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Domenica, 21 Luglio 2019
22 Febbraio 2019
“Dacci, o Signore, il cuore di Don Orione”
Formazione: “sostanza e non apparenza”, per una Congregazione in uscita.

 

 

“Dacci, o Signore,
il cuore di Don Orione”

Formazione:
sostanza e non apparenza”,
per una Congregazione in uscita.

 

 

 

 

Roma, 21 Gennaio 2019

Carissimi Confratelli,

 

Dal 5 al 10 novembre 2018, i Figli della Divina Provvidenza, insieme alle Piccole Suore Missionarie della Carità, hanno realizzato a Roma, nella Casa Tra Noi, il Convegno sulla Formazione.

In questo fascicolo degli Atti vengono pubblicate le conclusioni del Convegno, che ha contato sulla partecipazione di 26 Religiosi, 16 Suore, 2 rappresentanti dell’Istituto Secolare Orionino e altre 2 dell’Istituto Maria di Nazareth, insieme a 1 membro del Movimento Laicale Orionino. Quindi, tutta la Famiglia Carismatica era rappresentata per ascoltare l’invito del Padre Fondatore: “Io ti esorto con affetto di padre a cercare la sostanza della vita e non l’apparenza”.

Questo evento del sessennio di governo, organizzato insieme alle nostre Suore, è stato preparato e condotto dai vicari generali, Don Oreste Ferrari e Sr. M. Sylwia Zagórowska. A loro il ringraziamento di tutti noi perché, da quando hanno iniziato le attività di preparazione, ci hanno insegnato a rivolgere a Dio la preghiera: “Dacci, o Signore, il cuore di Don Orione”.

All’apertura del Convegno, ho condiviso con Madre M. Mabel Spagnuolo, una relazione introduttiva ai lavori. Riprendo qui i punti di questa relazione, in particolare quelli che toccano da vicino la vita dei Figli della Divina Provvidenza. La relazione era divisa in tre parti, che mantengo:

  1. Quel tuo cuore… Don Orione”: per richiamare alla memoria qualche aspetto importante del cuore formativo di Don Orione;
  2. Stiamo perdendo il cuore”: per presentare la valutazione del Capitolo generale dal punto di vista della formazione;
  3. Dacci, o Signore, il cuore di Don Orione”: per ricordare alcune sfide odierne per la formazione nella Famiglia orionina.

 

A. “Quel tuo cuore… Don Orione!”

Descrivere il cuore di Don Orione, anche se fosse solo dal punto di vista formativo, non è impresa semplice. Don Gaetano Piccinini, nel libro che ha come titolo l’espressione di cui sopra (“Quel tuo cuore… Don Orione!”), faceva notare che fare un ritratto del Fondatore è “compito arduo quasi temerario” e P. Giuseppe de Luca, intenzionato alla stessa iniziativa, ha dovuto riconoscere che “avvicinare le anime che Dio privilegia, è quasi come affacciarsi a un abisso”. E questo sicuramente perché, Don Orione, “Non era l’uomo dalle pose, ma dalle mosse, dal dinamismo sempre urgente per le vie serenatrici del bene”.[1]

Non essendo possibile descrivere interamente “quel cuore”, perché “senza confine”, possiamo tuttavia cogliere alcuni aspetti che ci possano aiutare a riflettere e a raggiungere l’obiettivo di questo Convegno, identificando “tra tanti valori importanti per i percorsi formativi, alcuni valori particolarmente significativi su cui porre attenzione nella formazione” (dall’obiettivo del Convegno).

Un aspetto rilevante della personalità di Don Orione è sicuramente il fatto che manteneva il suo “cuore” in un movimento continuo, permanente: “Non era l’uomo dalle pose, ma dalle mosse…”, ha scritto Don Piccinini.

San Giovanni Paolo II, nell’omelia della beatificazione (26/10/1980), è andato oltre e ha accostato il cuore di Don Orione al cuore di San Paolo, il grande apostolo e missionario della Chiesa: “tenero e sensibile fino alle lacrime, infaticabile e coraggioso fino all’ardimento, tenace e dinamico fino all’eroismo, affrontando pericoli d’ogni genere, avvicinando alte personalità della politica e della cultura, illuminando uomini senza fede, convertendo peccatori, sempre raccolto in continua e fiduciosa preghiera”.

Di recente è stato Papa Francesco ad avvicinarsi al nostro Fondatore nel citare il suo nome in un discorso al clero e ai consacrati della diocesi di Genova (27/05/2017), sigillando con una espressione orionina uno stile di vita, un dinamismo che mantiene il cuore in costante movimento.

Rispondendo a una domanda per identificare il criterio fondamentale per “vivere un’intensa vita spirituale”, Papa Francesco diceva che il segreto è “imitare lo stile di Gesù”. E come era questo stile? – interroga il Papa. “La maggior parte del tempo Gesù lo passava per la strada. Questo vuol dire vicinanza alla gente, vicinanza ai problemi. Non si nascondeva. Poi, alla sera, tante volte si nascondeva per pregare, per stare con il Padre”.

Ecco il dinamismo equilibrato del cuore sempre in movimento: mantenere l’armonia tra il “non nascondersi dalla gente” e il “nascondersi per la preghiera”. Tuttavia, avverte il Papa, essere “sempre in cammino” comporta il rischio di essere “esposto alla dispersione, a essere frantumato”. Ma, “Non dobbiamo avere paura del movimento e della dispersione del nostro tempo. La paura più grande alla quale dobbiamo pensare è una vita statica (…) Io ho paura del [formatore/formando] statico. Ho paura. (…) Il [formatore/formando] che ha tutto pianificato, tutto strutturato, generalmente è chiuso alle sorprese di Dio e perde quella gioia della sorpresa dell’incontro. Il Signore ti prende quando non te l’aspetti”. Per cui, “Un primo criterio è non avere paura di questa tensione che ci tocca vivere: noi siamo in strada, il mondo è così. (…) Un cuore che ama, che si dà, sempre vivrà così”. E per rafforzare il concetto, il Papa continua il discorso dicendo della necessità di impostare la vita sotto la prospettiva dell’incontro: “Tu, [formatore/formando], ti incontri con Dio, con il Padre, con Gesù nell’Eucaristia, con i fedeli: ti incontri. (…) Stai in silenzio [davanti al Signore], ascolta cosa dice, cosa ti fa sentire… Incontro. E con la gente lo stesso. (…) Lasciarsi stancare dalla gente; non difendere troppo la propria tranquillità”. E conclude con la menzione al nostro Fondatore: “il [formatore/formando] che conduce una vita di incontro, con il Signore nella preghiera e con la gente fino alla fine della giornata, è ‘strappato’, san Luigi Orione diceva ‘come uno straccio’ ”.

