Nelle prime ore di lunedì 24 settembre 1934 Don Orione è a Genova, al “Piccolo Cottolengo” di Santa Caterina. Benefattori e numerosi amici hanno invaso il parlatorio e più o meno tutti i locali raggiungibili per salutare e ricevere la sua benedizione prima della partenza per il Sud America.
Il Fondatore aveva più volte programmato e rinviato questo secondo viaggio, ma questa volta oltre che dalla partecipazione al Congresso Eucaristico Internazionale di Buenos Aires, la sua partenza è confortata anche da un buon numero di personale religioso che lo attende, ed è notevolmente aumentato rispetto a quello che aveva trovato nel 1921 in occasione del suo primo viaggio missionario. Il numero dei sacerdoti, infatti, da 37 è salito a 112; e, mentre nel 1921 non c’erano chierici con voti perpetui, ora ce ne sono 45; i chierici di voti temporanei, poi, da 28 sono saliti a 123; mentre il numero totale dei Religiosi è più che quadruplicato: da 74 è passato a 351.
Giunta l’ora della partenza, Don Orione, Don Cerasani, Don Felici e Don Lorenzetti, si dirigono al porto per imbarcarsi sul «Conte Grande», su cui avrebbero viaggiato il Cardinale Pacelli Legato Pontificio al Congresso Eucaristico Internazionale di Buenos Aires, vari Vescovi e non poche personalità diplomatiche di alto grado.
Alle 11.00 del 24 settembre 1934, la nave inizia a staccarsi pigramente dalla banchina dove le mani si agitano veloci per accompagnare i saluti delle voci, mentre dal ponte della nave rispondono vivamente e sventolano i fazzoletti.
Durante i 15 giorni di viaggio i sacerdoti riescono a celebrar Messa ogni giorno. Don Orione con i suoi sono assidui alla cappella ove celebrano il Cardinale, i Vescovi, tra i quali c’è il Primate del Belgio.
Personalità e passeggeri circondano il Cardinale Pacelli, gli baciano la mano, ed egli esclama: «Baciate la mano a Don Orione che è un santo!». Un giorno una signorina, in presenza al porporato s’inginocchia davanti a Don Orione e gli dice: «Padre, mi benedica!». Quegli, imbarazzato, le fa cenno dicendo: «Ma c’è Sua Eminenza», e il Cardinale, sorridendo: «La benedica, Padre, è mia nipote». Egli sempre dimostra all’umile Fondatore grande stima e vero affetto.
Per tutto il viaggio la figura di Don Orione emerge come un esempio di umiltà e dedizione, caratteristiche che lo portano a privilegiare la compagnia di emigranti e persone meno abbienti. La sua capacità di guadagnare la fiducia di coloro che si sono allontanati dalla Chiesa dimostra una profonda comprensione della natura umana e una grande empatia. La sua presenza sulla nave diventa un simbolo di conforto e guida spirituale, tanto da essere riconosciuto come «il confessore del “Conte Grande”».
Durante la sosta a Rio de Janeiro il Fondatore può discendere a terra, accolto dai suoi missionari; egli stesso racconta in una lettera collettiva: « A Rio de Janeiro è sceso Don Giovanni Lorenzetti, destinato pel Brasile, e noi ci fermammo tanto da poter visitare l’Istituto che abbiamo colà. Esso è ai piedi del Corcovado, sulla cui cima si aderge maestoso il monumento a Cristo Redentore, la più alta statua di Cristo che è nel mondo. Il nostro Istituto ha cappella pubblica, tiene scuole ed ha attorno un vasto terreno. È proprietà della Congregazione, ed è senza debiti».
E ancora: «A Santos si giunse di sera, era già scuro: trovammo Don Mario Ghiglione, Don Martinotti e sacerdoti amici, venuti da San Paolo. La fermata fu brevissima, ma quanto ci ha fatto bene rivedere quei cari nostri! Dal Brasile ho voluto che venisse con noi al Congresso Eucaristico Don Angelo Depaoli, anche perché vedesse i Confratelli che sono in Argentina e nell’Uruguay, dove lui non era mai stato».
Della sosta a Montevideo riferisce: «Il piroscafo non venne attraccato nel porto di Montevideo; vi si giunse verso le 9 di sera, che era già molto oscuro; il vapore si fermò distante dalla banchina. Non ci lasciarono scendere, dissero che nessuno avrebbe potuto salire: i lumi del porto apparivano lontani. Perduta ogni speranza, ero andato a coricarmi e m’addormentai; quand’ecco fui destato da gente che entrava in cabina, e mi vedo innanzi Don Montagna, Don Szymkus e il gruppo dei nostri, tutti festosi. M’alzai tosto, e pensate che gioia, che festa! Ma fu troppo breve; allora promisi che sarei andato presto a rivederli, a Congresso finito; da Buenos Aires a Montevideo non ci sono che sette ore di mare».
La sera del 9 ottobre 1934 il «Conte Grande» entra lentamente nel porto di Buenos Aires. Don Orione giunge nella capitale argentina e vi fissa la sua residenza temporanea. Nel triennio di permanenza oltre Oceano, compirà paterne visite di conforto e d’incoraggiamento ai confratelli del Brasile e dell’Uruguay, ma quasi esclusivo teatro della sua attività resterà, praticamente, l’Argentina. Lì darà vita ad una decina di nuove istituzioni.

Galleria fotografica