II silenzio è riposo morale (...) e silenzio religioso è, per lo spirito, preghiera, adorazione e unione con Dio.
Mercoledì, 21 Aprile 2021
5 Aprile 2021
GLI OCCHI VERSO LA PASQUA DEL SIGNORE
“Nessuno potrà rapirvi la vostra gioia!” è il tema della meditazione che ci propone Don Ettore Paravani, a 97 anni di età, per questo periodo pasquale.

Ce lo ha assicurato Gesù: “Nessuno può rapirvi la vostra gioia” (Gv 16, 22). E abbiamo scommesso tutto su di Lui, sul Cristo, perché anche Lui ha scommesso tutto su di noi. Il rischio l’ha corso anche Lui e a maggior ragione, come se Cristo avesse potuto, davvero, affrontare l’ignoto, non tanto del suo destino personale, quanto della risposta dell’uomo al suo amore. In realtà, il Cristo sapeva e ha corso l’avventura della sua umanità, con piena consapevolezza. “E il Verbo si fece carne” (Gv 1, 14).

Per noi è diverso, perché Cristo è molto più grande di noi. Noi non possiamo indovinarlo. Scommettere per noi significa fidarci e dare l’assenso a parole, a promesse, a rivelazioni che sorpassano l’intelletto e l’esperienza. Significa credere, senza aver visto. Che non è un rischio, ma una beatitudine. Tutto qui.

Intanto, la nostra vita è piena di esitazioni e di dubbi. Ma vuol dire che non crediamo? Come si fa a capire, a giudicare i tormenti, gli sforzi, le cadute, le angosce, i desideri e le speranze dell’essere umano?
Noi non possiamo dire nulla, forse, neppure di noi stessi. Forse, l’unico tentativo fruttuoso è mettersi in un atteggiamento di umiltà, dinanzi al Maestro dell’anima nostra, per apprendere qualcosa, anche se il suo messaggio non è facile.  Del resto, Cristo fu presentato così, all’inizio della sua vita terrena: segno di contraddizione. Che, però, non è un’accusa contro di Lui, quanto un ammonimento alla nostra responsabilità. Quel segno diviene motivo di rovina per gli uni e di resurrezione per gli altri.

È sottinteso: a te, cosa avverrà?

Gesù è difficile. Non tanto nel senso delle sue parole, quanto nella qualità delle sue esigenze. Accoglierne il messaggio, allora, è andare sino in fondo, nella donazione a Lui di noi stessi. E non aver paura, perché la nostra scommessa è garantita dal suo cuore. Sino a quel momento estremo. La morte.
Ma, nonostante la volontà di credere, non siamo risparmiati dal dubbio, dalla sofferenza di non vedere, dal bisogno di trovare le conferme necessarie. Non dobbiamo spaventarci. Il dubbio, se non è orgogliosa presunzione, non offende la fede. Induce alla ricerca, all’umiltà, alla preghiera.
San Matteo racconta che dopo la risurrezione, quando Gesù stava per tornare al Padre, molti discepoli lo videro, ma alcuni di essi dubitarono (Mt 28,16). E’ doloroso, ma è umano. Il dubbio può non lasciar mai il nostro cuore. Il cristiano può arrivare all’orlo del supremo abbandono, la morte, crocifisso come Gesù e come Lui gridare:” perché mi hai abbandonato” (Mt 13,34). Deve continuare a credere e a sperare, non può cedere alla tentazione della solitudine.
Le conferme deve trovarle in Cristo, perché gli suggerisca la verità. A Pietro gliela rivelò il Padre.
Anche la nostra sarà una risposta vera, che parte da un convincimento radicato nel nostro essere, capace di rompere i legami delle cose e degli amori, la ricchezza, il potere, la gloria, il successo.
Il pericolo è che ci abbarbichiamo a essi. Che non li vogliamo perdere. Per questo non ci avviciniamo a Cristo con fiducia: crediamo che ce li tolga e che ci faccia giungere alla fine, spogli di gioia. Non è vero, invece, perché Cristo è un amico. E può aiutarci a crederlo.