Era così il nostro Fondatore! Utilizzando un’immagine simbolica molto ricca, possiamo affermare che nel “cuore” di Don Orione troviamo questo duplice movimento di sistole e diastole a cui accennava il Papa: si concentra per incontrare il Signore e subito si apre, uscendo da sé stesso per amore, per rendere testimonianza a Gesù; cioè, nella sua vita si realizza il dinamismo, ma anche la tensione, della sistole del “solo Dio” e della diastole del “fuori della sagrestia”, come lui stesso ha manifestato nel 1924 con un’altra espressione: “voglio stare nascosto nel Cuore di Gesù Crocifisso, ma andare per le strade e per le piazze col fuoco della carità[2].

Da queste prime sottolineature si capisce che il compito formativo, in particolare per chi vuole avere il “cuore di Don Orione” (Dacci, o Signore, il cuore di Don Orione), non è cosa facile, né semplice, meno ancora automatica. In verità, è giusto parlare di un processo formativo che dura tutta la vita (formazione continua) e che richiede la messa in atto, già nel periodo iniziale, di una formazione che pretenda essere “formazione del cuore”[3], trasformazione della persona, un processo nel quale il soggetto in formazione si consacra totalmente a Dio nella sequela di Cristo, a servizio della missione.

La formazione secondo il cuore di Don Orione significa, in particolare:

- Un cuore pieno di Dio, Primato della vita spirituale: Solo Dio! Chi nella formazione non conosce quella pagina autobiografica, del 1899, intitolata “Lavorare cercando Dio solo”? [“Ieri mi trovavo nella camera di un buon prete e là mi cadde lo sguardo su queste parole: Dio solo!”] È da qui che si deve partire per conoscere il cuore del Fondatore. In un certo senso è lui stesso che provoca questa lettura iniziatica: “Lavorare sotto lo sguardo di Dio, di Dio solo! Oh! sì c’è in queste parole tutta la regola nuova di vita, v’è tutto ciò che basta per l’Opera della Divina Provvidenza: lo sguardo di Dio! Bisogna incominciare vita nuova, e bisogna incominciare da qui: lavorare cercando Dio solo! Lavorare sotto lo sguardo di Dio, di Dio solo!”. Per Don Orione, “amare veramente il Signore, la Madonna, le cose sante, la Chiesa”, cioè, impegnarsi per raggiungere la “misura alta della santità”, era un’idea fissa. E raccomandava lo stesso atteggiamento ai Chierici: “Sapete cosa significa essere fissati in una cosa? Vuol dire non veder altro, non amare altro, non voler altro che quella cosa... Noi dobbiamo essere fissati unicamente in quello che riguarda l’amore e la gloria di Dio e della Vergine santissima e la salvezza delle anime... qual era lo stato della Madonna verso Gesù? Voi lo sapete: non viveva altro che per Lui! Non parlava che di Lui e per Lui, soffriva e pregava volentieri per Lui; direi, pensava quello che pensava Gesù - se gli fosse stato possibile - tanto il suo amore desiderava essere vicino in sentimenti, pensieri e affetti a quello di Gesù... vivere all’unisono, in tutto, con Gesù”.[4] Quindi, riconoscere il primato della vita spirituale, dedicando energie e tempo alla crescita spirituale dei formandi e, con loro, vivendo un rapporto intimo con il Signore nella celebrazione dei Sacramenti, nella lettura orante della Parola di Dio, nei momenti fissi di preghiera comunitaria e personale, etc. Particolare attenzione dovrebbero avere i formatori a dare compimento a un’iniziativa proposta dall’ultimo Capitolo: “Sviluppare una metodologia di spiritualità orionina, utilizzando, per esempio, il sussidio ‘Sui Passi di Don Orione’”.[5]

