Nacque a Bra (Cuneo) il 3 maggio 1786. Fu ordinato sacerdote a Torino nel 1811, e in questa città esercitò il ministero come canonico presso la chiesa del «Corpus Domini». Spinto da grande carità verso i più bisognosi, fondò la «Piccola Casa della Divina Provvidenza» per accogliere malati e poveri, al servizio dei quali istituì famiglie religiose. Morì a Chieri, presso Torino, il 30 aprile 1842. Fu canonizzato il 19 marzo 1934 da Pio XI. Insieme a san Giovanni Bosco e a san Pio X, il Cottolengo è annoverato tra i santi ispiratori e intercessori della Piccola Opera (cfr. Costituzioni, art. 2).
Luigi Orione ebbe i primi contatti con i poveri del Cottolengo quando, adolescente, si trovava all’oratorio di Valdocco. “Si camminava lungo il viale, ed ecco lì incontrammo una lunga fila di gente che non finiva più, sembrava interminabile. Andavano quattro per quattro e si tenevano alle mani due per due. Andavano come a catena. E chi sbandava di qua, e chi sbandava di là. Erano storpi, ciechi, sciancati, giovani e vecchi. Chi li guidava era uno di loro, un po' meglio riuscito, ma si reggeva appena suoi piedi e sbandava forte anche lui... Io li guardavo, desideravo incontrarli, li sentivo fratelli, li amavo. Non conoscevo la loro patria d'origine, non sapevo come si chiamassero. Che cosa mi importava?... E mi sentivo attratto da quei poveretti, li guardavo con compassione, sentivo un grande desiderio di andare loro incontro per lenire le loro sofferenze. Provavo tanta gioia in vederli, che il maggior divertimento della mia passeggiata era quello” (DO, I, 347-349).
Don Orione, ancora giovane, sentiva di dover crescere sempre più nella spiritualità del Cottolengo, per creare una comunione quasi fisica con lui. Per questo, appena gli era possibile, si recava a Torino per visitare la Piccola Casa della Divina Provvidenza, dove è iniziata la fondazione cottolenghina. “E ciò feci, dopo aver peregrinato alla casa dove il Santo era nato, alla chiesa dove ebbe il battesimo e fece la prima comunione, dove poi celebrò la sua prima Messa, nonché, al celebre santuario della Madonna dei Fiori, dove s’infervorava di tenerissima divozione a Maria, e quindi alla tomba del santo in Torino. E tutto per invocare luce a conoscere la volontà di Dio, ardore di divina carità e celeste protezione” (Scritti, 6,152). Riteneva un grande dono aver acquistato Villa Moffa come Casa del noviziato perché in antico era stata la residenza di alcuni parenti del Cottolengo e, secondo la tradizione, il santo stesso vi aveva soggiornato (cf. Scritti, 80, 146).
Don Orione raccomandava la lettura frequente della biografia del Cottolengo, affinché i suoi esempi rimanessero ben presenti nella mente dei giovani orionini. Lo stesso fece anche con le suore, fin dal 1916 quando volle che si mettesse sull’altare della Casa Madre di san Bernardino di Tortona un quadro del santo, invitando le religiose a pregarlo e a imitarlo nelle virtù. In quell’occasione, consegnò la biografia del Cottolengo scritta dal Gastaldi affinché ne facessero continua lettura.
Don Orione lo ammirava soprattutto per la sua fiducia in Dio: “Questi fu uomo di tanta fede che il P. Fontana, suo confessore, era solito dire: «Nel solo can.co Cottolengo si trova più fede che in tutta Torino». Aveva una grande fede e un abbandono illimitato nella Divina Provvidenza; ma aveva pure una grande prudenza” (Scritti, 29,39-40). Per l’affinità carismatica tra i due santi, Don Orione in più occasioni scrisse che gli orionini sono parenti del Cottolengo. “Di lui noi eravamo già parenti in spirito – la nostra più intima parentela fu stretta nel giorno della canonizzazione, quando mi trovai in mezzo ai parenti del Cottolengo e di D. Bosco” (Scritti, 117,85).
Al santo dei poveri la gente intitolò le opere di carità fondate da Don Orione. “Un bel giorno, ci siamo accorti che la voce del popolo andava chiamando le nostre umili Case di carità «Piccolo Cottolengo». La cosa ci meravigliò non poco dapprima, ma poi in un certo modo, ci fece anche piacere perché ci avvicinava, direi di più al caro Santo, mentre tale denominazione, meglio esprimeva lo spirito e la natura dell’Opera, veniva anche a differenziarla” (Scritti, 61,153). Non solo il nome, ma anche la finalità doveva ripercorrere quella che il Cottolengo aveva dato alle sue fondazioni. Per questo Don Orione non si stancava di ripetere che “la porta del Piccolo Cottolengo non domanderà a chi entra se abbia un nome, ma solo se abbia un dolore. Charitas Christi urget nos!” (Lettere II, 223).

