Sito ufficiale della Piccola Opera della Divina Provvidenza

Pio X

image

PIO X (1903-1914)

Il 24 novembre 1894, entrando come patriarca a Venezia, il cardinal Giuseppe Sarto riassumeva il fine della sua missione pastorale con lo stesso motto paolino che, l’anno prima, il chierico Luigi Orione aveva scelto come programma della sua Opera: “Instaurare omnia in Christo, riunire in Cristo tutte le cose”. La iniziale, fortuita coincidenza d’intenti, segno dell’affinità spirituale di quelle due grandi anime, fornisce la chiave d’interpretazione delle relazioni e degli incontri successivi.

Il primo contatto avvenne per via epistolare. Il card. Giuseppe Sarto aveva condotto a Venezia il giovane musico Lorenzo Perosi. Onorandolo della sua amicizia, lo aveva talvolta ospite a tavola e compagno in qualche partita a tarocchi. Il padre di Lorenzo, maestro di cappella del Duomo di Tortona, temendo che il Cardinale gli viziasse il figliolo, confidò i suoi timori al chierico Orione. Questi, senza pensarci due volte, scrisse una lettera al Porporato, pregandolo di non volere avviare il promettente “Maestrino” verso una brutta china. Appena spedita la lettera, si pentì d’aver fatto una “predichetta” del genere al Patriarca, e si augurava che l’impulsivo intervento venisse presto dimenticato. Ma... gli scritti restano!

Quando una decina d’anni dopo, fu ricevuto per la prima volta in udienza dall’ex patriarca di Venezia, neoeletto Papa, si sentì mancare quando lo vide estrarre dal breviario la celebre lettera. Il santo Pontefice non se l’era avuta a male; anzi, assicurò di averne ricavato del bene: “Una lezione di umiltà è buona anche per Papa” commentò e sarebbe lungo enumerare le dimostrazioni di fiducia e di affetto di Pio X verso Don Orione, dopo quell’udienza. Dobbiamo limitarci ad un succinto florilegio.

Gli orfani del terremoto di Messina erano stati raccolti dal Patronato Regina Elena, presieduto dalla Contessa Spalletti e dominato da elementi palesemente anticlericali. L’educazione cristiana dei piccoli era messa, in tal modo, in grave pericolo. Ricevendo in udienza Don Orione, che era accorso a Messina per occuparsi appunti degli orfani. il Papa gli diede una perentoria consegna: “Ti farai due volte il segno della croce e, poi, vai dalla Spalletti e vedi di portarle via tutti gli orfani”.

Don Orione seppe rispondere con tale tatto al desiderio del Pontefice da farsi nominare vicepresidente del Sottocomitato del Patronato a Messina, strinse rapporti di stima e cordialità con la Contessa Spalletti e riuscì a collocare gli orfanelli in Istituti di piena fiducia per la loro educazione.

Nella martoriata città c’era molto da ricostruire anche dal lato religioso. Mancava il vicario generale dell’Archidiocesi. Parte del clero era perito nel terremoto, ma c’erano ancora monsignori del luogo che avrebbero ricoperto volentieri quell’ufficio. Pio X provvide diversamente. In un’udienza concessa all’Arcivescovo e ai seminaristi di Messina, ospitati a Roma per la continuazione dei loro studi, indicando loro Don Orione, che era inginocchiato ai suoi piedi, disse: “Vi presento il vostro Vicario generale”. Inutili le resistenze dell’interessato, che per tre volte insistette: “Padre Santo, sono un ignorante”. Il Pontefice, di rimando, ripeté anche lui tre volte: “Lo puoi fare!”. Non restava che ubbidire, e Don Orione dovette fermarsi tre anni a Messina, vicario generale dell’Archidiocesi.

Finito il triennio messinese, quasi a premio di quella onerosa obbedienza, Don Orione desiderava emettere la professione perpetua nelle mani del Pontefice. Voleva sottolineare, con quell’atto, lo spirito della Congregazione, votata ad essere “tutta cosa del Papa”. Osò manifestare tal desiderio nella prima udienza dopo il servizio prestato a Messina. Pio X si mostrò subito compiacente e alla richiesta di quando si sarebbe potuto compiere la cerimonia: “Anche subito” rispose. Don Orione si butta in ginocchio, tutto confuso. Quando però sta per emettere la professione, si ricorda di una formalità perché i voti potessero avere il loro valore canonico: “Santità, ci vorrebbero due testimoni - osserva trepidante -, a meno che la Santità vostra non si degnasse dispensare”. E Pio X: “Da testimoni faranno il mio e il tuo Angelo custode!”. Non si poteva pensare a testimoni più qualificati per assistere a quell’atto solenne!

Infine, potremmo giustamente affermare che la “fraterna” amicizia, fra il Supremo Pastore della Chiesa e il più umile dei suoi sacerdoti, continuò oltre la morte. A Don Orione che non riusciva ad ottenere dal suo Vescovo il permesso di andare in Sudamerica, Pio X aveva offerto la possibilità di essere missionario nella Patagonia... romana, affidandogli la cura spirituale di un quartiere che stava sorgendo fuori Porta San Giovanni, a Roma, con l’incarico di costruire la chiesa parrocchiale da dedicarsi a Tutti i Santi. I lavori per la chiesa iniziarono nel marzo 1914 e, il 20 agosto successivo, Pio X moriva.

Qualche giorno dopo trovarono, sul suo tavolo di lavoro, una busta con una cospicua somma di denaro e la scritta: “Per la Chiesa di Tutti i Santi di Don Orione”.