Niente spirito triste, niente spirito chiuso: sempre a cuore aperto, in spirito di umiltà e di bontà, di letizia.
Sabato, 23 Settembre 2017
Beato Francesco Drzewiecki
Il martirio ha il nome di coloro che si sono sacrificati, sopportando e offrendo la propria vita piuttosto che rinunciare alla propria fede religiosa. Ed il martirio ha il nome di don Francesco Drzewiecki, eliminato a Dachau il 13 settembre 1942.

Al lager di Dachau è legata una delle pagine più tragiche e gloriose del Clero polacco: in esso furono reclusi ben 1780 ecclesiastici e di essi 868 vi trovarono la morte. La Chiesa non ha esitato a esaminare gli eventi nella ricerca degli elementi sufficienti per dare a molte vittime la gloriosa corona del martirio. Pensiamo a Massimiliano Kolbe, Tito Brandsma e ad Edith Stein, tra i più noti di una eroica schiera di testimoni di Cristo, periti nei lager. 

I martiri di questi campi non ebbero troncata la vita con un attimo pur eroico di sofferenza: si trattò di un lungo calvario fatto di umiliazioni, ingiurie, maltrattamenti, che prepararono e determinarono spesso l'olocausto conclusivo finale. Tra gli eroici testimoni della fede e della carità cristiana morti a Dachau, brilla di eminente splendore la figura di Mons. M.Kozal, vescovo di Wloclawek, e la corona di "socii martyres", con lui morti a Dachau. Per 108 di fu introdotta la causa di beatificazione che ha portato a provare la loro esemplarità eroica sia nel martirio e sia nella loro vita cristiana. E martiri e beati sono stati riconosciuti da Giovanni Paolo II con decreto del 26 marzo 1999 e con la solenne celebrazione a Varsavia, il 13 giugno successivo. Sono di 17 Diocesi, dell’Ordinariato militare e di 22 Congregazioni religiose: 3 vescovi, 52 sacerdoti diocesani, 26 sacerdoti religiosi, 2 chierici, 8 fratelli professi, 8 suore e 9 laici. L'orionino Don Francesco Drzewiecki è uno di questi. 

Nato a Zduny, il 26.2.1908, Francesco entrò adolescente nel seminario di Zdunska Wola (città di San Massimiliano Kolbe) per realizzare la sua vocazione sacerdotale e religiosa nella Piccola Opera della Divina Provvidenza del beato Don Luigi Orione. Dopo gli studi liceali e filosofici, nel 1931 andò in Italia, nella Casa madre di Tortona, per il noviziato e gli studi della teologia. Fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1936. Spese le sue primizie sacerdotali al Piccolo Cottolengo di Genova-Castagna, una istituzione per handicappati gravi, dove era anche formatore di un gruppo di "vocazioni adulte". Ritornato in Polonia sul finire del 1937, Don Francesco continuò la sua attività di educatore nel collegio di Zdunska Wola. Nell'estate del 1939 fu chiamato ad occuparsi della Parrocchia "Sacro Cuore" e del Piccolo Cottolengo di Wloclawek. Qui lo sorpresero i noti e tremendi eventi bellici, scantenatisi a partire dall'invasio-ne tedesca del 1° settembre 1939. 

L'occupazione nazista si trasformò ben presto in persecuzione religiosa, realizzata in modo sistematico e particolarmente violento nella Polonia cattolica. Il 7 novembre di quel 1939, Don Drzewiecki e quasi tutto il Clero della diocesi di Wloclawek, compresi i seminaristi e il Vescovo Mons. M. Kozal, furono arrestati e tradotti in carcere. Iniziava una lunga via crucis di umiliazioni e di sofferenze: Wloclawek, Lad, Szczyglin, Sachsenhausen e infine Dachau. Dai compagni di lager fu ricordato come "l'uomo che edificava con la sua cortesia e premura", secondo l'espressione di Mons. F.Korszynski nel suo noto libro Jasne promienie w Dachau (Pallottinum, Poznan) p.193. Internato a Dachau il 14 dicembre 1940, Don Franciszek Drzewiecki, dopo due anni di stenti, di privazioni, di lavori forzati e di nobile presenza umana e religiosa, fu eliminato perché "invalido a lavorare". Morì il 13 settembre 1942. Aveva solo 34 anni: 6 di sacerdozio. 

