Chi lavora è un uomo che va in alto; chi ozia è un uomo che scende e va al vizio.
Giovedì, 26 Novembre 2020
30 Ottobre 2020
LA VITA FRATERNA COME MISSIONE. UNA RIFLESSIONE A PARTIRE DALL’ENCICLICA “FRATELLI TUTTI”
Lettera circolare del Direttore generale P. Tarcisio Vieira.

 

 

La Vita Fraterna come Missione

Una riflessione a partire dall’Enciclica “Fratelli Tutti”

 

 

Roma, 20 ottobre 2020

 

Carissimi Confratelli,

Nella domenica del 4 ottobre, Papa Francesco ci ha consegnato la Lettera Enciclica “Fratelli Tutti”, sulla fraternità e l’amicizia sociale, e ci ha invitato a sognare “come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!” (cfr. FT, n. 8)

Un sogno che è stato espresso, in tantissime occasioni, anche dal nostro Fondatore. Riporto un suo scritto, nel quale invoca, per sé stesso e per noi, il dono di un “cuore” che si trasforma in un altare di sacrificio nel consumarsi per offrire al Signore i “fratelli tutti”. Ecco il testo: “Il nostro cuore dev’essere un altare dove continuamente e inestinguibile arda e splenda questo fuoco: il sacro fuoco dell’amore di Dio e degli uomini; un altare dove una fiamma salga sino al Signore, avvolgendo e portando a Lui i fratelli: i fratelli tutti, di qualunque nazionalità siano, di qualunque religione siano, e anche i senza religione, dando la preferenza ai più bisognosi, ai più abbandonati, ai più sofferenti, ai senza fede, ai senza onestà, dai più debosciati, ai reietti da tutti!” (Scr. 55, 334).

È una preghiera mistica, piena di concretezza, più che un pensiero, secondo lo stile della “sostituzione vicaria” che porta Don Orione non solo a ricordare a Dio i bisogni dell’umanità, ma a consumarsi d’amore davanti a Lui per ottenere il dono della salvezza dei fratelli. In questo proposito, egli conferma ancora una volta: “Che il mio segreto martirio per la salvezza delle anime, di tutte le anime, sia il mio paradiso e la suprema mia beatitudine!

Per devozione al Santo Padre, ma anche perché ha riconosciuto quanto il messaggio sulla fraternità era al cuore del nostro Fondatore, la Famiglia Carismatica Orionina ha accolto gioiosamente, in una ideale “Festa del Papa e con il Papa”, la divulgazione della nuova Enciclica e ha intrapreso diverse iniziative per dare rilievo alla divulgazione del Documento nelle Comunità, nelle Parrocchie e nelle Opere. In questo, le restrizioni imposte dalla pandemia non hanno inibito la creatività dei religiosi, suore e laici di Don Orione. Il nostro sito (donorione.org) e quello delle Suore (suoredonorione.org) ne hanno dato notizie.

Ora, passata la festa dell’annuncio, e anche – devo dire – passata quella fretta nel divulgare in anticipo il testo, con il rischio, superata la novità, di lasciarlo nel dimenticatoio, è arrivato il momento più importante: conoscere e far conoscere il messaggio e, soprattutto, intraprendere delle iniziative per rispondere all’appello e ai desideri del Papa.

Tutta la creatività attuata per la festa dell’accoglienza deve essere ancora più forte e più audace per mettere in pratica quanto ci chiede il IV Voto di Fedeltà al Papa, che nel dire delle nostre Costituzioni (cfr. Art. 48), ci impegna in uno sforzo costante nelle seguenti direzioni: “- conoscenza e diffusione dei documenti pontifici; - opera di comunione all’interno e all’esterno della Chiesa, lavorando per essere fermento di unità; - servizio preferenziale ai poveri, dei quali, in nome del Papa e in fedeltà a lui, difenderemo i diritti e le istanze.”

 

Un’Enciclica destinata a noi, Religiosi!

