Coloro che stanno di continuo sull’appun-tare i difetti altrui, per rapportarli subito al Superiore, sono -per l’ordinario- più viziosi degli altri che mai.
Lunedì, 3 Agosto 2020
26 Luglio 2020
GLI EREMITI DI DON ORIONE DA UN SECOLO A SANT’ALBERTO DI BUTRIO
Oggi, 26 luglio 2020, si terrà la solenne concelebrazione per ricordare il centenario della presenza dei religiosi orionini a Sant’Alberto di Butrio, un luogo sacro e di cultura, un’oasi di pace e di tranquillità nell’Oltrepò pavese.

L’Eremo di Sant’Alberto è abitato da quattro frati e due sacerdoti: fra Ivan, fra Mauro, fra Alessandro (che arriva dall'Argentina), fra Fausto, don Luigi e don Agostino che riveste la carica di Superiore ed è stato nominato lo scorso mese di agosto. Sono religiosi della Congregazione di Don Orione della Divina Provvidenza. Nel momento di maggior splendore all’eremo d’Oltrepò erano presenti undici frati. Nel 2003 però, quando è stata aperta una nuova congregazione degli eremiti a Rio de Janeiro, 5 frati hanno lasciato la Valle Staffora per trasferirsi in Brasile.

Don Orione comprese fin dagli inizi l’importanza della presenza in seno alla Piccola Opera della Divina Provvidenza di un ramo di religiosi contemplativi. Già nel 1899, con la vestizione dei primi tre eremiti, a Stazzano, il 30 luglio, Don Orione da avvio alla famiglia degli Eremiti. Affida agli Eremiti i compiti della preghiera, della penitenza e del lavoro in una vita semplice, austera e fraterna. I primi Eremiti si occupano anche dell'assistenza e dell’istruzione dei piccoli lavoratori dei campi, nelle "colonie agricole"; altri si dedicano alla rinascita e custodia di antichi eremitaggi. Sant’Alberto di Butrio (PV) e Monte Spineto (AL) sono i luoghi delle loro origini. Nei primi anni gli Eremiti faticarono nelle "colonie agricole" di Noto, Roma e Bagnorea, passando, in seguito, anche in Terrasanta, a Rodi e fino in Uruguay, terminando poi con l'attendere alla loro particolare vocazione negli antichi eremitaggi di Sant’Alberto di Butrio (PV), Madonna delle Grazie a Sant'Oreste (Roma) e San Corrado a Noto (SR): una vita di preghiera e di lavoro.

L’eremita più rappresentativo è certamente Frate Ave Maria (1900-1964). Rimasto cieco a 12 anni, dopo un periodo di disperazione giovanile, incontrò la grazia di Dio attraverso la paternità di Don Orione. Divenne eremita e trascorse l'intera sua vita in penitenza e preghiera, nella ricerca costante della santità luce e conforto per tante anime che a lui ricorrevano nelle tribolazioni della vita. La fama di santità l'accompagnò in vita e divenne devozione dopo la santa morte (21.1.1964). Di lui è in corso la causa di beatificazione.

La vita degli eremiti è descritta e regolata in un proprio "Spirito e Regolamento" che raccoglie le indicazioni di spiritualità e disciplina date da Don Orione stesso e attualizzate successivamente. Qual è il significato della presenza degli eremiti nella Famiglia orionina e nella società di oggi? Ce lo dice Don Orione stesso in uno scritto immediatamente precedente la loro fondazione. “L’eremita fu sempre qualche cosa di caro nella religione, è un essere che deve pur vivere nell'Opera della Divina Provvidenza: vivervi quasi sacrificio continuato, continua voce di amore a Gesù per la solitudine dei fratelli! L’eremita! Uomo che rinunzia alle gioie della famiglia, alle ricchezze, a tutto che è quaggiù, e se ne va all'eremo a piegare la fronte al cenno d'un fratello, che sulla terra gli tiene le veci di Dio. Egli segue i consigli di Gesù, e promette osservarli tutti i giorni della vita. È della milizia che si stringe più da vicino al Signore: l'amore di Gesù gli rende facile ogni prova più ardua, fa soave e desiderabile ogni sacrificio. (…) Ben sorgano e si moltiplichino gli eremiti della Divina Provvidenza, perfezionino le loro anime. Siano loro i nostri fratelli della preghiera specialmente, i fratelli che fanno piovere le benedizioni del cielo sulle nostre fatiche, sui nostri, giovani, sui loro studi e su tutti i nostri carissimi benefattori. Aprano, nei loro romitaggi, un asilo a noi, nei giorni agitati della vita: aprano un asilo a tutti gli oppressi, a tutti i cuori straziati dagli sconforti e dai dolori. E l'orazione alternino al lavoro manuale. Dal loro volto scenda il raggio della pace... Con le virtù e con la preghiera tengano sospesa la mano di Dio sugli uomini peccatori... Oh sorgete, dunque, sorgete, pieno il cuore di amore a Gesù, o eremiti fratelli! Io saluto la vostra venuta come una benedizione del Signore, e m'inchino davanti a voi, chiamati a fare tanto bene! (Don Orione I, 518-521)

