In Venezuela, nei primi giorni dell’anno, la gente continua ad augurarsi “felice anno nuovo” per le strade. Dopo il 3 gennaio, questo saluto si è caricato di un tono diverso: meno entusiasmo ostentato e più attesa, come quando in un cielo ancora incerto si intravede una fessura di luce. È una speranza prudente, fatta di passi piccoli, e insieme di tante domande.
La Conferenza Episcopale Venezuelana, nella sua recente esortazione pastorale, ha voluto leggere questo momento con uno sguardo di fede e di responsabilità: come i discepoli nella tempesta, la Chiesa ricorda che il Signore è nella barca del suo popolo e invita tutti a scegliere percorsi di giustizia e di pace, evitando la violenza, la menzogna e l’odio, ricercando il bene comune e ponendo particolare attenzione ai più poveri e vulnerabili.
Nelle strade si percepisce una gioia “contenuta”. Molti evitano manifestazioni eccessive: non per mancanza di desiderio, ma per un clima ancora segnato da timori e da un senso di controllo che, in alcuni ambienti, rimane presente. Si avverte il bisogno di sicurezza, di serenità e di garanzie per tutti, perché la speranza possa diventare vita quotidiana senza paura.
Allo stesso tempo, numerosi segnali alimentano l’attesa di cambiamenti positivi: alcuni rilasci di detenuti, il riemergere di spazi pubblici di confronto prima impensabili, la voce insistente delle famiglie che chiedono ulteriori liberazioni e procedure trasparenti, le iniziative di studenti e comunità accademiche che domandano il rispetto dei diritti fondamentali, qualche elemento di maggiore stabilità economica che alleggerisce - almeno in parte - la fatica dei giorni. Sono segni ancora fragili, ma reali: per questo generano speranza e, insieme, prudenza.
Restano però molte domande aperte. In vari ambienti si parla di una possibile legge di amnistia, percepita da alcuni come occasione per ricominciare e da altri come passaggio che richiede condizioni chiare: ascolto delle vittime, verità, garanzie di giustizia e un percorso condiviso che non lasci indietro nessuno. Proprio su questo punto i Vescovi insistono: riconciliazione non significa cancellare la memoria, ma intraprendere un cammino esigente di ricostruzione dei legami sociali “nella verità e nella giustizia”, con rispetto della dignità di ogni persona e con la ferma volontà di vivere la fraternità.
Nella vita della Chiesa, la quotidianità continua con perseveranza. Le comunità cristiane - parrocchie, opere educative e sociali, Caritas e tanti servizi di prossimità - restano luoghi di ascolto e di accompagnamento. La fede del popolo, che in Venezuela ha radici profonde, si manifesta anche nelle grandi espressioni di pietà popolare: la festa della Divina Pastora a Barquisimeto (14 gennaio) ne è stato un segno eloquente, capace di unire preghiera, consolazione e desiderio di pace.
Accanto ai segnali di speranza, il dolore di questi anni rimane presente: famiglie ferite da detenzioni e separazioni, malati senza cure adeguate, anziani soli, giovani privati di opportunità, lavoratori con salari insufficienti, comunità provate dall’insicurezza e dalla fragilità dei servizi essenziali. E resta la grande ferita della migrazione: milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese, con conseguenze profonde sugli affetti, sul tessuto sociale e sulle prospettive di futuro.
In questo periodo, un venezuelano - José Rafael Pagés - ha affidato alla carta una serie di interrogativi che risuonano in tante case e in tante coscienze: come guarire ferite così profonde? come evitare scorciatoie facili? come parlare di perdono senza ignorare il bisogno di verità e di giustizia? Non sono “parole contro qualcuno”, ma domande che chiedono ascolto, perché un Paese possa davvero ritrovarsi senza negare il dolore di chi ha sofferto.
Come Famiglia Orionina, ci uniamo all’invito dei Vescovi e desideriamo ribadire, con semplicità e decisione, che siamo accanto al popolo venezuelano con la proposta di carità che Don Orione ci ha consegnato come via di Vangelo: “Solo la carità salverà il mondo!”. Questa vicinanza non è un’idea astratta: prende forma ogni giorno nelle nostre due parrocchie di Caraballeda (“Nuestra Señora de la Candelaria”) e Barquisimeto (“Nuestra Señora de Guadalupe”), luoghi di ascolto, di consolazione e di speranza, e nelle due grandi opere di carità di Barquisimeto, HONIM (“Hogar de Niños Impedidos”) e il Piccolo Cottolengo, dove l’accoglienza dei più fragili, la cura e la condivisione concreta diventano un segno umile ma reale che il bene è possibile. In questo spirito, continuiamo a pregare e a servire, perché la carità - paziente, operosa e generosa - sia un seme di riconciliazione e di futuro.


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