            In verità è destinata a tutti i fedeli e, in particolare, per la sua tematica sulla fraternità e l’amicizia sociale, ha una destinazione ancora più ampia e universale. Sulla scia di San Francesco, il Papa si rivolge “a tutti i fratelli e le sorelle… per proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo” (FT 1). E avverte: “Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà.” (FT 6)

            Proprio per questa sua “destinazione universale”, c’è il rischio, per noi religiosi, di accoglierla in un modo generico, vago, quasi superficiale, come se il Papa parlasse ad altri e non a noi, non a me, non alle nostre comunità religiose. Come se si rivolgesse, con la sua proposta di “fraternità” e di “amicizia sociale”, ai fratelli musulmani o alle nazioni in guerra, magari ai popoli in conflitto, a chi non è disponibile all’accoglienza, ai migranti e ai governanti, ai fratelli separati o alle famiglie in difficoltà, eccetera. Senza dubbio, a un universo importante, però, in qualche modo, ci vien da pensare: “ad altri” e non a me, non a noi, è diretta!

            Per noi, addetti alla pastorale, c’è pure il rischio di accogliere il messaggio pontificio prevalentemente come un sussidio o uno strumento per il nostro lavoro sacerdotale e per l’apostolato. E, quindi, ritenere importante l’Enciclica per qualificare il nostro operare nell’ambito ecumenico, per qualche ispirazione all’omelia, per arricchire i nostri sussidi di formazione, per motivare il nostro impegno nella promozione del dialogo e della fraternità in generale. Cose importanti, senza dubbio, ma se è solo così, ci mettiamo “a debita distanza” dal testo, ci stacchiamo e ci mettiamo sul pulpito a fare lezioni agli altri. L’Enciclica diventa un documento… per gli altri e non per me, non per noi!

            Nei tempi odierni - purtroppo anche questo - c’è pure il rischio di qualificare riduttivamente l’Enciclica (sociale, politica, comunista (!)…) e, mossi da pregiudizi, non avere quello spirito libero per ricevere un messaggio cristiano fondamentale per il contesto in cui viviamo. Pertanto, anche qui, il rischio… può essere per gli altri, ma non è per me, non per noi!

            Per capire quanto un atteggiamento distratto o di distacco verso l’Enciclica sia errato, basterebbe ricordare le seguenti parole del Fondatore: “Scopo precipuo della nostra Congregazione è vivere di amore al Papa, e diffondere, specialmente nei piccoli, negli umili, nel popolo, il più dolce amore al Papa, e l’obbedienza piena e filiale alla sua parola, ai suoi desideri.” E precisa ulteriormente: “La nostra sottomissione al Papa non si restringe, quindi, alle definizioni ex cathedra: non si restringe ad una sottomissione sincera ai suoi insegnamenti sotto qualunque forma impartiti (…); non si restringe a seguirne prontamente e con ilare animo o a farne eseguire gli ordini; ma i Figli della Divina Provvidenza devono avere per legge di vivere solo e far vivere le anime di una vita di unione strettissima e dolcissima e filiale col Vicario in terra di Gesù Cristo: onde ogni avviso, ogni consiglio, ogni desiderio del Papa deve essere un comando, e il più dolce comando, per noi.” (05/01/1928).

Contro il “per gli altri; non per me; non per noi”, Don Orione, nella stessa lettera, ci dice: “Facciamoci un grande e dolce obbligo di praticare anche le minime raccomandazioni del Papa.

In sintesi, per noi, Orionini, le cose stanno così: è un dovere carismatico mettere in moto la nostra creatività e la nostra passione ecclesiale per conoscere e divulgare l’Enciclica “Fratelli Tutti” e per proporre, come vuole Papa Francesco, “un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole” (FT 6). Tale compito però non può essere esaudito solo con un’azione di comunicazione e di pubblicità. Per essere credibile, il messaggio richiede la nostra testimonianza di vita: “Vox oris sonat, vox operis tonat! La parola suona, gli esempi tuonano! Le parole muovono, gli esempi trascinano!” (Don Orione, 1923).

 

Le ombre di un mondo chiuso

            Ho letto una volta il racconto del rabbino che ai suoi discepoli pone la domanda: Quando finisce la notte? Voleva farli riflettere su quale è il momento in cui la notte finisce e dà inizio al giorno. Dato che non arrivavano delle risposte soddisfacenti, il maestro proseguì: La notte finisce quando, guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci in lui un fratello. Fino a quel momento sarà ancora notte nel tuo cuore!