Torniamo ad oggi, ma come si vive all’interno dell’eremo fuori dal mondo a una manciata di chilometri dalla trafficatissima ex statale del Penice? Fra Ivan, che vive in questa abbazia dal 1995 e che con i suoi 42 anni è il frate più giovane, racconta: «La sveglia suona molto presto, alle 5. E alle 5.30 siamo già tutti molto operativi. La giornata è scandita dal motto di San Benedetto Ora et labora (prega e lavora). Dalle 5.30 alle 7.30 preghiamo in chiesa. Quindi facciamo colazione. Dalle 8.30 alle 11.30 ci dedichiamo ai lavori, che significa in particolare la pulizia dell’eremo, mettere in funzione la lavatrice, mettere in ordine la cucina e tenere pulita l’area adiacente alla chiesa».

«Non ci sono volontari – prosegue fra Ivan - e quindi tutti i compiti vengono svolti da chi abita l’eremo. Fra Luigi, poi, ha l’incarico di pulire il rifugio posto di fronte alla chiesa che ospita i viandanti e si dedica inoltre al mantenimento della parte esterna dell’eremo».

Tra le 11.30 e le 12 i frati si riuniscono ancora in chiesa per un momento di preghiera prima del pranzo comunitario. In cucina si alternano i frati insieme ad una signora che aiuta nella preparazione dei pasti. Dopo pranzo dalle 14.30 alle 16.30 i frati si dedicano a diversi lavori: c’è chi, come per esempio fra Ivan e fra Alessandro, lavora all’uncinetto e ricama centrini, tende e altri oggetti: alcuni vengono utilizzati per ornare l’Eremo altri vengono posti all’interno del piccolo negozio e venduti ai turisti.

Già i turisti. «Per noi sono fondamentali – racconta fra Ivan – perché il turismo è l’anima del nostro eremo. Quest’anno sono venuti a farci visita 20 pullman e complessivamente oltre 2mila persone in un anno si recano in visita qui». Alle spalle dell’eremo i frati hanno realizzato un orto, un pollaio con galline e conigli e le arnie con le api. «Produciamo noi il miele – spiega ancora fra Ivan – e poi lo vendiamo nel nostro negozio dove si trovano anche libri e ricordini».

Posta a 697 metri di altitudine, l’abbazia fu costruita attorno all’anno Mille dall’Abate Sant’Alberto che con ogni probabilità discendeva dalla famiglia dei marchesi Malaspina. L’eremo visse i momenti di maggior splendore tra il X e il XV secolo. Fra il 1600 e il 1900 la chiesa venne abbandonata. Nel 1900 don Orione ripopolò questa struttura facendone la sede degli eremiti della Divina Provvidenza. Fra tutti i frati che hanno abitato all’eremo echeggia il nome di Frate Ave Maria, l’eremita cieco che è stato dichiarato venerabile da papa Giovanni Paolo II. «Se venisse riconosciuto un miracolo compiuto da frate Ave Maria – conclude fra Ivan – diventerebbe beato ed è fuori di dubbio che la nostra struttura avrebbe un ancora maggior impulso al turismo religioso».

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