- Un cuore “comunitario”: Correva l’anno 1916; in Europa era scoppiata la guerra e Don Orione scrive una lettera a Don Carlo Dondero sulla qualità della vita fraterna nella comunità di Mar di Espanha (la prima apertura fuori Italia): “non posso nasconderti tutta la pena che ho sofferto e che soffro nel constatare dolorosamente che codesta povera casa è sempre come un mare in tempesta, e nel sentire dalla tua stessa lettera del 19 gennaio che nessuno va d’accordo con te, e che quindi non c’è tra di voi, o figlioli miei in Gesù Cristo quella unione e quella vera concordia degli animi e carità fraterna di Gesù Cristo. […] La guerra mi porta via tutti i sacerdoti come porta via tutti o quasi tutti i chierici che tu hai conosciuti. […] Però mi fa più pena la vostra disunione che le privazioni e sofferenze che portiamo qui per la guerra. […] È vero che tu mi dai buone notizie dei prodotti di fagioli, di riso: mi parli di corsi d’acqua e di macchine ecc., ma che m’importa, o figliolo mio, di tutto questo, se tra di voi non c’è l’unione e la carità, e chi se n’è andato da una parte e chi vuole andarsene da un’altra? […] Come pretendete di essere Apostoli di fede e di pace e di amore di Dio, se la pace neanche è tra di voi, e non tra di voi è la carità di Gesù Cristo?[6] Questa situazione limite, affrontata da Don Orione, ci mette in stato di attenzione non solo perché ci dà la possibilità di conoscere il cuore del Fondatore, ma anche per intendere che la “formazione alla fraternità” è un aspetto essenziale del percorso formativo. E si potrebbe dire di più: non solo essenziale, ma “sostanziale” e “vitale”. Vedremo più avanti che la questione della “comunitarietà” è una grande sfida per i tempi attuali in cui prevalgono l’individualismo e l’isolamento, in una cultura che mette in risalto – eccessivamente – la persona (l’individuo), minando alla base i valori della “vita fraterna in comunità”, in particolare, la collaborazione, il dialogo, la capacità di armonizzare bisogni personali e bisogni comunitari. Sappiamo che non è compito facile per i formatori, oggi, motivare all’elaborazione del progetto comunitario, ma nemmeno al progetto personale, inteso come strumento di discernimento per favorire una crescita vocazionale. Purtroppo, oggi, ognuno vuole “essere «il proprio progetto», decidere chi vuole essere, assumersi le proprie scelte a partire dalle regole che si è dato”.[7] Per questo è necessario contemplare sempre di più il “cuore fraterno” di San Luigi Orione e lasciarsi guidare dalla sua pedagogia e metodo: formare i singoli continuamente e per diverse vie a relazioni interpersonali soddisfacenti (anche con una parola, un sostegno, un incoraggiamento), promuovere l’ascolto fraterno della Parola di Dio e essere “assidui nella frazione del pane”, celebrare all’interno delle comunità formative la riconciliazione fraterna, stimolare il dialogo nei raduni comunitari e promuovere il discernimento comunitario.

 

B. “Stiamo perdendo il cuore”

L’espressione è grave e potrebbe essere contestualizzata nell’ambiente ospedaliero, in una sala operatoria durante un intervento cardiaco. Ma potrebbe essere anche l’espressione che ben definisce alcune situazioni-limite del nostro contesto religioso-orionino in cui verifichiamo, con preoccupazione, il perdere dell’entusiasmo per i valori della vita consacrata o della passione per l’apostolato carismatico. Di fatto, se il cuore non brucia i piedi non camminano. E per questo rimaniamo tristi vedendo qualche confratello che sembra vivere una vita statica, comoda, depressa e fredda. Purtroppo, sono situazioni in cui si verifica il rischio di non avere più il cuore “né nella Chiesa, né nella sagrestia”, cioè di non avere più il cuore “là dove è l’ostia” e di venire a mancare “un’anima”, “di perde il cuore”, cioè la mistica che può dare forti motivazioni per la vita in comunità, per le attività, per il lavoro apostolico, e soprattutto per far sì che la carità non sia ridotta a semplice gesto di filantropia.

Davanti ad alcune situazioni di fallimento o di difficoltà sia nell’ambito personale del religioso o in quello comunitario, si è soliti ad attribuire la colpa alla formazione, ai formatori, il “capro espiatorio” responsabile per il malessere formativo o persino per qualche abbandono o grave problema. Non dobbiamo essere di quei catastrofici che credono che tutto sia colpa dei formatori o che tutto va male o che bisogna cambiare tutto nella formazione. Anzi, non ci dobbiamo stancare di valorizzare e riconoscere la dedizione e l’impegno dei formatori, la loro passione in un campo così strategico per il presente e il futuro della nostra Famiglia.

Pensando a una valutazione generale della formazione, è bene ricordare quanto è stato presentato nel XIV Capitolo generale. Tengo conto dei 7 temi o aspetti determinanti della riflessione capitolare sulla persona del religioso.

