Non con il collo torto, né con la faccia da venerdì santo si attira ad amare il Signore e alle pratiche della religione la gioventù.
Domenica, 20 Settembre 2020
10 Settembre 2017
DIRETTORE GENERALE: “Risvegliare il cuore”.
La lettera circolare del direttore generale P. Tarcisio Vieira, scritta in occasione dell'inizio delle attività pastorali nell'emisfero nord e la ripresa delle attività nell'emisfero sud.

“Risvegliare il cuore”

 

Tortona, 29 agosto 2017

 

Carissimi Confratelli,

È già passato più di un anno da quando abbiamo concluso il 14° Capitolo Generale ed è necessario continuare a farne risuonare il tema che riprende un’espressione di Don Orione: “Servi di Cristo e dei poveri”. Con tale tema – ci ricorderemo - si indicavano l’interesse e l’oggetto centrale dei lavori capitolari, e cioè, la “persona del religioso orionino”, la sua identità umana, spirituale e apostolica e il suo inserimento nel contesto culturale ed ecclesiale attuale.

Nella fase di preparazione tutta la Congregazione è stata coinvolta nella riflessione e nel discernimento, così che il contributo di analisi e di proposte arrivate al Capitolo, è stato davvero “generale”, frutto dell’effettiva partecipazione di tutti. E per favorire ancor di più la comprensione della tematica pertinente alla persona del religioso, è stata realizzata una “inchiesta socio-religiosa” che ha coinvolto, anch’essa, tramite internet, tutti i Confratelli. Le conclusioni sono state esposte, durante il Capitolo Generale, dal suo Coordinatore, Don Vito Orlando, ed è stata considerata anche da P. Amedeo Cencini, che su quanto è emerso nell’inchiesta ne ha presentato una lettura pedagogica.

La sensazione di tutti, Capitolari ed esperti esterni, nel valutare i risultati dell’indagine è stata molto positiva, anche se questa ha messo in luce tante sfide e alcune carenze del nostro vivere. Trovo la sintesi di questi pareri nella reazione di P. Cencini che ha colto i seguenti punti di positività: “Per il respiro molto ampio, davvero cattolico, ecclesiale e universale, che emerge dall’insieme delle risposte e proposte, fuori da quell’autoreferenzialità spesso sottesa a queste operazioni. Per la vitalità che manifesta l’istituto e l’attenzione all’oggi del mondo e della Chiesa. Per la verità con cui ognuno s’è espresso, e che si coglie nelle osservazioni anche critiche e autocritiche.” E conclude: “Ma soprattutto la sensazione positiva è legata all’immagine generale che emerge da questa indagine: d’un istituto in cui i dati positivi superano di gran lunga quelli problematici o addirittura negativi.

Tra i tanti dati raccolti sui punti fondamentali della nostra vita, alcuni con provocazioni importanti al nostro presente e per il nostro futuro, io concentro l’attenzione su un aspetto dell’inchiesta che ci interpellava sulle reazioni che dobbiamo avere e le strategie da adottare per far fronte alle sfide dei cambiamenti: “Oggi siamo immersi in profondi e continui cambiamenti che ci interpellano sulla nostra identità di religiosi”. Quindi, quali risorse da mettere in campo e quali attenzioni di cura dobbiamo attivare per non trovarci impreparati davanti al nuovo?

Il risultato dell’indagine, in questo caso, ha dato delle indicazioni importanti per sostenere la posizione del religioso orionino, per mantenerlo “in piedi”, in un contesto di profondi e continui cambiamenti. Secondo il risultato della ricerca, è fondamentale: 1) Rafforzare l’identità carismatica; 2) Curare il senso di appartenenza alla Congregazione, strettamente congiunto alla 3) Cura del rinnovamento spirituale.

