L’incontro dei Missionari italiani nelle Filippine si è aperto il 23 febbraio a Tagaytay, a sud di Manila, promosso dalla Sezione CUM della Fondazione Missio, e ha riunito una trentina di missionari e missionarie provenienti dalle diverse isole del Paese. Dopo i saluti iniziali, i lavori sono entrati subito nel vivo grazie all’intervento del cardinale Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Kalookan ed ex presidente della Conferenza episcopale filippina, oggi vicepresidente della FABC. Il cardinale ha offerto una riflessione sulle sfide e opportunità della missione alla luce della Dilexit Te.
A seguire, i partecipanti hanno dialogato in collegamento remoto con l’arcivescovo di Modena, Erio Castellucci, figura chiave del cammino sinodale italiano, che ha approfondito il tema “Missione, dono reciproco: dall’antico paradigma paternalista al nuovo paradigma fraterno”.
Il convegno è proseguito fino a venerdì 27 con un programma ricco di relazioni, testimonianze, momenti di preghiera e scambi di esperienze, in un clima di fraternità e confronto missionario.
Tra i partecipanti anche il sacerdote orionino Don Oereste Ferrari, vicario della Delegazione “Mary’s Immaculate Conception”, che da poco più di tre anni risiede nella comunità di Montalban.
Don Ferrari, in una breve videotestimonianza riferisce che seppur la presenza dei missionari italiani nelle Filippine si è molto ridotta rispetto al passato, da oltre 150–200 persone a poche decine, rimane ancora una presenza significativa. Anche se oggi il lavoro apostolico è portato avanti in modo eccellente dai religiosi locali, la presenza dei missionari italiani - anche solo di persone anziane - continua a offrire esperienza, respiro internazionale e una prospettiva diversa, elementi preziosi per una Chiesa filippina giovane e in crescita.
«Quindi se da una parte diciamo che la Chiesa filippina si sta sviluppando e sta diventando una risorsa importante per la crescita delle congregazioni - aggiunge Don Ferrari -, noi abbiamo ancora un ruolo importante per dare questa stabilità emotiva, carismatica al di là del lavoro che riusciamo a fare. Non si parla più né di essere qui per salvare la gente, né di essere qui per impiantare delle chiese nuove, ma siamo qui per condividere una fraternità in Cristo, portando la ricchezza di culture diverse, di esperienze diverse, basandoci su quella che è una condivisione del grande dono che tutti abbiamo, cioè noi tutti siamo portatori di Dio e dell'amore di Dio. E allora è questo che noi dobbiamo testimoniare».