  • L’umanità del Religioso: Una valutazione generale della formazione ci fa dire che siamo cresciuti nella presa di coscienza della cura integrale della nostra persona (salute corporea, psicologica e spirituale), anche se dobbiamo impegnarci di più e crescere nell’accompagnamento reciproco. Il Capitolo ha riconosciuto che la maggior parte dei religiosi si sente felice e soddisfatta della missione e sono molti quelli che manifestano la gioia di essere orionini e di servire la gente. Tuttavia, è possibile anche rilevare qualcuno che manifesta sentimenti di insoddisfazione e di non realizzazione personale. Sfortunatamente, si può individuare qualche confratello che sembra aver fatto un discernimento sbagliato nello scegliere la vita consacrata.
  • Il religioso vive di Dio: Ascoltando le comunità si verifica un riconoscimento della carenza del tempo dedicato all’ascolto e alla meditazione della Parola di Dio, a causa delle dinamiche quotidiane della loro attività. Ciò purtroppo ha causato un certo attivismo nei religiosi e ha assorbito il loro tempo per stare con Dio, con sé stessi e con i confratelli. Siamo poi segnati dall’ individualismo, che può condizionare anche il modo di pregare. Un altro dato problematico pare essere quello di una preghiera meccanica, abitudinaria, che non nutre, una preghiera che si riduce alle pratiche di pietà. La condivisione spirituale è un obiettivo spesso dichiarato negli incontri di Congregazione, ma raramente realizzato nelle comunità. Infine, anche se, negli ultimi anni, c’è stata un’insistenza sull’importanza dell’accompagnamento del Direttore spirituale, la sua figura non è sempre presente nemmeno nelle case di formazione.
  • Il religioso identificato nel carisma: Agli inizi della Congregazione, l’identità carismatica era trasmessa, quasi per osmosi, dalla presenza stessa di don Orione e dei suoi più stretti collaboratori. Successivamente furono anche le opere, nelle quali il religioso si identificava, a dare forma al carisma. Infatti, ogni confratello che entrava in un Piccolo Cottolengo era immediatamente identificato come “orionino”. Oggi, in tempo di grandi cambiamenti epocali, di società liquida, di relativismo e di condizionamenti della pubblica amministrazione, si è offuscata l’identità carismatica delle opere e, parallelamente, del religioso. Abbiamo bisogno di formarci di più nella nostra identità carismatica, di approfondire il senso di appartenenza, e di migliorare la comunicazione e il modo di vivere il carisma tra i Religiosi e i Laici. Specialmente i formandi domandano la possibilità di qualche esperienza più radicale nella linea caritativa e meno istituzionalizzata.
  • La relazione vitale con la Comunità: è vero che ci sono segni di speranza e tanti sforzi in alcune comunità, per vivere, in modo sincero e autentico la fraternità. Tuttavia, molte comunità sottolineano la crescente dicotomia tra l’apostolato e la vita fraterna, segnalando problematiche comunitarie profonde, come fuga dalla comunità, ricerca di riconoscimenti personali, ecc. Si richiede che, nell’ambito formativo, si possa favorire la riscoperta del fascino della Vita Consacrata, tramite la valorizzazione dei suoi pilastri fondanti (esperienza personale con Dio, la vita comunitaria, e la passione per i poveri). È necessario che già dalla formazione iniziale ci si educhi alla comprensione che la base della vita comunitaria è l'incontro con Dio, valorizzando gli strumenti già conosciuti (Lectio Divina, Scuola di preghiera, Esercizi Spirituali, ecc.), inserendo nei momenti comunitari alcune dinamiche di spiritualità che favoriscano la vita fraterna.
  • Il religioso in missione, testimonianza e servizio: La nostra testimonianza di carità nei diversi ambiti della vita apostolica è considerata valida dalla gente, anche se ci sono, purtroppo, situazioni in cui ci è difficile comunicare che Cristo è il senso più profondo del servizio che rendiamo. È importante offrire ai nostri religiosi più giovani una formazione carismatico-evangelizzatrice insieme a qualche competenza tecnico-professionale nei diversi ambiti della nostra missione.
  • L’apostolato congregazionale, dono alla Chiesa: Si percepisce in generale una valutazione positiva che la Chiesa e la società ha delle nostre opere. Con il nostro apostolato mostriamo di essere in sintonia con il messaggio di Papa Francesco nonostante che, in qualche situazione, non riusciamo ad approfondire le conseguenze del suo insegnamento per la nostra missione. Si sente il bisogno di sviluppare una cultura di “autentica appartenenza” a uno stile di vita semplice, gioioso, ed essenziale, formando i nostri religiosi perché facciano una scelta più autentica, si sentano chiamati a essere al servizio del Papa e della Chiesa nelle zone più carenti e dove c’è più dolore e degrado.
  • Verso le periferie esistenziali del mondo: Una caratteristica forte e ancora evidente della nostra Congregazione è lo stile di vita semplice e la capacità di accogliere le persone che vengono da noi. Tuttavia, rimane il rischio di accontentarsi di questo, e di non avere un fronte di azione coraggioso e impegnato nelle grandi cause sociali del mondo di oggi; senza dubbio c’è il rischio di chiudersi nelle nostre opere protette e sicure, garantiti dal lavoro che svolgiamo, senza correre il rischio di avventurarsi sulle sfide più impegnative e “insicure” che chiedono un impegno da parte nostra. Notiamo ancora che tra noi orionini ci sono iniziative isolate di presenza nelle nuove periferie, ma non c’è qualcosa di programmatico e di prioritario della nostra missione. Purtroppo, ci sono religiosi “con le scarpe pulite”, che hanno difficoltà di andare ai poveri, là dove sono. Il nostro stile rivela che siamo di buona accoglienza, ma in alcune circostanze ci manca l'audacia di uscire e di operare nei loro spazi esistenziali.

 

C. “Dacci, o Signore, il cuore di Don Orione”: otto sfide alla formazione orionina nei contesti odierni

La valutazione della nostra realtà a partire dai contenuti offerti dal Capitolo generale ci deve condurre e motivare all’azione. Siamo consapevoli che ci sono tante sfide formative che devono essere affrontate con disponibilità, coraggio, saggezza e profezia.

Ci lasciamo ispirare dal documento “Per vino nuovo, otri nuovi[8] per elencare le principali sfide che toccano alla formazione:

 

1. La sfida dell’attenzione all’umano e all’inculturazione della formazione

La nostra Congregazione ha avuto un fecondo sviluppo missionario, già dal tempo del nostro Fondatore, e questo indica che la “geografia” del carisma possiede le caratteristiche della multiculturalità e, ancora di più, dell’interculturalità. Oggi, praticamente in tutte le nostre comunità, convivono e interagiscono le più svariate nazionalità e culture, rendendo il carisma più ricco e fecondo. Allo stesso tempo questa realtà ineludibile ci mette di fronte alla sfida non solo dell’inculturazione del carisma, ma dell’inculturazione della formazione.

Un processo formativo che non tenga conto delle espressioni culturali è drasticamente condannato al fallimento. La formazione dovrà assolutamente mettere in armonia la dimensione spirituale e la dimensione umano-antropologica, di ogni singola cultura. Questo esige da tutti noi, dice il Documento “Per vino nuovo…”, una “ricomprensione profonda della simbolica del cuore[9].

E guarda caso è ciò che Don Orione già chiedeva a Don Pensa nella lettera di agosto 1920, parlando dell’educazione e chiamando fortemente ad avere un’attenzione a quanto il documento tratta come “simbolica del cuore”: “E così non direte mai: questi veneziani! e qui e là! e in Piemonte si fa così! e a Roma era meglio di qui ecc. ecc. No no, cari figliuoli, ci faremo del male da noi; ci allontaneremo il cuore degli alunni e della gente di dove ci troviamo. Tutto ciò, vedete, che può toccare la suscettibilità delle popolazioni tra cui si è, evitatelo ad ogni costo”.[10]

Don Orione, nella stessa lettera, approfondisce ancora di più il fatto dell’inculturazione, ricordando anche come, perché il Vangelo fosse veramente incarnato, i Santi Cirillo e Metodio, hanno trasformato pure la liturgia: “(…) E i Santi, i grandi Santi Cirillo e Metodio, a fine di convertire gli slavi, non resero slava anche la liturgia? E chiamati a Roma, a difendersi, vennero con umiltà da santi e il Papa approvò e benedisse quanto avevano fatto…”.[11]

Per Don Orione l’inculturazione è fondamentale per arrivare al cuore delle persone, e tale processo è anche fondamentale per “ripensare” la dinamica e il metodo formativo nei luoghi di missione e nelle comunità formative multiculturali. In questo senso la formazione può essere “obiettiva” nei valori da trasmettere, ma sarà assolutamente “soggettiva” nell’esperienza e nel vissuto di quei valori, nell’espressione e nell’incarnazione, nella re-significazione interiore e nello stile di vita conseguente, assunto dalle persone in formazione.