Si coglie subito che sono indicazioni rilevanti e fondamentali. Di fatto, avere coscienza della nostra identità carismatica è la condizione per l’affermazione del nostro posto nella Chiesa, in vista di servire meglio il Popolo di Dio nella realtà attuale di profondi cambiamenti. Questo vuol dire che più orionini siamo, più siamo in grado di dare un contributo alla Chiesa in un mondo che cambia continuamente. Ma il risultato di questo quesito dice anche che non si può comprendere la nostra identità, senza il senso dell’appartenenza, intendendola però con un doppio riferimento: l’appartenenza alla Congregazione (legami affettivi ed effettivi) e “l’appartenenza al Signore”, per cui nasce l’insistenza sulla cura del rinnovamento spirituale.

Le risposte hanno messo in luce che, oltre all’attenzione all’identità carismatica e alla doppia appartenenza, è essenziale anche stare attenti ad attivare strategie e risorse che siano capaci di “risvegliare il cuore”. Più di un terzo dei confratelli si è pronunciato così.

La stessa attenzione è stata richiesta anche da alcuni contributi arrivati dalle Province al Capitolo, dopo le varie fasi di riflessione (personale, comunitaria e provinciale). Pur rilevando l’entusiasmo di “molti confratelli che manifestano la gioia di essere orionini e di servire la gente”, i contributi hanno evidenziato la necessità di stare attenti a qualche segno di insoddisfazione e di scoraggiamento, di inerzia e di inoperosità, accennando anche al rischio che alcuni vivano uno stile di vita “accomodato”, delle volte con una “apparenza” di vita religiosa, fatta di osservanza esterna, che va avanti, ma con un “cuore spento”. Si è richiamata l’attenzione perfino sul rischio di una certa “depressione spirituale” a causa di una “spiritualità scadente, decentrata da Gesù”, caratterizzata da una mancanza di passione per il Signore, per la comunità e per l’apostolato.

Raccogliendo questi dati, i Padri Capitolari hanno compreso che è “particolarmente urgente l’attenzione all’umanità del religioso stesso” (cfr. 14CG, n. 5) e che tale “attenzione” – mi riferisco alla Linea di Azione n. 1 – dovrebbe essere concretizzata specialmente tramite la decisione di mettere in atto “una formazione permanente integrale” che dia la possibilità di “assumere e, quando necessario, sanare la propria storia e così crescere nella conformazione con Cristo”. E hanno auspicato una “formazione più esperienziale”, non solo teorica o informativa (dimensione cognitiva), ma che coinvolga tutta la persona, in modo integrale.

A rafforzare la necessità di una risposta a questi livelli, promuovendo le dinamiche della formazione continua, il risultato dell’indagine ha offerto un ulteriore dato di molto peso e che fa riflettere. È significativo che la maggioranza di quelli che hanno ritenuto importante insistere su una strategia per “risvegliare il cuore” siano confratelli tra i 6 e i 35 anni di professione perpetua, prevalentemente nella fascia dei 35 a 60 anni di età, di cui quelli che sono sacerdoti avrebbero da 10 a 30 anni di ministero. Stiamo parlando quindi della cosiddetta “seconda età” della vita; di una generazione che ha già superato il periodo della formazione iniziale e anche i primi anni del ministero, in cui si comincia ad avvertire l’avanzare dell’età e forse la diminuzione di quell’“intenso” entusiasmo giovanile; di una generazione condizionata da una lettura meno illusoria della vita, che percepisce più facilmente alcune situazioni di dubbio vocazionale e certi contesti di aridità spirituale, forse con qualche esperienza di scoraggiamento a causa della percezione “dell’eccesso del bisogno e dei limiti del proprio operare” (cfr. Deus Caritas Est, 35). Per tutto questo, una generazione capace di identificare quei cuori immersi più nel sonno che nel sogno. Bisognosi, pertanto, di essere “risvegliati”.


Amor est in via – L’amore è sulla strada

Un cuore immerso più nel sonno che nel sogno, come è possibile svegliarlo? Partiamo dalla Parola di Dio e da una consegna del Capitolo.