L’Enciclica “Fratelli Tutti” parte da questa visione, dalla notte che è nel cuore dell’umanità. È il contenuto del primo capitolo (nn. 9-55) in cui Papa Francesco dice di non aver la pretesa di proporre “un’analisi esaustiva” sulle ombre nel campo della fraternità e nemmeno di “prendere in considerazione tutti gli aspetti della realtà che viviamo”. Ha voluto sottolineare soltanto “alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale”. Così, ci lascia lo spazio per “completare” l’analisi con un esame di coscienza personale e comunitario sulla nostra vita in fraternità per rilevarne le ombre, scoprirne le ferite e, poi, individuare, con l’aiuto della “Fratelli Tutti”, i percorsi di cura e di speranza. In questo modo l’Enciclica può parlare “a me, a noi, alle nostre comunità”.

Nella recente indagine in preparazione al prossimo Capitolo Generale, una delle domande ci provocava a riflettere sulle dinamiche fragili presenti nella Congregazione. Una maggioranza ben espressiva ha sottolineato che siamo carenti nella testimonianza comunitaria e fraterna, dato che abbiamo delle “comunità fragili, poco spirituali, con scarse risorse per gestire i conflitti”. Nei commenti spontanei aggiunti, un buon numero ha evidenziato quanto ci manca il dialogo fraterno, l’amicizia (“i rapporti tra di noi sono diventati istituzionali”); qualcuno ha detto addirittura che tra i religiosi “manca anche la carità”. E altri: sembra che si stia perdendo il senso di essere una famiglia, nel modo in cui voleva il nostro Padre. Come si vede, purtroppo anche noi abbiamo i nostri “Sogni che vanno in frantumi” (FT 10-12).

Questo dato, per quanto non abbia un rigore scientifico, potrebbe indicare, purtroppo, che, negli ultimi anni, non siamo riusciti a raggiungere dei risultati significativi nel nostro vissuto fraterno. Di fatto, l’inchiesta del 2015, precedente all’ultimo Capitolo, ha messo in rilievo la stessa problematica quando ha esaminato la qualità di vita delle comunità orionine. In quell’occasione, il coordinatore dell’indagine, nella sua sintesi, ha messo in confronto due risultati dissonanti, cioè, il fatto che 53% dei partecipanti avevano valutato che le comunità orionine erano “Molto” e “Abbastanza” improntate a “spirito di famiglia” (pertanto, un giudizio positivo), mentre un percentuale simile (52.8%) ha valutato, negativamente, che le comunità orionine erano “Poco” e “Per nulla”, “comunità di vita fraterna”. L’interpretazione del Coordinatore per questa dissonanza nella stessa domanda è stata questa: “Si potrebbe dire che lo spirito di famiglia non si traduce in relazioni e vissuto fraterno o che la comunità improntata a spirito di famiglia non si esprime in relazioni fraterne.” Da qui può venire il sospetto che il nostro “spirito di famiglia” sia più un marchio congregazionale forte, trasmesso dal Fondatore, solo potente per la comunicazione, ma non tradotto quotidianamente in atteggiamenti vitali di fraternità. 

In un tempo in cui si parla tanto degli effetti del Coronavirus, sembra che un altro virus, attacchi il sistema comunitario e fraterno e manifesterebbe i suoi sintomi nelle nostre case, comunità e ambienti di vita. Questo virus sarebbe in grado, particolarmente, di rovinare i rapporti tra di noi, rendendoli “strani amori fraterni”, quelli in cui ci rende fisicamente l’uno accanto all’altro, ma affettivamente, lontani; si abita vicini e non si riesce a immaginare che, delle volte, il confratello della porta accanto ha bisogno solo di una minima apertura, di un sorriso, di un poco di tempo, per consegnarsi, fiduciosamente.