Tante sono le testimonianze della nobiltà e santità d'animo di Don Drzewiecki, spicca quella di Don Jozef Kubicki, anch'egli Orionino e chierico di 24 anni al momento della reclusione a Dachau. Don Kubicki racconta: "Al campo di concentramento, don Drzewiecki era stato destinato alle piantagioni. Doveva fare lunghe ed estenuanti marce di trasferimen-to a piedi, lavorare sotto sole, pioggia, vento. Venne il tempo in cui don Drzewiecki, si indebolì e si ammalò gravemente. Gli mancavano le forze per camminare. Andò al revier (infermeria). Mentre don Drzewiecki si trovava al revier è venuta una Commissione e tutti quelli che non erano in grado di lavorare ("i mussulmani", li chiamavano) li eliminavano: o venivano gasati o uccisi con altri modi. Fu così che don Drzewiecki fu iscritto per il trasporto di invalidi". Quei viaggi terminavano al forno crematoio. Con il trasporto del 10 agosto 1942, egli fu portato per l'eliminazione con il gas al Castello di Hartheim, nei pressi di Linz.

"Era mattino presto. Avevo finito il turno notturno di lavoro. Nella strada principale del lager avevano radunato gli invalidi per il carico dell'invali-dentrasport. Don Francesco, pur sapendo di rischiare, attraversò la strada e mi venne a dare l'addio. Ha bussato alla finestra e io sono saltato su dal giaciglio. Don Drzewiecki mi disse: Giuseppino, addio! Partiamo. Ero tanto abbattuto che non riuscivo a dire neanche una parola di rammarico. E don Drzewiecki continuò: Giuseppino non ti dar pena. Noi, oggi, tu domani... E con grande calma disse ancora: Noi andiamo... Ma offriremo come Polacchi la nostra vita per Dio, per la Chiesa e per la Patria" (da Due Orionini al Lager.  Memoriale, Roma, 1997). 

Don Drzewiecki manifestò in questo supremo e drammatico momento di essere buon pastore "pronto a dare la vita per le sue pecore" (Gv 10,11) e lo espresse nell'offrire, coscientemente e liberamente, quella vita che, all'apparenza dei fatti, gli era tolta iniquamente. Come Gesù. "Io offro la mia vita e poi la riprendo. Nessuno me la toglie; sono io che la offro di mia volontà" (Gv 10,17-18). Per don Drzewiecki, "agnello mansueto condotto al macello", la conformazione a Cristo, raggiunge il suo apice in quel saluto, prima di salire sul convoglio dell'invalidentrasport: "Per Dio, per la Chiesa e per la Patria".

La carità, frutto della sua abituale unione con Dio, fu il tessuto della sua vita. Lo rese prima chierico esemplare, poi educatore e pastore zelante, infine, lo sostenne ed esaltò nella terribile prova e morte nel lager.


BIBLIOGRAFIA

Korszynski Franciszek, Jasne promienie w Dachau, Pallottinum, Poznan, 1957.  Korszynski Franciszek, Un Vescovo polacco a Dachau, Morcelliana, Brescia, 1963.

Peloso Flavio - Borowiec Jan, Don Francesco Drzewiecki. N. 22666: un prete nel Lager, Ed. Borla, Roma, 2a ed. 1999; Peloso Flavio - Borowiec Jan, Ks. Franciszek Drzewiecki. N. 22666: swiatlo w ciemnosciach Dachau, Michalineum, Warszawa, 1999.

Due Orionini al lager di Dachau. Il Notes di Don Franciszek Drzewiecki. Il Memoriale di Don Jozef Kubicki, a cura di F. Peloso, Archivio generale Don Orione, Roma, 1997.

Peloso Flavio, Blogoslawiony Ks. Franciszek Drzewiecki orionista z Wloclawka, in “Studia Wloclawskie”, 4/2001, p.355-358.

Tomasz Kaczmarek – Flavio Peloso, Luci nelle tenebre. I 108 martiri della Chiesa in Polonia: 1939-1945, Michalineum, Varsavia, 1999.


Don Flavio Peloso

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