La Parola di Dio, proclamata quotidianamente durante il Capitolo, in particolare nella Santa Messa, ha modulato il ritmo dei lavori. Come non ricordare, infatti, il brano della celebrazione di apertura, accanto al corpo di Don Orione (Mt 25: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli, l’avete fatto a me…)? E il Vangelo del giorno delle elezioni (Mc 10: Il Figlio dell’uomo è venuto per servire…)? O quello della Messa a Sant’Anna, quando, prima di incontrare il Papa, il Signore ci ha messo in guardia contro il rischio di presentarci come un albero senza frutto e pieno di foglie (Mc 11)?

Ogni giorno il Capitolo nasceva dall’ascolto della Parola di Dio e accoglieva il Vangelo come sua norma di vita (cfr. Verbum Domini, n. 83). Ed è stato così specialmente nell’ultimo giorno, nella Cappella del Paterno, a Tortona. L’ultima parola del Capitolo è stata la Parola di Dio, il momento in cui il Signore ha fatto “ardere il nostro cuore” (cfr. Lc 24,32) consegnandoci una icona evangelica per il post-Capitolo. Era la X Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) e il brano del Vangelo era l’incontro di Gesù con la vedova di Nain (Lc 7, 11-17).

Possiamo lasciarci ispirare dall’icona evangelica di Nain per scoprire il segreto di un “cuore sempre sveglio” e certamente anche l’itinerario da percorrere, fatto di contenuti e condizioni, per “risvegliare il cuore”, nostro e altrui. Pertanto, guardiamo Gesù, osserviamo la sua umanità che è, come diceva Sant’Agostino, “la via da percorrere per raggiungere la meta che è la Sua divinità” (cfr. S. Agostino, Omelia 42 n. 8). In tale itinerario propongo di lasciarci guidare interiormente da queste domande: Perché il cuore di Gesù è sempre “sveglio”? Perché il Suo cuore è “un cuore che vede”? (cfr. Deus Caritas est, n. 31).

All’inizio del brano dell’incontro a Nain troviamo già un’indicazione per la risposta. Luca, in tutto il suo Vangelo e particolarmente nel testo in questione, presenta Gesù come un “cuore” in cammino, in movimento, che non si ferma mai. Se proviamo a immaginare com’era la giornata di Gesù, “leggendo i Vangeli possiamo dire che la maggior parte del tempo lo passava per la strada. Questo vuol dire vicinanza alla gente, vicinanza ai problemi. Non si nascondeva.” (Papa Francesco, a Genova, 27/05/2017). A causa di questo Suo stile, la strada era, frequentemente, il luogo delle sorprese di Dio, degli incontri inaspettati e non programmati, ma sempre trasformata in uno “spazio” di salvezza, di “decisione vocazionale”, quindi di evangelizzazione. La strada era sempre “missionaria”. Di fatto, se domandiamo il “perché” di questo atteggiamento di Gesù o se, più specificatamente, chiediamo cosa lo spingesse ad andare verso Nain, troveremmo la risposta avanzando nel testo lucano e fermandoci al capitolo 8, versetto 1 che dice: “se ne andava per le città e i villaggi (abitava la strada), predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio”. Quindi, non esiste una motivazione che riguarda la destinazione geografica. La Sua “agenda” era un “orientamento” (Una “persona orientata”! Verso l’oriente, da dove nasce la luce!). Il Suo “cuore” era una “passione”. Impegnava tutti i Suoi affetti e tutto il Suo desiderio in un unico contenuto: annunciare la buona novella del regno di Dio. E sempre “sulla strada” perché “Amor est in via, ricordava San Bernardo, l’amore è sempre sulla strada, l’amore è sempre in cammino.” (Papa Francesco ai Capitolari, 27/05/2016).

