Il dissidio tra Stato e Chiesa (Questione Romana) si creò con la conquista (20 settembre 1870) e l’annessione unilaterale dei territori dello Stato Pontificio da parte dello Stato italiano.
Pio IX non era attaccato al potere temporale in quanto tale, secondo il falso cliché fissato dalla divulgazione storica popolare, ma quale Capo della Chiesa universale intendeva salvaguardare l’indipendenza e la libertà della Santa Sede in funzione della missione religiosa del Papato. Sovranità pontificia = libertà di ministero: questo era in gioco e questo alla fine prevalse. Se ne riconoscono a tutt’oggi i benèfici risultati anche con uno Stato di 0,44 chilometri quadrati. La Santa Sede non è Italia, non è Europa. È di tutti. È per tutti.
Per la effettiva libertà della Chiesa
Don Orione fremeva per la soluzione della Questione Romana. Tanto più che Pio X gli aveva aggiunto di suo pugno, nelle Costituzioni del 1912, che la Congregazione si sarebbe impegnata a vivere e morire “per la effettiva libertà della Chiesa e per ogni diritto spirituale o temporale reclamato dal Papa”.[1]
Il clima anticlericale della nuova Italia unificata, dominata dalla massoneria, non dava spazio ad alcuna mediazione. Aveva concesso delle garanzie (“Guarentigie”) per l’attività del Papa e di autonomia nemmeno parlarne.
Don Orione, ritornato a Tortona nel 1915 dopo quasi cinque mesi trascorsi tra i terremotati di Avezzano, prese una sorprendente e coraggiosa iniziativa.
Il Segretario di Stato, card. Pietro Gasparri, interpretando il pensiero del Papa, aveva affermato pubblicamente che la S. Sede attendeva “la sistemazione conveniente alla sua situazione non dalle armi straniere, ma dal trionfo di quei sentimenti che augura si diffondano sempre più nel popolo italiano”[2]. Nel Governo italiano c’era infatti chi temeva che la Santa Sede per affermare i propri diritti si appoggiasse alla Triplice Intesa (Francia Inghilterra Russia) opposta alla Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Italia).
Don Orione, attento a quanto riguardava la Santa Sede, scrisse “Mi par venuta l’ora che si debba ormai risolvere la grave, la grande Questione Romana”. E ancora: “Sentiamo che, in questa grande ora storica, il Vicario di Cristo ha bisogno più che mai di tutta la sua libertà e indipendenza da ogni estraneo potere: il Papa deve esser libero di fare il Papa”.[3]
Appello agli uomini di Stato
L’ora storica cui accenna Don Orione era quella della prima guerra mondiale. In questo contesto, egli scese pubblicamente in campo per la soluzione della Questione Romana. Conserviamo nell’Archivio Don Orione la minuta di un “Appello agli uomini di Stato”.
“Uomini di Stato, fate coraggiosamente un passo avanti: questa è l’ora o, Dio non voglia, mai più!
Occorre una mano forte, un uomo forte, questo è il momento!
Occorre che il Governo d’Italia faccia direttamente appello alla sapienza e all’amor patrio del Santo Padre, senza rispetti umani e senza titubanze.
Credo fermamente che il Sommo Pontefice accoglierebbe l’invito, e, salvando i diritti e la libertà della Chiesa, salverebbe e tutelerebbe i diritti e la libertà della nostra gente, sarebbe questa la maggior gioia e il giorno più bello della vita gloriosa di Lui.
Abbia il Governo il coraggio di sanare il fatale dissidio, di affrontare il formidabile problema, e tutti ne andranno lieti, quelli pure che, sino a jeri, per cecità di spirito, per pregiudizî di scuola, o per un volterianesimo ritardatario stranissimo, anche sentendo ad ogni ora il malessere di una situazione a tutti penosa, non vollero la soluzione del problema e talora addirittura trascorsero alla insipienza politica di negarlo.
Sarebbe questo un passo di somma importanza come fattore di vita nazionale ed internazionale.
Così e solo così l’Italia potrà finalmente fare da sé, senza dande e senza alcuna Triplice. Viva l’Italia!”. [4]
L’uragano tempestoso della Guerra mondiale dava nuova urgenza alla soluzione della Questione Romana e al tema della effettiva autonomia del Papa come Padre di popoli tra loro in conflitto. Ma la guerra assorbi tutta l’attenzione degli “uomini di Stato” e si dovette ancora aspettare per “fare un passo avanti”.