Questo virus avrebbe il rischio gravissimo di contagiare anche “il servizio dell’autorità e dell’obbedienza” in modo da condizionare la visione che alcuni potrebbero avere del “superiore” e non sentirlo più come un “padre” o “fratello maggiore”, disponibile e “alla mano”, chiamato ad esercitare “il compito di essere segno di unità e guida nella ricerca corale e nel compimento personale e comunitario della volontà di Dio” (cfr. Faciem Tuam, 1). Forse, a contribuire ad un’immagine “dura” del “superiore” è stato lui stesso, impostando la sua missione come di “un’autorità” autoreferenziale, quasi esclusivamente, disciplinare e mancante di qualità di ascolto e di condivisione. Sono sicuro che a qualche confratello è mancato, da parte del Superiore, una reazione inattesa, non convenzionale, disarmante, nello stile di quell’abbraccio eternizzato nella Parabola del Figlio Prodigo; in questi casi, si è preferito partire con il rigorismo della disciplina, della “faccia dura”, invece di un disarmante gesto di accoglienza, che può generare conversione e ottenere dei risultati molto più soddisfacenti.

Non è facile riconoscerlo, ma in alcune situazioni della nostra vita, sembra mancare anche una qualità basilare del cristiano maturo, cioè l’esercizio del perdono e della riconciliazione tra noi, del superamento dei conflitti, anche personali, con il dialogo che evita la rottura delle relazioni, della correzione fraterna, fatta con giustizia e carità o come direbbe Don Orione, “fatta come vuole il Vangelo: inter te et ipsum solum” [tra te e lui solo], che completa: “Quando non si può dire bene di alcuno, si tace” (14/07/1939).

Queste situazioni sono molto gravi e non appartengono – Grazie a Dio! –al vissuto della stragrande maggioranza dei confratelli e delle comunità. Dobbiamo solo, forse, stare più attenti ad alcune altre situazioni meno gravi, che finiscono per indebolire, progressivamente, l’intensità dei nostri rapporti di fraternità.

Mentre la tecnologia ci unisce sempre più agli altri, c’è il rischio di isolarci sempre più dietro i video e messaggini dei nostri dispositivi elettronici. E così, passare la giornata collegati con un mondo virtuale, con gli “amici” delle reti sociali, magari anche durante il pranzo (!) o in altri eventi che richiederebbero la mia “totale” presenza. Inoltre, è da stare attenti al fatto che è molto forte, oggi, la tentazione di organizzare i propri spazi di vita, prescindendo dagli spazi e tempi comunitari (cucina, sala di intrattenimento, orario…) e da un aiuto solidario al fratello sovraccaricato di lavoro e di responsabilità. Tentazioni così possono essere superate con una disponibilità collaborativa di cui Suor Maria Plautilla ci è di esempio. Fa bene ricordarla: “In corsia siamo in due sole suore, il lavoro non ci manca, ma andiamo così d’accordo che una cerca di alleggerire l’altra. Quando c’è la carità, come si sta bene” (15/12/1945).

Noi siamo chiamati a dare testimonianza della carità, della “fraternità vissuta” in comunità. Una fraternità fatta di accoglienza, di rispetto, di aiuto reciproco, di comprensione, di cortesia, di perdono e di gioia. E questo, nelle piccole cose quotidiane, ma anche nelle situazioni più elevate, come per esempio, nella convivenza con i fratelli di diverse etnie e nazionalità. La fraternità vissuta tra di noi, particolarmente in queste circostanze, è carismatica perché apre i nostri cuori alla fraternità verso tutti, ad avere un “Cuore senza confini!”.

Credo proprio che l’Enciclica ci possa essere di aiuto per un rilancio del primato delle relazioni fraterne. Come ci ha insegnato il Papa, le ombre non vanno ignorate, ma affrontate, nella consapevolezza che ci sono anche tanti motivi di speranza e di gioia. È importante il parlare chiaro tra di noi, identificando e combattendo le fragilità e debolezze della nostra vita, prendendo delle decisioni in comunità, per aiutarci a camminare insieme, nella speranza (cfr. FT 54-55). È in questo modo che la “Fratelli Tutti” parlerà a me, a noi, alle nostre comunità. In tale operazione è in gioco la credibilità delle nostre parole e della nostra testimonianza in quanto consacrati, per evitare quel giudizio severo: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.” (Mt 23, 3-4).

 

La vita fraterna come missione

Per lo stile di vita che abbiamo scelto, siamo chiamati a confrontarci, spesso, con il comandamento nuovo, il comandamento che rinnova tutte le cose: “Amatevi come io vi ho amato (Gv 15,12).” Accade però che, in alcune circostanze, il “dover fare comunità” o le esigenze della “vita fraterna in comune” possono essere sentite come un peso, forse anche come una perdita di tempo, in ordine ad altre priorità del nostro apostolato.   