Nella sequenza, l’evangelista informa che i passi di Gesù si sono fermati alla porta della città di Nain. Ma non si è fermato il Suo “cuore”! Esso continua a muoversi interiormente e tale movimento è intensificato da una situazione che il Suo sguardo coglie all’istante. Impressiona la descrizione della scena. Da una parte, con Gesù, ci sono “i discepoli e grande folla” (Lc 7,11), dall’altra, “molta gente della città era con la madre vedova” (Lc 7,12). Immaginiamo giustamente tantissima gente, tuttavia lo sguardo di Gesù coglie immediatamente e prioritariamente la madre sofferente. Ha occhi solo per lei, come se fosse l’unica presenza sulla scena: “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei” (Lc 7,13). Ecco, “l’uomo dall’occhio penetrante” (Nm 24,3), il Signore ha occhi e vede come nessun altro e, per questo, la madre vedova è entrata nel suo cuore. In quello sguardo, di minima durata, il Signore ha fatto una “lectio umana” del corpo sofferente della madre. Ed è per questo che diventa non solo un “appassionato”, ma anche un cuore “con-passionato”. Infatti, recita un detto medievale, “Ubi amor, ibi oculus” (“dove c’è l'amore, lì c’è la capacità di vedere"). Per Luca, nel brano di Nain, anche l’inverso è veritiero: “Ubi oculus, ibi amor”.

Ben sappiamo che la “compassione” è una parola molto cara a Luca. Qui, nel brano di Nain, questo sentimento si esprime in un modo “relazionale” provocando la rinascita e il risveglio della vita nelle persone coinvolte. Il cuore della madre si trasforma, si risveglia quando la luce dei suoi occhi in lacrime incontra la luce degli occhi di Gesù. Sente la prossimità di Dio (Avrebbe detto con Lc 1,68: “Benedetto il Signore Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo!”). Ma è soprattutto il giovanetto a trasformarsi, a risorgere e a riprendere la facoltà di comunicare e di relazionarsi. Luca informa solo che “il morto cominciò a parlare”. Ma cosa avrebbe detto? Con tutto il suo cuore, semplicemente: “Grazie!” e, forse, avrebbe aggiunto: “Ero morto e sono tornato in vita” (Cf. Lc 15,32). Finalmente, anche per Gesù, il guardare il volto colmo di lacrime della madre e il corpo inerme del giovanotto, diventa un’occasione di trasformazione, di risveglio, di conversione, “nel senso di aiutarlo a mettere a fuoco con più chiarezza la sua stessa vocazione di Kyrios compassionevole, l’inviato di Dio”. (In: Nicoletta Fusaro, Con-Passione, Ed. Cittadella, p. 128)

C’è un altro aspetto in questa icona evangelica che merita di essere sottolineato. Quando Gesù, alla porta di Nain, osserva che “veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova” (Lc 7,12) ha colto subito una situazione di “disordine” che doveva essere sanata. È “fuori ordine” che una madre seppellisca il proprio figlio. L’azione di Gesù, quindi, è destinata a “mettere ordine”, a “riordinare”, a riportare l’armonia nel creato (È vero che il giovanetto restituito alla madre tornerà a morire, ma che non sia prima di lei!). Tutto accade come “in principio”, nel capitolo 1 della Genesi, quando il caos è stato ordinato da una parola divina. Come allora, “Dio disse”: “Alzati!”, che significa “Risvegliati!”, “Risorgi!”.

Alla porta della città di Nain due cortei si incontrano. Su quello di Gesù e dei discepoli si informa solennemente che i partecipanti “camminavano”. Invece, sull’altro corteo, si dice semplicemente che “portavano alla tomba un morto”.

I due cortei sono una metafora della nostra vita. Non di rado tocca a noi decidere dove stare. Quelli che hanno il “cuore sveglio” accompagnano Gesù, sono “in cammino”, in movimento come Lui. Partecipano a questo corteo anche quelli che “in certi luoghi” erano conosciuti come “i preti che corrono, perché erano visti sempre in movimento, in mezzo alla gente, con il passo rapido di chi ha premura.” (cfr. Papa Francesco, Ai Capitolari, 27/05/2016).


Un cuore senza confini

All’icona evangelica di Nain potrebbe corrispondere, per noi, l’icona orionina dell’episodio della confessione del matricida. Certo, non è facile selezionare nella vita di Don Orione – data la profusione - un unico fatto per dimostrare il suo “cuore sempre sveglio”, “sempre chino” sulle necessità del prossimo, o per identificare “la pacata tenerezza del suo sguardo” come riferì Ignazio Silone. Tuttavia, l’incontro con il matricida pentito sulla strada che va da Castelnuovo a Tortona è divenuto altamente simbolico.