Don Orione in una Commissione di studio
Nel 1923, Don Orione fece parte di un gruppo di studio con personalità che intendevano proporre un progetto per riavviare le trattative profittando che, nel 1922, Mussolini era diventato capo del governo italiano e Pio XI fu eletto al soglio pontificio. Si trattava di Padre Giovanni Genocchi, Padre Giovanni Semeria, Don Giovanni Minozzi, Don Orione e l’On. Fulvio Milani, allora Sottosegretario al Ministero di Grazia e Giustizia. Fu incaricato Padre Genocchi di consegnare al Card. Gasparri, segretario di Stato, la proposta del gruppo. Dopo soli due giorni, il 19 gennaio 1923, il Cardinale incontrò segretamente Mussolini e poi si riapersero i colloqui bilaterali.
Si trattava di trattative complesse e il cammino sembrava non giungere mai a compimento.
La lettera a Mussolini
Don Orione prese una iniziativa ardita. Scrisse una Lettera a Benito Mussolini, datata 22 settembre 1926, di cui conserviamo copia dattiloscritta con autografo di Don Orione.
A Sua Eccell. l’Onor.le Benito Mussolini
Capo del Governo Italiano - Roma
Tortona, il 22 Settembre 1926
Eccellenza,
È da tempo che non mi posso liberare da un pensiero; e più prego, più mi torna, sì che mi sembra la voce del dovere.
Sono sacerdote, umile figlio della Chiesa, disciplinato e obbediente ai Vescovi e al Papa senza reticenze. E sento di essere italiano e cittadino non vile.
Scrivo sentendo di non volere, di non cercare altro che il bene delle anime, della religione e della mia Patria.
Perdoni quindi, Eccellenza, la libertà.
Iddio le ha messo in mano un potere che, forse, nessuno ebbe l’uguale in Italia.
E vostra Eccellenza ha fatto molto.
Il cielo la conservi a compiere la provvidenziale missione che Le ha dato.
Penso che V. Eccellenza, se vuole, può, col divino aiuto, finire l’amaro e funesto dissidio che è tra la Chiesa e lo Stato.
E umilmente la prego, e come sacerdote e come italiano.
Trovi una base ragionevole, e proponga una soluzione.
Spetta al Governo italiano stendere nobilmente la mano al vinto.
Il santo Padre, che ama di sviscerato amore la nostra, la sua stessa Patria, assicurata la piena e manifesta libertà e indipendenza della S. Sede, sarà certo ben lieto che gli si offra di potere addivenire ad un componimento.
E quale forza, quali vantaggi ritrarrebbe l’Italia da una conciliazione!
Lo faccia, Eccellenza, e la seguiranno tutte le benedizioni di Dio e le benedizioni e il plauso del mondo cristiano e civile.
E avrà scritto una delle pagine più belle della storia.
Con profondo ossequio
di Vostra Eccellenza dev.mo servitore
Sac. Luigi Orione
E venne la Conciliazione
È una lettera sorprendente per il tono e per i contenuti. Non fu un atto isolato. È un tassello di un quadro più ampio.
Don Luigi Orlandi, il confratello che aveva battuto a macchina quella lettera, ha dichiarato: “Don Orione mi spiegò che era stato in Vaticano, che aveva parlato con il card. Pietro Gasparri. Certo è che mi disse le testuali parole: Il Papa vuole addivenire ad un trattato con il Governo di Mussolini per sciogliere la cosiddetta Questione Romana, ed il Santo Padre desidera che io scriva a Mussolini sull’argomento”.
Per questa testimonianza ma ancor più per i contenuti stessi, quella lettera risulta essere espressione della volontà della Santa Sede che volle affidare ad un sacerdote di fiducia e di riconosciuto valore morale nell’opinione pubblica un chiaro messaggio al Governo italiano senza impegnare la propria autorità.
Dopo la lettera, post hoc o propter hoc, furono avviate le trattative ufficiali con il mandato di Mussolini all’avv. Domenico Baroni, il 4 ottobre 1926, e del card. Gasparri all’avv. Francesco Pacelli, il 24 ottobre successivo. E così iniziarono i lavori veri e propri che portarono alla Conciliazione.
L’11 febbraio 1929, furono firmati i Patti lateranensi. L’Osservatore Romano, che dal 1870 usciva listato di nero, quel giorno fu stampato finalmente senza il segno del lutto. Il Papa tornò ad apparire dalla loggia di San Pietro per benedire il popolo. Non era più “prigioniero” ma “sovrano” libero in uno Stato autonomo di mezzo chilometro quadrato.
[1] Così era scritto nelle Costituzioni a stampa del 1912, art.8, della Piccola Opera della Divina Provvidenza.
[2] Dalla Torre Giuseppe in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949, vol. II, col. 1292.
[3] Scr. 92, 82.
[4] Da copia manoscritta con correzioni ed aggiunte di Don Orione; Scritti 90, 352-353.
