Da quattro anni l’Ucraina vive sotto il peso della guerra. Le sirene, gli allarmi, i massicci bombardamenti sulle centrali elettriche, la mancanza di elettricità, la paura e l’incertezza fanno ormai parte della quotidianità. In questo contesto difficile, la presenza dei religiosi orionini a Kyiv e Leopoli continua a essere un segno concreto di speranza, fedeli allo spirito di San Luigi Orione e alla fiducia nella Divina Provvidenza.
Don Moreno Cattelan, missionario orinino ci racconta, in presa diretta, i 1460 giorni vissuti nel conflitto con la Russia.
Sono passati quattro anni dall’inizio della guerra. Come sta? Come stanno le persone che incontrate ogni giorno?
Grazie anzitutto per darci questa possibilità di parlare della situazione reale nella quale ci troviamo da quattro anni a questa parte. Sì, diciamo che stiamo relativamente bene, compatibile con una situazione di guerra che non solo si combatte al fronte, nelle zone così dette del Donbass, ma è entrata nelle case di ogni ucraino là dove c’è una persona morta da ricordare, un disperso che si spera sempre possa tornare, un ferito o un mutilato da accudire.
Gli allarmi quotidiani, soprattutto notturni ci richiamano la cruda realtà di una situazione di guerra che viviamo nella precarietà, con la paura e il reale pericolo di morire, soprattutto quanto sopra la tua abitazione senti il sibilo delle bombe ipersoniche o il caratteristico rumore degli “Shahed”, i droni che vengono pilotati verso obiettivi precisi che non sono solo infrastrutture, ma da qualche mese a questa parte, anche abitazioni civili; qui a Kyiv gli enormi palazzoni di 25/30 piani.
La nostra gente sopporta tutto, direi, quasi stoicamente. Ci siamo “abituati” alla guerra, anche se per voi può sembrare una cosa impossibile. Venite qui qualche mese e capirete… Nonostante mille disagi, un numero non definito di morti, milioni di sfollati all’estero o internamente, città completamente distrutte e parte del territorio ucraino già occupato dal nemico, non ci si arrende quasi che, ogni giorno, ci sia una nuova carta da giocare per rimettere in sesto la partita.
La guerra, almeno qui da noi, sembra essere lontana e dimenticata. C’è un un’immagine, un suono, una sensazione che puoi descriverci per risvegliare le nostre coscienze?
Non seguo le notizie che ricevete in Italia dai vari mezzi di informazione per cui non posso dirvi se l’interesse, i servizi dei TG a riguardo dell’Ucraina, e quant’altro siano ancora oggetto di interesse. Se da un alto, come dite, è calato l’interesse a livello di comunicazione, posso però testimoniare che non è venuta meno la solidarietà, l’aiuto concreto, l’amicizia da parte di tante persone che sono ancora sensibili e attente nei nostri confronti. Pensate, per esempio al fatto che, a ridosso delle notizie che vi sono arrivate a proposito del freddo e della mancanza di energia elettrica, la nostra richiesta di aiuto, rivolta a conoscenti in Italia per acquistare un “ecoflow”, un accumulatore di corrente, ha registrato una partecipazione, oserei direi, inverosimile. Tanto che avremo la possibilità di acquistarne uno con potenza più elevata rispetto al previsto.
Mi chiedete se c’è un’immagine, un suono, una sensazione da condividere per scuotere le vostre coscienze…ovviamente ce ne sono molte incise in maniere indelebile nella memoria, nella mente e nella mia coscienza.
Un’immagine forte risale ai primi giorni di guerra ed è quella relativa all’aiuto che davamo alle persone che chiedevano di lasciare l’Ucraina. Soprattutto mamme con i loro figli piccoli o in età scolare che dalla sera alla mattina, munite di due-tre borsette di plastica, dove avevano ricacciato un po’ di tutto, lasciavano le loro case, i loro mariti che non potevano uscire, il proprio Paese per raggiungere una destinazione sconosciuta. Sapevano solo che avrebbero raggiunto l’Italia. Chi aveva qualche cognizione di geografia chiedeva: “Ma c’è il mare dove ci portate?”.
Un'immagine più recente e, al tempo stesso sconvolgente, è quella vista la scorsa settimana durante la visita ad un amico in un ospedale militare qui a Kyiv. Un ragazzo di 25/30 anni giaceva in carrozzina con entrambe le gambe e il braccio destro amputati. Un'immagine che anche adesso, mentre ne faccio memoria, non riesco a cancellare. Tenete presente il fatto che persone ferite, mutilate, o con problemi psichici causati dai traumi della guerra, se ne contano più di ottocentomila. Credo non serva aggiungere altro.
Un suono? Ovviamente quello delle sirene antiaereo che risuona più volte, quasi tutti i giorni e soprattutto di notte…è un suono che, sappiamo bene, porta la distruzione delle infrastrutture, dei siti sensibili, dei palazzi o delle case abitate dai civili, e, come dicevo prima, il sibilo delle bombe ipersoniche e il rumore tipico dei droni; sono suoni mortali, suoni di distruzione e paura.