La storia, raccontata diverse volte da Don Orione, è ben nota ed è accaduta dopo la vivace predicazione di una missione a Castelnuovo. “Una sera parlai sulla confessione – riferisce Don Orione. Poi – non ci avevo mai pensato – il Signore mi ha messo sulle labbra questo pensiero: - Guardate – ho detto – è tanto grande la misericordia di Dio che se anche uno di voi avesse messo il veleno nella scodella di sua madre, se è pentito, c’è misericordia anche per lui. – Confessai fino all’una. Ero tanto stanco (…). Partii da Castelnuovo per tornare a piedi a Tortona. (…) A un certo punto della strada vidi un’ombra nera, un uomo avvoltolato in un mantello, fermo, voltato a guardare me. (…) Quando gli fui vicino: Buona notte, bravo uomo; venite a Tortona? – No, aspettavo lei... - Dite... – Senta un po': lei ha predicato che se uno avesse messo del veleno nella scodella di sua madre, c’è misericordia anche per lui? – Sì.... – Lei crede proprio a quello che ha detto? Sì, figliuol mio, l’ho detto e ci credo. - Senta, sono io sa? Sono io quel tale!” (Parola XI, 234-235). “Si inginocchiò e poi si confessò piangendo e gli diedi l’assoluzione; poi si alzò e mi abbracciava e stringeva, sempre piangendo, e non sapeva staccarsi da me, tanta era la consolazione da cui era inondato. Anch’io piansi e lo baciai in fronte e le mie lacrime si confondevano con le sue. Volle accompagnarmi fino quasi a Tortona e, solo per le mie insistenze, tornò finalmente indietro, ed io continuai la mia strada con una grande consolazione, con una gioia nel cuore che mai uguale provai nella mia vita (…). Arrivai a Tortona tutto bagnato; quella notte mi levai le scarpe e mi gettai sul letto, e sognai... Che cosa sognai? Sognai il Cuore di Gesù Cristo; sentii il Cuore di Dio, quanto è grande la misericordia di Dio.” (Don Luigi Orione e la Piccola Opera della Divina Provvidenza. V. III, p. 124).

Sull’esempio di Cristo, la “strada” è, anche per Don Orione, il luogo delle “sorprese di Dio”, il luogo degli “incontri” e della “salvezza” ritrovata, il luogo dove il “cuore spento” di un peccatore si risveglia a causa dell’accoglimento da parte di un “cuore pieno di Dio”.

È totalmente “provvidenziale” questo incontro, divinamente provvidenziale! Di fatto, è la Divina Provvidenza a dare l’appuntamento al santo e al peccatore in quel ciglio di strada. E così, in Don Orione si è realizzata “l’unità degli estremi”, un miracolo che solo la misericordia divina poteva compiere: “la persona [di Don Orione] era il ‘luogo’ di incontro tra Dio misericordioso e l’anima di un peccatore” (Paolo Clerici, Don Orione Un volto misericordioso della Misericordia di Dio).

Sembra quasi privo di originalità – data la cristallina coincidenza - dire che Don Orione raccoglieva in sé il dinamismo e lo stile che Papa Francesco chiede a noi, oggi. Ma è stato lo stesso Papa Francesco ad avvicinarsi, di recente, al nostro Fondatore, citando il suo nome in un discorso al clero e ai consacrati della diocesi di Genova, durante la Visita Pastorale. Era il 27 maggio 2017. Nel presentare i criteri “per vivere un’intensa vita spirituale” (era l’argomento della domanda di un sacerdote diocesano) il Papa ha sigillato con una espressione del nostro Fondatore uno stile di vita, un dinamismo che mantiene il cuore costantemente sveglio. Quasi un’“esegesi” dell’episodio del matricida.

