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10 Gennaio 2024

Questione di stile

Lettera circolare del Direttore generale P. Tarcisio Vieira.

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«Carissimi Confratelli,

l’appello di Don Orione – Gettiamoci nel fuoco dei tempi nuovi! – deve continuare ad echeggiare in tutto il mondo orionino. Pur essendo passato più di 1 anno dal Capitolo Generale, dove era stato riaffermato e ribadito nelle sue diverse fasi, quest’appello è più attuale che mai. Di fatto, “Gettiamo” è la coniugazione del verbo nel tempo presente, un tempo gravido anche di “passato” e di “futuro”. In più: il “presente”, il nostro “presente”, è la piega, il punto dove passato e futuro si incontrano».

Il richiamo al motto del XV Capitolo Generale, con cui P. Tarcisio Vieira inizia la Circolare vuole essere un incoraggiamento per i religiosi a mettere in atto in maniera concreta l'appello di Don Orione.

«Siamo ora nella fase lunga del post-Capitolo – afferma il Direttore generale -, nel periodo in cui il nostro compito più importante è tradurre gli orientamenti e decisioni capitolari in opzioni di vita. Questo significa passare dalla “parole scritte” alle “parole vissute”. Dobbiamo sentire viva “la forza del carisma”, sentire “l’impegno che esso richiede per essere seguaci e familiari di un grande testimone della carità di Cristo”, sentire l’impegno di rendere presente con la nostra vita e la nostra azione, “il fuoco della carità nel mondo di oggi”, come ci ha chiesto Papa Francesco (26/06/2022).

Il XV Capitolo Generale ha proposto ai religiosi un itinerario di rinnovamento per essere fedeli al carisma del Fondatore. «Come possiamo realizzarlo?», chiede P. Vieira che suggerisce: «Quando doveva promuovere il “Piccolo Cottolengo di Genova”, Don Orione l’ha paragonato al “grano di senapa del Vangelo, piccolo, piccolo assai” che, per crescere, dipendeva non da strategie amministrative o dalla efficacia della raccolta dei fondi, ma dalle seguenti disposizioni personali: “Se, abbandonati interamente alla Divina Provvidenza, pregheremo con fede, se vivremo del Tabernacolo, se staremo umili e in ginocchio ai piedi della Santa Chiesa e dei poveri di Gesù Cristo, la Provvidenza del Signore farà crescere il piccolo seme e lo dilaterà, a conforto e salvezza di un numero grande di infelici.” (Scritti 62,125). Vale lo stesso principio ora: non con le mani, nemmeno con il cervello realizzeremo il programma del Capitolo, ma con i ginocchi piegati, cioè, con umiltà, con la preghiera e nell’abbandono alla Divina Provvidenza».

Il Direttore generale si sofferma quindi ad analizzare il termine "stile", che ricorre ben 18 volte documento del XV Capitolo Generale, mettendone in luce le diverse sfaccettature e i tanti significati che questa parola assume nel nostro linguaggio. Anche le Costituzioni dei Figli della Divina Provvidenza «fanno uso del termine, offrendo orientamenti e principi che aiutano a definire concretamente cosa significa il nostro “stile orionino” e su come delinearlo nella vita personale, comunitaria e congregazionale».

Ma perché lo stile sia credibile e autentico, ci deve essere, «una concordanza tra il contenuto e la forma: a convincere non è soltanto ciò che si dice all’altro (contenuto), ma il modo di dirlo (forma). Si potrebbe qui ricordare il detto latino che esprime la forza della testimonianza: Verba docent, exempla trahunt; le parole insegnano, gli esempi trascinano».

Infatti, «guardando e riconoscendo lo stile che abbiamo ereditato da Don Orione, la gente sta guardando la concretezza della nostra vita ed evidenziando la nostra “propria fisionomia” nella Chiesa. E questo è un valore, è un “vantaggio”. È la Chiesa stessa che ci motiva a vivere in autenticità il nostro “patrimonio”, la nostra “identità”, la nostra “tradizione”, il nostro “stile” (cfr. Perfectae Caritatis, 2) Essere orionino! Quanto più orionini, meglio! In questa linea Papa Francesco ci ha incoraggiato, il 25 giugno 2022: “Vi ringrazio… soprattutto per quello che siete e che fate.” E riconoscendo la nostra identità specifica nella Chiesa, più recentemente, ha detto in un incontro informale: “Voi avete un carisma molto importante!” (23/11/2023)».

Ribadendo le parole del Santo Padre, P. Vieira sottolinea come la Chiesa attenda dagli orionini la testimonianza del “modo di essere” originale di Don Orione e ricorda in tal senso, le parole del Cardinale Arcivescovo di Rabat, quando ha invitato la Congregazione per «poter arricchire questa Chiesa particolare con il carisma che lo Spirito ha suscitato, al servizio della Chiesa e del mondo, attraverso Don Orione, carisma di cui siete depositari, responsabili e amministratori. Perciò la presenza di una comunità di fratelli è preziosa in sé stessa, al di là del compito che svolgono o delle opere che animano. Ci interessa più quello che siete e vivete che quello che potete fare e organizzare».

Lo “stile orionino” richiesto per “Gettarsi nel fuoco dei tempi nuovi”, secondo il programma capitolare, è quindi lo stile dell’innamorato della Parola di Dio e dell’appassionato per Don Orione e il suo carisma e, a tal proposito, il Direttore generale delinea alcuni orientamenti:  1. Innamorarsi di Dio e della Sua Parola; 2. Appassionarsi di Don Orione e della sua santità; 3. Rinnovarsi in tutto! Perché la nostra consacrazione sia profetica.

Il Capitolo, inoltre, ha proposto quattro dimensioni dello stile di vita consacrata che devono essere rinnovati e rafforzati in vista di una identità di religiosi orionini, fedeli nello stesso tempo al carisma d’origine e all’oggi: a) Vivere le dinamiche comunitarie con uno stile più evangelico; b) Affrontare le nuove povertà con uno stile povero; c) Crescere come Famiglia Carismatica con lo stile della comunione; d) Amministrare i doni della Provvidenza con lo stile della condivisione.

«Lo stile di Don Orione - conclude P. Tarcisio Vieira - è lo stile dei santi, di chi era in contatto abituale con il Signore. Qualcuno ha detto che stare davanti a Don Orione era come stare davanti ad un “tabernacolo vivente”. Il suo stile è stato ben sintetizzato in queste parole:

“Fu di statura media, la persona un po' tozza e curva alle spalle, la fronte spaziosa e segnata da rughe profonde; occhi vivacissimi, in cui il bianco e il nero spiccavano mobili e penetranti, capelli folti e bianchi, andatura grave, volto aperto quasi sempre al sorriso. Soffrì molto, ma tutto seppe sopportare in sacrificio a Dio e tutto nascondere per non far pesare sugli altri il proprio dolore. Non ebbe evidentemente nulla di ciò che serve, ed è talora determinante, per farne un artista, un diplomatico, un gerarca autoritario. Ebbe gli occhi di un fanciullo, la voce di un fratello, le mani di un contadino, il passo sollecito del pastore misericordioso. Nulla, dunque, per farne un uomo celebre, ma quanto bastava per farne un santo” (Mons. Loris F. Capovilla, 07/12/1977; in: Messaggi 39, p. 15)».

 

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