 

2. La sfida del discernimento sulle motivazioni vocazionali

Il discernimento sulle vere e autentiche motivazioni dei candidati è un delicatissimo lavoro che esige dal formatore una conoscenza vera e profonda dei giovani, un cammino graduale di apertura, di dialogo, di duttilità e di fiducia nella mediazione formativa.

Per arrivare a identificare le vere motivazioni vocazionali è necessario che il formatore purifichi la propria mentalità e i preconcetti, stabilisca una relazione formativa basata nella libertà e nella sincerità, e superi l’accontentarsi con l’adesione superficiale ed esteriore di stili, comportamenti e forme collaudate nel passato.

Al riguardo di questo argomento, Don Orione ci offre preziosi spunti di luce nella lettera a Don Cremaschi, del maggio 1933: “Caro Don Cremaschi… Certo non ti posso nascondere che il ripetersi dei casi di Religiosi che, usciti da pochi mesi o da troppo poco tempo dal Noviziato, - chiedono la dispensa dai voti, lascia pensare che non abbiano fatto bene il Noviziato, che non siano stati conosciuti né formati come si deve. Purtroppo, non è la prima volta che mi vedo costretto a fare questa dolorosa riflessione, e già ho dovuto con te manifestarla. Ti prego e ti supplico, caro mio Don Cremaschi, di aprire più gli occhi e di sondare gli individui, di esser meno concessivo, meno tollerante, meno madre pietosa; da te la Congregazione aspetta tutto, dopo Dio: non si cerca che tu pianti dei filari, ma che tu formi dei Religiosi, che la formazione non sia superficiale, non sia una vernice, ma sia una vera formazione, profondamente pia, seria, sostanza e non apparenza”.[12]

E in altra lettera a Don Silvio Parodi scrive: “Bisogna formare la coscienza: non stare alla superficie: non dare una mano di vernice religiosa”.[13]

La Vita Consacrata, oggi, esige di formarci e formare all’autenticità di vita, alla rettitudine di coscienza, alla trasparenza e purezza di cuore, alla coerenza e adesione libera e gioiosa delle esigenze proprie della vocazione ricevuta.

 

3. La sfida di formare ai veri valori del Vangelo e alla profezia

La Vita Consacrata è stata sempre, in tutti i tempi e in tutte le culture, un segno del Regno e dell’amore salvifico di Dio per l’umanità, e anche una provocazione ai sistemi culturali e sociali di ogni epoca.

Oggi più che mai, bisogna formare sulla rocca ferma dei valori del Vangelo e del carisma, mettere delle fondamenta forti e solide nei giovani che oggi nascono e crescono in contesti “liquidi”, inquinati di relativismo, di provvisorietà, di intolleranza e autoreferenzialità. I giovani che accolgono la sfida della chiamata sono aperti e pronti a viverla in tutte le sue conseguenze, ma bisogna essere chiari e veri nella formazione, affinché possano essere in grado di plasmare solidamente la loro vita su quella di Cristo per poter, poi, essere capaci di trasformare anche oggi la cultura circondante. Don Orione lo dice chiaramente: “conformarsi in tutto a nostro Signore Gesù Cristo, vivere Gesù Cristo, vestirsi dentro e fuori di Gesù Cristo”.[14]

Papa Francesco, tra le prime cose che ha voluto dire ai consacrati, ha manifestato che “la caratteristica principale della Vita Consacrata non è la radicalità, ma la profezia”! Si forma per essere radicali nell’adesione, profetici nell’azione e nelle scelte evangeliche e carismatiche, come è stato Don Orione e tutti i Santi. Bisogna formare i giovani per sopportare tutte le condizioni “climatiche” dei tempi (crisi, conflitti, sconfitte…), e per essere innovativi nella testimonianza di santità e di carità.

 

4. La sfida del senso di appartenenza e dello spirito di famiglia

Formare nel vero senso di appartenenza è un processo che dura tutta la vita. Perciò durante l’itinerario della formazione iniziale costituisce una sfida fondamentale far capire ai giovani che il carisma è una realtà dinamica e che, essendo un dono dello Spirito per il bene della Chiesa, non può essere considerato una realtà statica. Direbbe Papa Francesco: “una bottiglia di acqua distillata”, compiuta una volta per sempre dal Fondatore. Il carisma va al di là dei tempi e dei luoghi e, quindi, esige di essere permanentemente riletto e reincarnato nelle nuove generazioni di orionini e di orionine.

La formazione ha il delicato compito di condurre i giovani su una duplice via di fedeltà: fedeltà allo spirito, all’intenzione fondazionale e all’identità carismatica, e fedeltà alla voce dello Spirito che chiama alla rilettura del carisma secondo nuove forme storiche di espressione del carisma, in altre parole fedeltà a Cristo, alla Chiesa, all’Istituto e alla realtà umana, sociale e culturale.

È fondamentale, pertanto, aiutare nella formazione a capire che la vocazione implica l’adesione al progetto carismatico della Congregazione, adesione di cuore e di mente, di spirito e di corpo, perché tutti siamo chiamati ad essere “Don Orione oggi” e a sviluppare il dono del carisma e la missione della Congregazione, in prima persona e insieme.

