benedetto XV, di innumerevoli Cardinali e Prelati che si valsero del suo ministero sacerdotale; quel suo amore alla povertà che si esprimeva in atteggiamenti ed episodi (autentici "fioretti"!) che rivelano quale solco seppe stampare Don Orione nei suoi primi seguaci.
Dopo che, lasciata nel 1945 la Parrocchia d'Ognissanti, aveva reso così preziosi servizi alla Piccola Opera come Consigliere Generale, Procuratore e Postulatore, guadagnando alla nostra famiglia, presso le Sacre Congregazioni, tanto prestigio e tanta fiducia.
Il 7 marzo ebbe il conforto indicibile dell'incontro col Santo Padre, che, - in occasione della visita alla Parrocchia di Ognissanti - indugiò amabilmente accanto a lui. Poi disse il suo "Nunc dimittis...". La giornata del fedelissimo operaio, che aveva sempre saputo così generosamente servire la Chiesa e la Congregazione, poteva ormai tramontare, mentre continua in luce per noi, se -come ho tanta fiducia - sapremo trarre profitto anche di questa grazia che il Signore ha voluto farci lasciando vicino a noi, tanto a lungo, una così viva immagine del Fondatore.
Il Venerabile Don Sterpi in una sua lettera a Don Risi così rievocava gli anni lontani dell'inizio del lavoro dei Figli dell'Opera ad Ognissanti di Roma:
«Sia lodato Gesù Cristo! - Diano Marina-Villa Cavo 30 ottobre 1945. Caro Don Risi, la pace di Nostro Signore sia sempre con noi! Siamo ai Santi, e Voi domani celebrate il 25° di Parrocchia: il grande chiesone, il suo lavoro di accoglimento dei fedeli! - Che differenza fra l'attuale Chiesa e quella che si aprì (1908) in quella povera stalletta, dove mi pare ora ci sia una farmacia! Ora che la Parrocchia è di 20.000 anime, dopo che della primitiva ne furono fatte parecchie, non c'è più bisogno di metterci alla porta a tenere indietro i ragazzi che, mandati dai cattivi, invadevano la chiesa per impedire che i veri devoti vi potessero entrare, e che uscivano quando le funzioni erano già cominciate a fare il vuoto attorno al sacerdote che celebrava! Allora, la Patagonia - così l'aveva classificata la santa memoria di Pio X quella regione - constava di poche migliaia di fedeli ed i palazzi non erano i grattacieli di ora, ma casupole di paglia e gli abitanti erano sconosciuti fino alla Questura.
Quanto cammino in 25 anni! E Pio X vedeva lontano e, vorrei dire, divinava lo sviluppo della regione. "Omnia ad maiorem Dei gloriam". Ora che invita la gente ad entrare c'è quella cara Madonna della Pietà, di cui voi conoscete molto bene la storia e che vive con Voi la vostra vita parrocchiale. Di tutto sia lode a Dio e alla Madonna, ai Papi - che ci hanno chiamati e sorretti e che hanno colmato, con la loro bontà, le nostre deficienze -, al Direttore Don Orione, che, "venator animarum", privo di mezzi, di persone, si lanciò al lavoro, fidando nella Divina Provvidenza, poiché lavorava per le anime con missione Pontificia.
E il campione per questo lavoro foste Voi, e ve lo dico non per incensarvi, perché tutti sappiamo che ogni buona cosa ci viene da Dio, datore di ogni bene, e che noi non siamo che guastatori delle sue opere, ma, come la Madonna SS.ma nostra madre, col suo consenso ha dato la vita a Gesù, Redentore del mondo, così Voi, ubbidendo a Don Orione, fidato anche Voi nella Provvidenza e nella Madonna, siete stato strumento intelligente e buono per il bene di tante anime.
Ringraziamo quindi insieme il Signore, la Madonna, i nostri Santi Protettori, i Sommi Pontefici e i nostri Superiori sia ecclesiastici che laici, tutti, e il nostro Padre Don Orione che Vi ha assistito sempre, ma specialmente durante l'ultimo periodo di tante difficoltà, e tutti i cari nostri Defunti, che pur essi hanno faticato in detto campo.
Anche Don Biagio Marabotto ha voluto essere tra questi, quasi a rappresentare i Polacchi, che hanno lavorato ad Ognissanti. E mi pare che certamente sarà presente con lo spirito il venerato Mons. Maurilio Silvani, che fu anche lui braccio delle prime ore e braccio valido, che impresse, data la sua preparazione, un andamento speciale alle Associazioni Cattoliche.
E del caro Mons. Cipriani, dobbiamo ricordarci anche di lui. Cara figura! Certo dal Cielo intercederà per tutti i parrocchiani. Non finirei più, se volessi nominare tutti. Anch'io spero - senza venir meno all'ubbidienza del caro e venerato Visitatore, che possiamo chiamare secondo Padre in Cristo - sarò presente in spirito alla Vostra Santa Messa. Avrei intenzione, data la vicinanza tra qui e San Remo, dopo aver celebrato la Santa Messa nella Cappellina della Casa, dedicata alla Madonna della Misericordia, di andare a San Remo e là esporre il Signore per il tempo della Vostra Santa Messa in ringraziamento al Signore delle grazie ricevute.
E Voi nella Santa Messa pregate per me, perché possa essere paziente... Salutate il caro Don Piccinini, Don Parodi e tutti i nostri e di tutte le case che vanno nei diversi uffici. Tengano sempre alta la bandiera della Divina Provvidenza. Saranno sempre più amati, stimati e il Signore li benedirà.
E se andate ai piedi del Santo Padre, pregatelo per me di benedirmi, non per la salute materiale che è passeggera, ma perché possa essere veramente successore di Don Orione. È una parola che mi spaventa. Presto detto, ma i fatti...
Oremus ad invicem. Io benedico Voi tutti e Voi benedite me. - Aff.mo in X.sto e nella Santa Madonna, - Don Carlo Sterpi».
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