La sensazione è quella della “impotenza” di fronte ad una tragedia che coinvolge milioni di persone che da quattro anni a questa parte subiscono le conseguenze dirette e indirette di questa aggressione. Però se da un lato non possiamo fare nulla nello scacchiere così detto “geopolitico”, molto conta la nostra presenza nei luoghi della povertà, del dolore, della sofferenza quotidiana che questa guerra continua a generare.
Ci sono progetti di assistenza, supporto, agli ucraini che hanno perso casa, lavoro, familiari?
Nonostante la guerra non sia ancora conclusa sono molti i progetti già in atto a livello statale, regionale e locale. Per esempio, le cittadine di Irpin Bucha, Gostomel, le prime ad essere state distrutte sono state completamente ricostruite. Nel nostro comune, alle porte di Kyiv sono già funzionanti centri di igiene mentale, iniziative anche economiche a sostegno dei veterani con servizi statali riguardanti agevolazioni per l’acquisto di alloggi, indennità per gli affitti ecc.…Alle famiglie che hanno perso qualche congiunto in guerra è garantita una indennità. Anche la Chiesa Greco-cattolica si muove in questo campo fornendo soprattutto aiuto psicologico alle vedove, ai ragazzi rimasti orfani, ai tanti soldati traumatizzati psicologicamente, feriti o mutilati. Le conseguenze della guerra stanno avendo una ricaduta preoccupante sulla inflazione e di conseguenza sull’aumento dei poveri. Fondazioni, associazioni varie, religiose e non, stanno svolgendo un lavoro enorme di aiuto concreto e vicinanza a questa fascia di popolazione (sfollati, profughi, poveri) che sta aumentando a dismisura. Anche noi, con spirito orionino, siamo operativi in questo campo della vicinanza e carità concreta.
Quali sono le difficoltà quotidiane?
Se penso alle zone di guerra mi vengono in mente i bambini e ragazzi di Pokrosk, cittadina nella quale andavamo per l’animazione dell’oratorio quando ancora i russi erano ad una ventina di chilometri (ora è sotto il loro dominio, distrutta!). C’erano alunni di quarta, quinta elementare che a causa, prima del covid e poi della guerra, avevano passato più giorni di scuola con lezioni a distanza che non in presenza. Erano evidenti le carenze non solo didattiche (sapevano leggere e scrivere stentatamente) ma anche psicologiche.
Attualmente la maggior difficoltà è dovuta alla mancanza di corrente elettrica che viene erogata solo poche ore al giorno per cui programmi la tua giornata non in base al lavoro, all’impegno scolastico, agli incontri in agenda ecc. ma condizionata dall’improvviso suono delle sirene o dettata dal giornaliero grafico che ti informa quando staccheranno o ridaranno nuovamente la corrente elettrica. Noi, per es. prepariamo il pranzo o la cena non negli orari classici ma quando abbiamo la corrente. Tenendo presente che non sempre il grafico informativo viene rispettato. Per cui ti consigliano, per esempio di non usare l’ascensore. Non te la devi prendere con nessuno. Devi stare calmo. Ti armi di pazienza e aspetti. In alternativa ti devi fare da 1 a 25 piani di scale! Battute a parte pensate alle persone anziane che restano relegate in casa al buio e al freddo. Alle mamme costrette a rimanere anche diverse ore negli ingressi dei condomini perché è una impresa impossibile salire con una carrozzina anche al primo piano. Figuratevi al venticinquesimo!
Credo però che la difficolta maggiore sia la stanchezza mentale dovuta alla tensione quotidiana, al fatto che hai perso il conto delle notti insonni, il trovarsi dentro un tunnel dove non vedi la via di uscita o la luce, là in fondo…un po’ preghi, un po’ aspetti, un po’ speri cercando di forzare una dura realtà che, non solo ti sovrasta, ma che sembra durare ancora a lungo.
Questa guerra finirà solo se…? C’è uno spiraglio di luce
Quando finirà questa guerra e a che condizioni? Non è una domanda retorica, dal momento che già sono passati quattro anni. Per noi è la quotidiana litania che diventa invocazione durante la Celebrazione Eucaristica o la recita delle lodi, dei vespri, del rosario. Con una battuta, banale se volete, solitamente mi vado ripetendo che questo conflitto terminerà quando chi l’ha innescato decide di farlo finire. Anche se a prima vista sembra che la pace sia un compito impossibile noi accettiamo la sfida. Ci rendiamo conto che la capacità di raggiungere la pace sfugge alle nostre forze, tanto più in un mondo dove, come ci diceva Papa Leone nel suo messaggio per la giornata della pace, «la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti» e chi parla di una pace «disarmata e disarmante» è spesso deriso; ma, ci diceva ancora il Papa, noi non possiamo assuefarci a questi squilibri e a queste incomprensioni, «come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana».
Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». La vicendevole fiducia. Ed è in queste parole di Papa Giovanni che intravvedo uno spiraglio di luce.


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