Allora, crescere nel vero senso di appartenenza significa maturare il senso di responsabilità nello sviluppo del carisma, identificazione totale con l’ideale e la missione, essere parte viva, attiva e fedelmente creativa, non conservando le “forme”, ma incarnando talmente i valori, e si sia in grado di vivere e attualizzare l’esperienza spirituale di Don Orione, la sua esperienza di Dio e della Chiesa, il suo amore e passione per l’uomo, per i più poveri, arrivare a sentire come proprio “il grido dei poveri” e l’urgenza di andare loro incontro “da veri samaritani”, perché vediamo brillare in essi “l’immagine di Cristo”.

Don Orione ha descritto questo in modo veramente bello nel suo discorso, da tutti noi conosciuto, sul “religioso servo e il religioso figlio[15]. Bisogna formare sulla scia del “religioso figlio” che ama la Congregazione come sua tenera madre, e non solo, come sua “famiglia”.

Quindi, anche nella formazione bisogna aprire il cuore dei giovani al senso largo di Famiglia carismatica. L’appartenenza è, in questo senso, appartenenza all’intera Famiglia orionina. Tutti, figli e figlie, consacrati o laici, di uno stesso e unico padre Fondatore.

Crescere nel senso di appartenenza alla Famiglia carismatica implica conoscersi, amarsi, rispettarsi, complementarsi; maturare sempre di più relazioni carismatiche e apostoliche perché ciò che ci unisce, ciò che è la linfa comune è il carisma, i valori, l’ideale e la missione nella Chiesa. È fondamentale che, dal primo momento formativo dei nostri candidati, si faccia sperimentare questo vero senso di Famiglia carismatica e si creino sempre più spazi di unità e di comunione.

 

5. La sfida di formare per la missione carismatica della Congregazione

Anche se è vero che il tempo, specialmente della formazione iniziale, tende a dare priorità agli itinerari di conoscenza dei candidati, di iniziazione nello stile di vita e nei contenuti dei programmi e progetti di formazione, a offrire ai candidati gli spazi concreti (spesso troppo protetti), per la conoscenza di sé, per la preghiera e lo studio, non dobbiamo dimenticare che formiamo per la missione. La Vita Consacrata non è un rifugio o un vivaio, ma un laboratorio di vita che ha come fine l’invio alla missione, ai poveri, al mondo.

Il cuore appassionato di Don Orione e l’identità carismatica che vuole per i suoi, si mettono in evidenza anche in questa lettera scritta ai Chierici di Villa Moffa nel 1927: “Deh! che nessuno di noi abbia da rimproverarsi alle parole che sono in un salmo “io dormii e mi assonnai” (…) Se dunque alcuno di voi comprendesse di essere alquanto atrofizzato ai suoi doveri, di esser vissuto nella indolenza, veda di scuotersi e di darsi ad onorare Dio e a seguirlo con ardore e con ardore di santi religiosi... Diamoci tutti ad amare davvero nostro Signore, che tanto ci ha amati, ad amare la santificazione nostra, la Santa Chiesa e la Congregazione nostra e a prepararle in noi dei figli non indegni, ma degnissimi di cui si possa onorare. (…) Sentiamo in Domino la carità di Gesù che ci incalza e ci preme: “Charitas Christi urget nos!” Chi questa carità che è amore di Gesù e spirito di apostolato non sente, meglio è che lasci la Congregazione, poiché non ne avrebbe lo spirito”. [16]

I programmi della formazione iniziale dovranno essere pensati in chiave apostolica e missionaria. Tutto porta alla missione, al servizio di carità e non si dovrà perdere mai questo orizzonte che, in definitiva, dà il senso all’esistenza della Congregazione. Certamente, questa prospettiva missionaria ci manterrà vigilanti per non cadere nell’autoreferenzialità, nella iperprotezione, nell’idealismo, e neanche nell’evasione e nella chiusura. La “carità”, il contatto con il povero, con la realtà del popolo, l’apostolato, sono tutte vie della formazione.

Il Papa, allora Cardinale Bergoglio, lo ha detto ai FDP in Argentina: “è meglio una congregazione incidentata, che ammalata di chiusura e autoreferenzialità”. Questo vale per le case di formazione: meglio incidentate che ammalate di chiusura! La passione apostolica è parte vitale della chiamata vocazionale di un orionino e la formazione non può soffocarla, anzi, dovrà darle profondità, contenuto, orientamento, ma mai estraniare i giovani dalla missione e dalla vita apostolica.

Maturerà allora la passione per annunciare il Vangelo ai poveri, la disponibilità missionaria, e si uscirà, fin dall’inizio dalla tentazione di accomodarsi e di diventare eterni studenti o studentesse. È importante sì la preparazione professionale e tecnica, ma la prima nostra scuola e università è la carità, sono i poveri. Questo rimane sempre una grande responsabilità dei formatori perché, ciò che non si accende dall’inizio, si rischia che non si accenda mai.

 

6. La sfida di formare alla fraternità, alla comunione e alle relazioni interpersonali

L’elemento fraterno e comunitario è costitutivo della vita religiosa e costituisce oggi una grande sfida, data la fragilità che la cultura globale ha generato nelle persone, specialmente nelle nuove generazioni. I nostri giovani arrivano da questi contesti, dove si promuove prevalentemente l’autosufficienza, la rivalità, l’esaltazione dell’io egocentrico e individualista, la squalificazione e la divisione della famiglia e la cultura di una esasperata comunicazione virtuale. Inoltre, la violenta irruzione di ideologie che tendono a relativizzare l’identità e i valori fondamentali dell’essere umano. Questo bagaglio naturale che portano i giovani non può essere ignorato al momento della formazione. Bagaglio che convive con autentici desideri di fraternità, di amicizia sincera, di relazioni vere. Altro “esodo” da fronteggiare nel cammino della formazione alla vita comunitaria.

È importante aiutare i giovani a crescere nel dono di sé, a essere costruttori di comunità e non consumatori, che aspettano tutto dalla comunità, ma non si mettono in gioco. Bisogna aiutarli a non idealizzare la vita fraterna e ad abbracciare il conflitto e la crisi come opportunità per maturare nella conoscenza di sé, degli altri e nell’amore reciproco, da discepoli convocati dallo stesso Maestro.

