Il Rapporto Caritas 2026 delinea un quadro dell’Italia profondamente segnato da quella che viene definita "permacrisi": un contesto di incertezza radicata e permanente dove guerre, inflazione e trasformazioni tecnologiche hanno trasformato la povertà da fenomeno temporaneo a condizione di «strutturale normalità» per una fetta crescente della popolazione. Secondo i dati Istat, circa 5,7 milioni di persone (quasi un residente su dieci) vivono in povertà assoluta, una situazione aggravata da una contrazione delle retribuzioni reali dell'8% tra il 2019 e il 2024, il dato peggiore tra i principali Paesi europei.
In questo scenario, la rete Caritas ha registrato nel 2025 il valore più alto di sempre, accompagnando 282.539 persone, un dato che riflette i bisogni di altrettanti nuclei familiari poiché l’intervento mira sempre a rispondere ai bisogni dell’intero nucleo. Questo numero è in leggera crescita (+1,7%) rispetto al 2024, ma colpisce soprattutto il dato sul lungo periodo: tra il 2015 e il 2025, le persone assistite sono aumentate del 48%. Le famiglie con figli continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% ha figli minori, pari a circa 147mila nuclei ai quali corrisponde un numero almeno equivalente di bambini e ragazzi in ristrettezza economica supportati dalla rete Caritas. Inoltre, il 28,1% degli utenti è seguito da almeno cinque anni, segno che il disagio non è più episodico ma ordinario. La rete si è espansa per rispondere a questa domanda, contando oggi su 3.520 servizi in 206 diocesi. Un fenomeno rilevante è il rafforzamento del "welfare di prossimità": oltre la metà delle strutture (54%) è ora di tipo parrocchiale, segnale di una comunità locale che cerca di intercettare i bisogni in modo capillare.
Geografia della povertà: il Nord in sofferenza
Sebbene il Mezzogiorno registri l'incremento più marcato di assistiti nell'ultimo anno (+6,4%), l'analisi decennale mostra una trasformazione profonda del Nord Italia. In dieci anni, le persone seguite dalla Caritas nelle regioni settentrionali sono aumentate del 61,8%, un dato coerente con le rilevazioni Istat che vedono la povertà assoluta al Nord cresciuta di oltre il 90% nello stesso periodo.
La povertà "invisibile" e lo scarto statistico
Un elemento cruciale evidenziato dal rapporto è la capacità della Caritas di intercettare la povertà invisibile, ovvero quelle persone (senza fissa dimora, stranieri in transito o nuclei privi di residenza stabile) che spesso sfuggono alle statistiche ufficiali Istat. Interessante notare come non ci sia sempre una correlazione diretta tra il "rischio di povertà" statistico e l'effettiva presa in carico: regioni come le Marche, l'Umbria e la Liguria presentano un'incidenza di famiglie assistite molto più alta della media nazionale, nonostante indicatori economici ufficiali meno critici rispetto al Sud.
I dati evidenziano una povertà che è multidimensionale (povertà multipla o cumulata). Si parla infatti di emergenza abitativa, con persone che vivono in alloggi di fortuna o che faticano a pagare le utenze (34,9% dei casi), e allo stesso tempo di salute, divenuta un fattore critico: dal 2015 al 2025 il numero di persone con fragilità sanitarie è cresciuto del 69,4%, quello di persone con disabilità e handicap del +102.6% (a fronte del +48% del numero degli assistiti). Inoltre, ai problemi di salute e di precarietà abitativa, si associano frequentemente difficoltà economiche, fragilità lavorative e isolamento sociale. Quasi sei persone su dieci con problemi sanitari (59,7%) sperimentano contemporaneamente tre o più ambiti di bisogno, una quota quasi tripla rispetto a quella rilevata tra chi non presenta problematiche di salute (21,1%). La situazione appare ancora più critica nel caso della sofferenza mentale, dove la percentuale sale all'79,9%.
Povertà e solitudine: una vulnerabilità in crescita
Il fenomeno dei nuclei unipersonali è raddoppiato negli ultimi trent'anni: oggi in Italia quasi un adulto su cinque (19,9%) vive da solo, per un totale di circa 9,9 milioni di persone. Se nel 1994-1995 questa quota si fermava al 9,5%, attualmente le famiglie composte da una sola persona rappresentano il 36,8% del totale. Sebbene l'83,7% delle persone sole dichiari di avere una rete di supporto esterna, la soddisfazione per la propria vita è sensibilmente inferiore (41,9%) rispetto a chi vive in famiglia (48,3%).
Oggi la solitudine non è solo una scelta demografica, ma una condizione che amplifica la povertà. Tra chi si rivolge alla Caritas, l'incidenza di chi vive solo è passata dal 23,8% del 2015 al 32,9% del 2025. In termini assoluti, il numero di persone sole assistite è cresciuto del 74,9% in dieci anni (passando da 18.487 a 32.345), un incremento molto più rapido rispetto a quello dell'utenza complessiva (+48%).
In questo contesto assume particolare rilevanza il tema della povertà relazionale che a differenza del vivere in solitudine descrive una condizione ancor più strutturale di carenza e di fragilità dei legami significativi. Essa si manifesta attraverso l’assenza o l’indebolimento dei rapporti familiari, amicali, lavorativi e comunitari e può limitare concretamente le opportunità di vita, la capacità di affrontare le difficoltà e l’autonomia delle persone. La povertà relazionale può dirsi collegata in modo bidirezionale alla povertà economico-materiale. Le persone prive di reti di sostegno dispongono infatti di minori risorse per affrontare eventi critici (ad esempio la perdita del lavoro, una malattia, una separazione o una difficoltà abitativa), al tempo stesso, condizioni economiche precarie possono indebolire i rapporti sociali, alimentando processi di isolamento e marginalizzazione. Si genera così un circolo vizioso nel quale fragilità economiche e fragilità relazionali tendono a rafforzarsi reciprocamente.
Dalle statistiche emerge un profilo molto chiaro di chi vive solo e chiede aiuto. Si tratta prevalentemente di persone residenti al Nord (66,8%) con un'età media di 54,3 anni; oltre la metà (54,8%) ha più di 55 anni. Rispetto a chi vive in nuclei numerosi, tra le persone sole è molto più alta la quota di separati o divorziati (24,9%) e di vedovi (13,0%). Solo il 14,3% ha figli, segno di una rete familiare immediata spesso assente e il 35,2% ha un ISEE inferiore ai 3.000 euro, contro il 26,7% di chi vive in famiglia. Inoltre, solo il 17,9% è occupato, mentre è alta la percentuale di pensionati (21,8%) con redditi spesso modesti. In particolare, le problematiche sanitarie interessano il 29,5% delle persone sole, una percentuale significativamente superiore a quella degli altri assistiti (19,7%).
La solitudine quindi non può essere considerata un fatto privato: è una questione sociale che interpella le comunità e le politiche pubbliche. L’aumento dei nuclei unipersonali, l’invecchiamento della popolazione e l’indebolimento delle reti familiari tradizionali richiedono nuove forme di prossimità, spazi di incontro, reti di vicinato e iniziative capaci di ricostruire legami.