Due Istruzioni della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata ci vengono, però, in aiuto. L’Istruzione “Faciem Tuam” del 2008 (cfr. §22) ci ricorda che “il tempo dedicato a migliorare la qualità della vita fraterna non è tempo sprecato, poiché, tutta la fecondità della vita religiosa dipende dalla qualità della vita fraterna.” Quindi, lo sforzo per vivere bene è parte integrante della missione, dal momento che “la comunione fraterna, in quanto tale, è già apostolato”. L’ha detto il proprio Signore: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. (Gv. 13,35).

L’altra Istruzione, intitolata “La Vita Fraterna in Comunità”, che anche se è del 1994, ma che non ha perso la sua importanza, soprattutto per il modo chiaro e didattico in cui tratta il tema, è ancora più incisiva e diventa adesso attuale nel contesto dell’accoglienza della “Fratelli Tutti”. Vale la pena mettere in rilievo, “sine glossa”, il n. 56 dell’Istruzione:

“La comunità religiosa, conscia delle sue responsabilità nei confronti della grande fraternità che è la Chiesa, diventa anche un segno della possibilità di vivere la fraternità cristiana, come pure del prezzo che è necessario pagare per la costruzione di ogni forma di vita fraterna.

Inoltre in mezzo alle diverse società del nostro pianeta, percorse da passioni e da interessi contrastanti che le dividono, desiderose di unità ma incerte sulle vie da prendere, la presenza di comunità ove si incontrano come fratelli persone di differenti età, lingue e culture, e che rimangono unite nonostante gli inevitabili conflitti e difficoltà che una vita in comune comporta, è già un segno che attesta qualche cosa di più elevato che fa guardare più in alto.

Le comunità religiose, che annunziano con la loro vita la gioia e il valore umano e soprannaturale della fraternità cristiana, dicono alla nostra società con l’eloquenza dei fatti la forza trasformatrice della Buona Novella”.

 

Come il buon samaritano, con l’olio dell’affetto fraterno

È quasi centenaria una parola che Don Orione ha pronunciato ai chierici e ai sacerdoti della Casa Madre, riuniti in Cappella l’8 ottobre 1923: “Mi è caro oggi parlare della carità fraterna e desidero venire al pratico.

La sua praticità parte da una situazione di vita: “Quando si assistono i moribondi, e specialmente i padri di famiglia che devono abbandonare i figli, quali sono le raccomandazioni più insistenti ed amorevoli che essi loro fanno? «Amatevi, non litigate per la roba, aiutatevi, siate tutti per uno e uno per tutti.» E quando sorgono tra fratelli questioni, c’è sempre chi salta su a ricordare le parole dei vecchi genitori moribondi che raccomandavano l’unione, e soggiungono: fatelo per amore dei nostri genitori, per amore del papà e della mamma... Ora se questo si fa nelle famiglie, a maggior ragione dobbiamo farlo noi.”

L’impegno di vivere da “Fratelli Tutti” lo realizziamo anche in memoria dei desideri, dei sogni e delle parole del nostro Padre, per il quale la sua tristezza più grande è, sicuramente, non vedere i figli in piena comunione. Quindi, il nostro impegno di fraternità è anche per amore a lui, che dobbiamo viverlo come una missione carismatica, in vista di dare testimonianza al mondo che è possibile il sogno di una società più fraterna, come ha prospettato il Papa nell’Enciclica.

Per realizzarlo, ecco alcuni punti di attenzione, percorsi e dinamismi da intraprendere, che raccolgo dalla “Fratelli Tutti” e dalle parole del Padre:

- Se è vero che siamo “Fratelli Tutti”, siamo anche “Fragili Tutti”: il dono della fraternità e dell’amicizia è da chiedere al Signore perché “senza di lui non possiamo fare nulla”; senza l’aiuto che viene dal Signore, dal nostro rapporto con Dio, prevale la nostra fragilità  e può venire meno la nostra fraternità. Per questo, “con l’orazione potremo tutto; senza orazione non potremo niente. È con l’orazione che si fanno le cose.” Dice Don Orione in un testo raccolto nell’articolo 66 delle nostre Costituzioni, sicuramente pensando alla preghiera personale, alla preghiera comunitaria e alla preghiera liturgica con i fedeli.