Don Orione ha avuto un grande cuore fraterno e ha sempre esortato i suoi figli a “volersi bene” e ad essere “uniti come le dita di una stessa mano”.[17]

Il formatore condurrà i giovani a scoprire la bellezza delle relazioni fraterne e dell’amicizia anche con l’altro sesso, della comunicazione e del dialogo, della condivisione dei doni e del perdono reciproco (formazione degli affetti); lo porterà a scoprire la bellezza delle relazioni “reali” su quelle “virtuali” e a fare delle scelte libere e di qualità. Dice il Documento “Per vino nuovo…”: la comunità è il luogo dove avviene l’iniziazione alla fatica e alla gioia del vivere insieme; nella fraternità si impara ad accogliere gli altri come dono di Dio… dove si impara a condividere i doni ricevuti per l’edificazione di tutti… dove si impara la dimensione missionaria della consacrazione…[18]. Anche l’amore e l’accoglienza di ogni diversità come ricchezza: culturale, generazionale, caratteriale, spirituale…

 

7. La sfida della scelta e della formazione dei Formatori

La scelta dei formatori è stata e sarà sempre una grande sfida e una responsabilità. Nel già citato Documento “Per vino nuovo…” viene data grande importanza a questo tema: “Va tenuto continuamente presente che la formazione non si può improvvisare, ma esige una remota e continua preparazione. Senza una solida formazione dei formatori non sarebbe possibile un reale e promettente accompagnamento dei più giovani da parte di fratelli e sorelle veramente preparati e affidabili in questo ministero”.[19]

Guardando Don Orione, la sua vita e il suo stile da padre e formatore possiamo dire che al formatore si chiede, principalmente, che siano persone mature a tutti i livelli (umano-psicologico-affettivo-spirituale), affinché sappiano “trasmettere alle persone a loro affidate la bellezza della sequela del Signore e il valore del carisma in cui essa si compie”.[20]

Dovranno essere soprattutto persone “esperte nel cammino della ricerca di Dio”, con un forte spirito di fede, con solido senso di appartenenza alla Congregazione e alla Chiesa, capaci di sostenere, specialmente con la testimonianza della propria vita, il processo di maturazione dei giovani con fiducia e speranza.

A Don Cremaschi, Don Orione esorta: “Cercate di dare voi buon esempio, e di risplendere per compitezza e per finezza di tatto e di urbanità e gentilezza di modi, e poi vedrete che i nostri Chierici si formeranno guardando a voi e sopra di voi”.[21]

 

8. La sfida della pedagogia e del metodo formativo

La pedagogia formativa nei contesti di oggi avrà le caratteristiche della dinamicità, dell’”esodo”, del percorso che durerà tutta la vita. Il formatore accompagnerà in modo personalizzato, attraverso processi di interiorizzazione e incarnazione dei valori, non per “contenuti”. Una formazione che si accontenta con la trasmissione enciclopedista di contenuti non garantisce la trasformazione, la sanazione e la liberazione-esodo interiore e il travaglio della conoscenza di sé e della propria storia, che sono la premessa per un autentico cammino di formazione.

La pedagogia della formazione oggi non può soffermarsi nel formare persone “docili” o contentarsi con una pseudo-fedeltà alle forme o alle sane tradizioni della Congregazione, ma piuttosto formare alla fedeltà creativa della “docibilitas”. Bisogna “rendere il giovane consacrato docibilis, cioè, formare un cuore libero d’imparare dalla storia di ogni giorno per tutta la vita nello stile di Cristo per mettersi a servizio di tutti”.[22]

Proporre il modello iniziatico del discepolato, basato nella sequela del Maestro/Cristo come i discepoli di Emmaus. Su questa dinamica, nella quale Gesù stesso si fa “formatore”, la formazione deve sempre provocare un “incontro” con Gesù, con la sua persona, con la sua Parola, con la sua misericordia, con la sua missione. In questo “incontro” si forma il discepolo-missionario orionino. Solo si può trasmettere ciò che si è sperimentato: l’esperienza dell’amore e della misericordia di Cristo in noi, determina la formazione di un “cuore” missionario, di un “cuore” pastorale ed evangelizzatore, un “cuore” appassionato come il cuore di Don Orione. Senza quella esperienza nella formazione, si rischia di rimanere con un “cuore” chiuso, sterile, autoreferenziale, o di cercare nella VC un “nido” sicuro per le proprie paure e inconsistenze.

Inoltre, bisogna formare alla capacità di discernimento, di pensiero creativo, al coraggio delle scelte, formando i giovani alla libertà, alla verità, alla corresponsabilità, all’apertura e all’intraprendenza orionina. Don Orione ci direbbe: “Non voglio dei presuntuosi, ma non voglio neanche dei conigli: non voglio sacerdoti, né religiosi pieni di sé e di amor proprio, ma non voglio neanche gente fiacca, piccola di testa e di cuore, priva di ogni sana, moderna, necessaria e buona iniziativa, - priva del necessario coraggio![23]

Don Orione ci indica un cammino di grande apertura anche al riguardo dei contenuti, delle forme e dei metodi, senza trascurare però i valori civili, la buona educazione e l’urbanità. Lo dice chiaro nella lettera, sempre a Don Cremaschi, di febbraio del 1919: “Scusatemi, carissimo Don Giulio, se io vi apro il cuore, e vi dico tutto come la sento. Desidero proprio che ci si arrivi su certi punti non di sostanza; ma che possono avere le loro conseguenze sulla formazione dei nostri, bisognerà essere più delicati e più moderni e più civili. In tutto ciò che non c'è peccato entriamo nelle forme moderne: entriamo con la loro, come diceva il Ven.le Don Bosco, e usciamo con la nostra. Cerchiamo la sostanza dello spirito e della vita spirituale; ma non lasciamo la vernice della educazione e della vita civile - per non essere sgraditi, e per la nostra rusticità farci allontanare dalla società e far rifiutare, per la mancanza di tutto, la parte sostanziale”.[24]

Il Convegno ci ha aiutato a interrogarci sul percorso formativo che vogliamo per la nostra famiglia religiosa. Ci auspichiamo che sia un percorso che sappia incidere sul cuore e sulla sensibilità dei formandi perché siano sempre più conformati al cuore e alla sensibilità del Figlio.