NESSUNO POTRÀ RAPIRVI LA VOSTRA GIOIA

Promessa fantastica! A sentirla, restiamo, a dir poco, sorpresi: è possibile che qualcuno l’abbia fatta? Vuol dire che avremo una gioia incorruttibile, una gioia per sempre e per tutto, incrollabile agli assalti e alle insidie, così come ha sognato il cuore, tutta la vita.
Già, nel pronunciarle, queste parole diventano sospette. Paiono false, artificiose. La gente non ci crede. Chi le ha dette? Non crede che le ha dette Gesù, sino a quando non controlla. Ecco: il discorso della cena, riferito dall’evangelista Giovanni, al capitolo 16, verso 22. Dice proprio così: Nessuno potrà rapirvi la vostra gioia.
Non è che vogliamo essere scettici, a ogni costo. È che ci vuol poco a rapirci la gioia. Tutti i giorni, ladri di ogni tipo, fanno scorrerie sul nostro territorio e ci portano via, a pezzi, il patrimonio; sicché, abbiamo presto una casa vuota, una fonte secca, una luce tramontata. E una tristezza senza rimedio.
Ma le parole di Gesù non si cancellano: i ladri di gioia spariranno o saranno ridotti all’impotenza. Sarebbe da danzare, da cantare, se non fossimo trattenuti, ancora, da una trepidazione segreta, giacché non siamo sicuri che Lui e noi intendiamo la stessa cosa, quando parliamo di gioia. Noi escludiamo il dolore. E Lui? Noi non vogliamo limitazioni ai nostri desideri. E Lui? Noi non vogliamo morire. E Lui?

Nel vangelo c’è un famoso discorso di Cristo, detto delle Beatitudini, che contiene come il manifesto della felicità. A leggerlo, i pensieri del dubbio sui significati non dileguano, ma si sprigiona, insieme, un sentimento sconosciuto, qualcosa che, davvero, promette, come possibile, la gioia senza limiti, un’esperienza spirituale, vissuta da Cristo uomo e comunicata ai suoi fratelli uomini.

L’evangelista Luca fa una premessa a quel discorso. Ci riporta alla sera precedente, quando Gesù sale sul colle, a pregare. E’ una consuetudine del Figlio di Dio, il quale, divenuto Figlio dell’uomo, ha bisogno di trattare con il Padre della propria nuova condizione.

Cosa gli dice? Non presumiamo di penetrare il mistero dell’unione trinitaria, tuttavia possiamo supporre che Egli rifletta, alla luce di Dio, anche sul proprio lavoro, su quanto gli resta da fare prima della fine…Egli era uomo e, come aveva affermato lo stesso Luca, “cresceva in sapienza, in età e in grazia” (Lc 2,52).

Alla fine di quella notte di preghiera, Egli tornò tra i suoi che lo aspettavano e decise di concretare la scelta che era andata maturando in quei mesi e che, durante la notte, gli era parsa definitiva: “Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici e diede loro il nome di apostoli” (Lc 6,13).

Su un pianoro più basso, c’era una moltitudine in attesa di Lui. Gente povera, sofferente, priva di aiuto e di speranze umane, ma aperta al suo dono e alla sua rivelazione. Capace, cioè, delle ricchezze del regno.

Andò a loro, guardò i loro volti e riversò su di loro la sintesi spirituale che aveva operato durante la notte di preghiera: Beati! Sono beati con voi anche tutti gli altri, sparsi per il mondo: poveri, miti, umili, perseguitati, puri… la tristezza si cambierà in gaudio. Parole bellissime, senza dubbio. Ma dura poco, perché non resistiamo alle altezze. Il peso della vita ci tira in basso. Dov’è la beatitudine promessa? Da principio, quel bimbo che è stato ciascuno di noi, dalla gioia dell’infanzia, non sapeva cosa volesse dire essere povero tra gli uomini: correva per la campagna e per le strade, con furia di godimento, con la certezza che il mondo gli appartenesse, come gli apparteneva l’aria, il mare, la terra, il sole. Poi, a poco a poco, ha visto crescere recinti a limitare i suoi passi e le sue voglie. Anche le sue necessità.

Altri scavalcavano posti nella scuola e lo lasciavano all’ultimo banco, non perché più di lui fossero intelligenti, ma perché indossavano vestiti migliori e avevano un padre ricco. Essi proseguivano gli studi, egli si cercava un lavoro…da fame. E non poter far nulla. Solo soffrire. Dov’è la beatitudine promessa?

“Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3).

La gioia è, dunque, solo una speranza? Sì, averla, è una ricchezza. E la vita non può essere un inganno o una trappola. La vita è un dono da vivere in pienezza. La gioia non è solo una speranza, ma una realtà.

E Cristo dice: “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati”! (Mt 5,4). E non hai garanzie, se non in quelle parole: credere e sperare.

Credere e sperare che “i miti erediteranno la terra e gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio”. Se Cristo promette possesso della terra ai mansueti e adozione a figli di Dio ai pacifici, vuol dire che promette un mutamento radicale nell’uomo. Nell’uomo che non gli resiste, che accetta la consolazione e sa donarla.

“Nessuno potrà rapirvi la vostra gioia” è una promessa che riguarda “gli affamati e assetati della giustizia, perché saranno saziati”. Fame e sete di vedere l’uomo al suo posto, rispettato nella propria dignità e nel proprio diritto; sollecitudine di riconoscere il posto e il diritto altrui, in modo che esista armonia nella famiglia dei figli di Dio, fatti a immagine e somiglianza del Padre.

Sarà una fame saziata e una sete soddisfatta, perché ci si fida di Dio rimuneratore. Un modo certo di avere la gioia. Come quello che dà “misericordia ai misericordiosi”. Esistono, infatti, coloro che sono attenti al dolore degli altri, s’impegnano ad aiutarli, non per sciogliere un senso di colpa, né per cercare aureole sociali, ma per procurare all’altro, che considerano un fratello, quella gioia che deve essere assicurata a ciascun uomo.

E “i puri di cuore”? Vedranno Dio”. Essi godono dell’amore come di un fuoco, acceso alla fiamma di Dio e in Lui lo alimentano e lo fanno unico e senza tempo. Vedranno Dio nella rivelazione della sua gloria e negli occhi della persona amata. Essere dalla parte di Cristo, guardare a Lui per dirigere la propria vita, alimentarsi della sua Parola è la premessa, perché nessuno ci rapisca la gioia. Non solo nella nuova vita, ma anche nei nostri giorni terreni, sotto il cielo che conosciamo, dove fedeltà a Dio è fedeltà all’uomo.

E Dio è fedele. Le nostre parole sono povere mani brancicanti alla ricerca della verità. Quante cose incontrano, prima di giungere a Lui! Dio può purificare il cielo e colmare la distanza infinita e farsi trovare.

Il guaio è che la gioia si intreccia con il male, con il peccato, il ladro più astuto della nostra gioia.
Ci hanno insegnato che Cristo ha vinto. Ma a sapere di Lui che ha vinto, potrà aiutarci solo se ci avviciniamo alla sua santità e da Lui impariamo la maniera di vincere, anche noi.
Cercando la strada di Dio. Egli ne conosce un numero sterminato, per arrivare ai cuori, anche a quelli che a noi non danno nessuna garanzia.
Il peccato è, dunque, il divoratore della gioia. Ogni peccato ha la stessa illusione: promette la gioia e non la dona, perché la gioia è nella verità.
E chi ha fatto il male ed è felice? Chi ha tradito ed esulta? Solo chi è in armonia con sé stesso, non ha paura. Chi vive nella verità, ha la gioia di essere secondo il progetto del Creatore.
È questa la gioia che non viene turbata e non conosce tramonto.
E la morte? Il ladro più grande della gioia è la morte.

Non andiamo in cerca di parole. Sappiamo bene che la certezza di dover lasciare la vita, in cui ci sentiamo incarnati, è una pena inconsolabile. Né ci sentiamo blasfemi, se anche il Signore al Getsemani, pregò: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice” (Lc 22,42); e  sudò  sangue, per l’orrore della fine; e il gridò sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34).

Ecco. Abbiamo bisogno di ascoltare il solo che potrà dirci: “Non si turbi il vostro cuore. Credete in Dio e credete anche in me. Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no vi avrei, forse, detto che vado a prepararvi un posto?... Ritornerò e vi prenderò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi” (Gv 14, 1-4).

Don Ettore Paravani

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