- “Come il buon samaritano, con l’olio dell’affetto fraterno”: è una parola di Don Orione che si collega a una parte importante dell’Enciclica, quella in cui il Papa fa una lectio divina della Parabola del Buon Samaritano. Se la fraternità è un dono da chiedere al Signore, essa è anche un progetto da realizzare con degli atteggiamenti di vicinanza, di iniziative, di comprensione, di aiuto reciproco, di condivisione e di riconciliazione.

- C’è bisogno di una comunità che ci sostenga!: Lascio la parola al Papa e vi chiedo, nello spirito di questa mia lettera, di accoglierla come un riferimento specifico ai principi della nostra consacrazione: «Nessuno può affrontare la vita in modo isolato. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme.» (FT 8). Queste parole ci fanno pensare a un lamento di Don Orione: “…mi parli di corsi d’acqua e di macchine, etc., ma che m’importa, o figliolo mio, di tutto questo, se tra di voi non c’è l'unione e la carità, e chi se n’é andato da una parte e chi vuole andarsene da un'altra?” (1916)

- Recuperare la gentilezza! Potrebbe valere anche per noi, per i nostri rapporti fraterni, per affrontare le grandi e difficili problematiche, la valorizzazione di un gesto così semplice e allo stesso tempo molto efficace: la gentilezza. Di fatto, dice il Papa, essa “è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, è una liberazione dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, è una liberazione dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire «permesso», «scusa», «grazie».” Ciascuno di noi può essere un religioso così: “gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza.” (FT 224). E il nostro Santo completa: “La carità trova la sua felicità nello spargere e irradiare attorno a sé la bontà, la mitezza, la gentilezza: una cosa desidera: immolare sé stessa per fare la felicità e la salvezza degli altri a gloria di Dio.” (1934).  

- L’arte dell’incontro e del dialogo: L’unica volta, nell’Enciclica, che Papa Francesco usa la parola “scisma” è per definire la distanza tra il singolo e la comunità umana (cfr. FT 31). Tuttavia, sembra la parola giusta per interpretare tante altre situazioni che noi viviamo e che richiederebbero inversione di rota: dallo scisma all’unione, dalla rottura alla ricomposizione, dalla separazione all’incontro, dal rifiuto dell’altro all’ascolto empatico e al dialogo assertivo. Il testo pontificio è pieno di riferimenti che valorizzano questi passaggi: “Il mettersi seduti ad ascoltare l’altro, caratteristico di un incontro umano, è un paradigma di atteggiamento accogliente, di chi supera il narcisismo e accoglie l’altro, gli presta attenzione, gli fa spazio nella propria cerchia.” (FT 48); “Venendo meno il silenzio e l’ascolto, e trasformando tutto in battute e messaggi rapidi e impazienti, si mette in pericolo la struttura basilare di una saggia comunicazione umana.” (FT 49); “Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo ‘dialogare’. Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare.” (FT 198).

Tutto questo, al di là di essere un discorso meraviglioso e di ispirazione ecclesiale e religiosa, lo dobbiamo sentire come un appello per una conversione vera e così riscattare i valori fondamentali della nostra consacrazione, cioè, stare sempre vicini a Dio, fecondare il nostro carisma e creare una vera fraternità tra di noi. Come amava ripetere Don Orione: “La carità ha fame d’azione: è un’attività che sa di eterno e di divino. La carità non può essere oziosa.” Per questo: Ave Maria e avanti!

Fraternamente,

P. Tarcisio Vieira
Direttore generale

24 Marzo 2020
Da Orionini, quali contributi in questa situazione di emergenza
Messaggio di Padre Tarcisio Vieira, Direttore generale dell’Opera Don Orione, agli Orionini.
21 Novembre 2019
AGV 2019. Presentazione del Documento finale
Presentazione del Documento Finale dell'Assemblea Generale di Verifica 2019.
22 Febbraio 2019
“Dacci, o Signore, il cuore di Don Orione”
Formazione: “sostanza e non apparenza”, per una Congregazione in uscita.
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