 

P. Tarcisio Vieira
Direttore Generale

 

SALUTO FINALE ALLA FAMIGLIA ORIONINA

Cari confratelli, consorelle, consacrate e laici della grande famiglia orionina, nel bel clima di famiglia che ci caratterizza, abbiamo concluso il convegno dei formatori! Siamo convenuti a Roma da tutte le parti del mondo. Abbiamo riflettuto e condiviso esperienze. Ci siamo chiesti: come costruire su fondamenta solide una vita fatta di sostanza e non di apparenza?

Ecco allora il nostro saluto ed il nostro augurio:

A voi giovani che siete all’inizio del cammino
auguriamo di crescere nella conoscenza di voi stessi
e del progetto di Dio sulla vostra vita:
non abbiate paura di aprirvi con sincerità e trasparenza ai vostri formatori!

A voi novizi e novizie
auguriamo di imparare a mettere sempre più
Cristo al centro della vita:
non abbiate paura di donarvi a Lui che nulla toglie e tutto da!

A voi tirocinanti e juniores
che lavorate nel servizio apostolico
auguriamo di aprire la mente e il cuore alle necessità del mondo
e di crescere nella compassione per i poveri:
non abbiate paura di servire Cristo nel prossimo!

A voi giovani consacrati
che vi state formando attraverso lo studio
auguriamo di imparare a leggere i segni dei tempi
e affrontare la realtà con spirito di fede:
non abbiate paura di fidarvi della Divina Provvidenza!

A tutti voi confratelli, consorelle e consacrate
auguriamo di riscoprire la gioia della consacrazione,
impegnandovi a diventare generatori di vita e di vocazioni:
non abbiate paura di testimoniare la bellezza della vostra chiamata!

A tutti voi laici, amici e benefattori,
auguriamo di sentirvi davvero collaboratori nel nostro servizio di formazione,
attraverso il vostro lavoro, la preghiera, l’affetto e la vicinanza:
non abbiate paura di volerci bene!

I giovani imparano guardando a noi adulti!
Crescono nell’amore e nella fiducia
vivendo in comunità serene e accoglienti!
Diventano appassionati nel bene
se hanno modelli generosi ed entusiasti!

Ci ottenga Don Orione di avere un cuore grande come il suo!
Maria, Madre della Divina Provvidenza, accompagni i nostri passi!

 

ATTO DI AFFIDAMENTO A MARIA

O Maria,
a te affidiamo il nostro cuore
perché tu lo riempia degli stessi valori grandi e belli
che hai insegnato al tuo Gesù,
quando sedeva sulle tue ginocchia
e si addormentava sul tuo grembo.

O Maria,
a te affidiamo tutti i giovani
che bussano alle nostre case:
donaci la tua Sapienza
affinché possiamo aiutarli
ad accogliere il Dono di Dio per loro,
vocazione che è sempre pienezza di vita e di gioia.

O Maria,
a te affidiamo tutta la nostra Famiglia,
tanti rami di un unico albero:
aiutaci a crescere rigogliosi e forti
sempre rivolti verso il Cielo
ma con le radici ben piantate nella linfa vitale
del Vangelo e dell'amore al Papa e alla Chiesa.

AMEN

 


[1] Cfr. G. Piccinini, Quel tuo cuore, Don Orione, Ed. Paoline, Bari 1963,  7.

[2] Scritti 63, 171.

[3] cfr. Deus caritas est, n. 31.

[4] Sui passi, p. 88.

[5] XIV Capitolo Generale FDP, n. 24

[6] Scritti 29, 19s

[7] C. Ternynck, L’uomo di sabbia, Vita e Pensiero, 2012, 15.

[8] Cfr. CIVCSVA, Per vino nuovo, otri nuovi, n. 7. Il documento della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, del 2017, intitolato “Per vino nuovo, otri nuovi. Dal Concilio Vaticano II, la vita consacrata e le sfide ancora aperte”, è presentato nella forma di orientamenti.

[9] Cfr. CIVCSVA, Per vino nuovo, otri nuovi, n. 14.

[10] Scritti 82,70.

[11] Scritti 82,68.

[12] Don Orione a Don Cremaschi, Tortona, 1° Maggio 1933. Scritti 3, 470.

[13] Don Orione, Tortona, 21 Gennaio 1934. Scritti 8, 178.

[14] Don Orione 22 ottobre 1937; Cost. PSMC, Introduzione Capitolo VII: Formazione, 87.

[15] Cfr. Don Orione, discorso a Villa Moffa, 12 agosto 1939. Parola IX, 58-63; cfr. Sui passi, 281-283.

[16] Don Orione, Roma, 3 luglio 1927, Anniversario della fondazione in Tortona del 1° oratorio festivo nel giardino del Vescovo Mons. Bandi. Scritti 79,90.

[17] Esortazioni di Don Orione alle Suore, al termine degli esercizi spirituali, 5 agosto 1932.

[18] CIVCSVA, Per vino nuovo, otri nuovi, n. 16.

[19] Cfr. CIVCSVA, Per vino nuovo, otri nuovi, n. 16.

[20] Cfr. CIVCSVA, Per vino nuovo, otri nuovi, n. 16. Citando l’Esortazione Vita Consecrata (25 marzo 1996) n. 66.

[21] Don Orione a Don Cremaschi, Tortona, 2 febbraio 1919, l. Scritti 2,140..

[22] Cfr. CIVCSVA, Per vino nuovo, otri nuovi, n. 35.

[23] Don Orione a Don Alferano e a Don Ghiglione, Tortona, 12 gennaio 1930. Scritti 32,242.

[24] Don Orione a Don Cremaschi, Tortona, 2 febbraio 1919, l. Scritti 2,139-140.

 

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