Ci sono luoghi che si scoprono con gli occhi ed altri che si incontrano con il cuore. Firenze, città universalmente conosciuta per la straordinaria bellezza dei suoi monumenti, delle sue opere d’arte e per le sue piazze, custodisce anche una bellezza meno evidente, appena fuori dai percorsi turistici più frequentati. È una bellezza che non compare sulle guide turistiche e non ti chiede alcuno scatto instagrammabile. Questa bellezza di cui vogliamo parlarvi rimane nascosta agli sguardi frettolosi. È la bellezza dei gesti quotidiani, delle relazioni autentiche, della cura e dell’accoglienza. È la bellezza che abbiamo avuto il privilegio di incontrare nella nostra visita all’Istituto degli Orionini a Firenze, accanto a persone con disabilità di varia natura. La nostra è stata una esperienza arricchente sia sul piano umano che sul piano spirituale. Siamo arrivati per condividere due giorni con il nostro caro don Giuseppe Valiante e ci siamo trovati di fronte ad una realtà di servizio e di carità che non ti lascia come ti ha trovato. D’altronde è proprio vero che sono gli incontri che non fanno rumore a lasciarti delle tracce più profonde. La comunità orionina, in piena continuità con il carisma del proprio fondatore, san Luigi Orione, testimonia una spiritualità che riconosce nella persona, soprattutto in quella più fragile e vulnerabile, una dignità che non può essere misurata secondo i criteri dell’efficienza e della produttività, esattamente come ci ricorda papa Leone XIV nel testo della Magnifica humanitas. In questa prospettiva, prendersi cura di questi fratelli fragili, non significa semplicemente offrire assistenza, organizzare attività o rispondere a bisogni concreti. Significa, prima di tutto, riconoscere nell’altro una persona da accogliere, ascoltare e amare, con la sua storia, con le sue possibilità, le sue fatiche e la sua irripetibile unicità. Ancora ci risuonano le parole del direttore don Giuseppe: «Insieme alle cose che devo imparare a fare, ci sono le storie da conoscere. Voglio leggere la loro storia e dedicargli il tempo dell’ascolto personale».
La carità che abbiamo incontrato non ha la sola forma del fare, ma si esprime soprattutto nell’essere. L’esserci con la costanza e la discrezione, nel rispetto dei tempi dell’altro, nel comprendere che ogni persona ha un proprio modo di comunicare e di entrare in relazione. L’opera orionina custodisce un significato profondo: nessuno può essere ridotto alla sua fragilità; ogni vita merita di essere riconosciuta nella sua interezza. La visita alla comunità fiorentina ci ha permesso di guardare le varie disabilità oltre le definizioni e le etichette. Difatti le disabilità, troppo spesso, rischiano di diventare l’unico elemento attraverso il quale la persona viene identificata. Eppure, quando ci si avvicina con rispetto, quando si lascia spazio all’incontro e si rinuncia alla pretesa di comprendere tutto immediatamente, si scopre una realtà molto più ricca e complessa. Si incontrano volti, sorrisi, desideri, sensibilità, silenzi e modi differenti di abitare il mondo. È allora che lo sguardo cambia: non si vede più qualcuno che ha bisogno di assistenza ma qualcuno che ha qualcosa da condividere. Non si incontra solo la fragilità da sostenere ma una persona dalla quale si può imparare. E si comprende che la relazione di cura non procede mai in un’unica direzione: mentre ci prendiamo cura dell’altro anche noi veniamo trasformati da quell’incontro.
In una società che tende a valorizzare la prestazione, la velocità e il successo, fermarsi accanto a chi ha bisogno di tempi diversi diventa un gesto profondamente umano, persino controcorrente. Ci insegna che il valore di una persona non dipende da ciò che riesce a produrre, ma dal semplice e straordinario fatto di esistere. La bellezza collaterale di Firenze è questa: scoprire che, dietro lo splendore che tutti cercano, esiste una luce che si accende quando qualcuno si prende cura di qualcun altro. Una luce che non abbaglia, ma scalda; che non chiede di essere contemplata da lontano, ma invita ad avvicinarsi. E che, una volta incontrata, continua a illuminare anche il cammino di chi riparte. (Don Francesco e don Gilberto)

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