Serbiamo in cuore quel celeste silenzio che nessun rumore del mondo può rompere.
Giovedì, 9 Aprile 2020
24 Marzo 2020
L’ASPETTO ECONOMICO DEGLI ISTITUTI E DELLE PARROCCHIE IN TEMPO DI CORONAVIRUS
In questo periodo di grande emergenza per la pandemia legata al coronavirus, anche l’aspetto economico comincia a essere preoccupante per gli istituti religiosi e le parrocchie di tutta Italia.

L’Economo generale dell’Opera Don Orione, Don Fulvio Ferrari, ha scritto un articolo per raccontare com’è la situazione:

«Ciò che non avremmo mai immaginato è successo: la chiusura delle parrocchie e di tutte le attività religiose pubbliche. Ci lamentavamo che la gente frequentava poco, ogni anno sempre meno, ma mai avremmo sospettato che le chiese sarebbero state chiuse per legge, cosa che non è avvenuta neppure ai tempi di Napoleone e ancor prima al tempo delle catacombe, dove almeno era possibile radunarsi.

Il calo delle presenze, costante nell’anno, riscontrava qualche pausa in concomitanza con le feste liturgiche più importanti, Pasqua e Natale e alcuni altri momenti con risvolti anche civili: prima comunione, cresima, matrimoni e funerali. Mi soffermo un attimo su quest’ultimo aspetto, forse il più deplorevole del momento  in cui viviamo: i nostri morti che se ne vanno senza neppure la presenza dei familiari e delle persone care, senza una cerimonia e a volte senza neppure una benedizione. È stato così anche per i nostri preti morti in questi giorni. Forse più avanti, quando il morso del virus si farà meno crudele si provvederà ad una cerimonia. Tutto ciò è molto triste, perché si scontra non solo con il nostro credo religioso, ma anche con il sentimento della pietas che fin da bambini ci è stato inculcato. “Tanto è vecchio”, non c’è frase più cinica di questa che rivela un animo gretto e anaffettivo; rivela persone con le quali proprio mi sarebbe difficile convivere e scambiare spazi vitali.

Niente funerale religioso. Per tutti, senza distinzione. Che tristezza! Neppure la possibilità di pregare un rosario attorno alla salma, di vedere per l’ultima volta il volto della persona, neppure la mestizia di una cerimonia religiosa, la benedizione con l’acqua santa, l’odore dell’incenso. Niente. Un carro funebre che nell’anonimato se ne va verso il cimitero o verso il forno crematorio.

Le chiese sono chiuse, le scuole chiuse, gli oratori chiusi, le nostre case di riposo inaccessibili ai parenti; solo possono entrare gli operatori, medici e infermieri, gli addetti ai servizi generali e qualche volontario.

Tutto questo naturalmente ha anche un risvolto economico. 

Le case di riposo che hanno subito parecchi decessi si troveranno in una situazione di emergenza al termine della epidemia, perché saranno prive delle rette che garantiscono il funzionamento della struttura. Ancor di più stanno soffrendo le parrocchie perché l’assenza dei fedeli alla messa domenicale toglie quella che per tanti parroci è l’entrata principale, cioè il frutto della colletta.

Già le offerte avevano cominciato drasticamente a calare alla fine dello scorso decennio, dopo la crisi del 2008, ora siamo allo zero. Però non ci si può lamentare più di tanto perché prima o poi si troverà il vaccino capace di contrastare questo virus che in un modo o nell’altro verrà sconfitto. La gente ritornerà e sarà più generosa di prima.

Non possiamo lamentarci perché ci sono persone che soffrono molto più di noi, soprattutto gli operatori del settore turistico e poi quegli imprenditori, quei ristoratori, baristi, fioristi, che non sanno se al termine di questa epidemia potranno ancora riaprire le loro attività; tutti quei professionisti che non hanno più riferimenti, tutti quei lavoratori che non stanno ricevendo lo stipendio e si trovano le bollette da pagare. Per tanti, al di là dei lutti per famigliari o amici deceduti, vi è anche l’inquietudine del dopo, del lavoro precario, dell’incertezza su cosa accadrà. 

Per noi tutto questo non c’è. Abbiamo l’impegno consacrato di essere sempre attenti alle sofferenze della gente prima che alle nostre esigenze. Non possono le situazioni contingenti metter in dubbio o in discussione il nostro impegno. In un certo senso siamo pronti a queste evenienze. Siamo come una protezione civile sempre allerta perché non abbiamo impostato la nostra vita sul successo personale, sulla carriera, o sul ritorno economico; la nostra vita l’abbiamo offerta a Cristo, l’abbiamo messa a disposizione dell’evangelizzazione  e quindi ogni stagione è un tempo favorevole. Siamo accanto ai nostri fratelli che soffrono, ma non siamo disperati per il momento che viviamo. È un tempo di sconvolgimento, come in autunno quando il contadino ara i campi e tutto sembra capovolgersi. Poi viene la primavere e l’estate e tutto cambia».

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