È lunga la risposta di Papa Francesco, ritmata con pause di silenzio, in cui ha sottolineato concetti e parole chiave, servendosi anche di immagini ed esempi del quotidiano. Il criterio fondamentale per “vivere un’intensa vita spirituale” – dice già all’inizio partendo con chiarezza - è “imitare lo stile di Gesù”. E come era questo stile? – interroga il Papa. “La maggior parte del tempo Gesù lo passava per la strada. Questo vuol dire vicinanza alla gente, vicinanza ai problemi. Non si nascondeva. Poi, alla sera, tante volte si nascondeva per pregare, per stare con il Padre.” Ecco il dinamismo equilibrato del “cuore sempre sveglio”: mantenere l’armonia tra il “non nascondersi dalla gente” e il “nascondersi per la preghiera”. Essere “sempre in cammino”, come Gesù, comporta il rischio di essere “esposto alla dispersione, a essere frantumato.” Ma ammonisce il Papa: “Non dobbiamo avere paura del movimento e della dispersione del nostro tempo. La paura più grande alla quale dobbiamo pensare è una vita statica (…) Io ho paura del [religioso] statico. Ho paura. (…) Il [religioso] che ha tutto pianificato, tutto strutturato, generalmente è chiuso alle sorprese di Dio e perde quella gioia della sorpresa dell’incontro. Il Signore ti prende quando non te l’aspetti”. Per cui, “Un primo criterio è non avere paura di questa tensione che ci tocca vivere: noi siamo in strada, il mondo è così. (…) Un cuore che ama, che si dà, sempre vivrà così”.

Un altro criterio, ancora secondo il Papa, è impostare la vita sotto la prospettiva dell’incontro: “Tu, [religioso], ti incontri con Dio, con il Padre, con Gesù nell’Eucaristia, con i fedeli: ti incontri. (…) Stai in silenzio [davanti al Signore], ascolta cosa dice, cosa ti fa sentire… Incontro. E con la gente lo stesso. (…) Lasciarsi stancare dalla gente; non difendere troppo la propria tranquillità.” E conclude con la menzione al nostro Fondatore: “il [religioso] che conduce una vita di incontro, con il Signore nella preghiera e con la gente fino alla fine della giornata, è ‘strappato’, san Luigi Orione diceva ‘come uno straccio’.”

Proprio così, “come uno straccio” nelle mani della Divina Provvidenza. Don Orione è, per noi e per la Chiesa, per Papa Francesco, modello di uomo di incontro (“vidi un uomo… Quando gli fui vicino”), uomo di tabernacolo (“il Signore mi ha messo sulle labbra questo pensiero”), uomo della strada (“Partii… A un certo punto della strada…”), uomo “di orecchio”, che sa ascoltare (“Confessai fino all’una. Ero tanto stanco”). Tutto concentrato nell’episodio del matricida che, tuttavia, rivela un altro particolare a cui Papa Francesco è molto attento. Don Orione è anche “l’uomo delle lacrime” (“poi si alzò e mi abbracciava e stringeva, sempre piangendo… Anch’io piansi e lo baciai in fronte e le mie lacrime si confondevano con le sue”).

Può sembrare strano e, per alcuni, anche un po’ atipico, accorgersi che Papa Francesco insista sul tema del pianto e delle lacrime: “Gesù nel Vangelo ha pianto (…) Ha pianto nel suo cuore quando ha visto quella povera madre vedova che portava al cimitero suo figlio. (…) Se voi non imparate a piangere non siete buoni cristiani.” (Discorso ai giovani, Manila, 18/01/2015).

Sono diversi i riferimenti in tale senso, verificati specialmente quando sta parlando al clero e ai religiosi. “Quando a un religioso si seccano le lacrime, c’è qualcosa che non funziona”, ha detto al clero e ai religiosi a Nairobi (26/11/2015). Significa che il religioso ha perso “i sentimenti di Gesù (cfr. Fil 2,5)” e il suo cuore, “con il passare del tempo”, si è indurito ed è diventato “incapace di amare incondizionatamente il Padre e il prossimo”. E avverte: “È pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono!” (cfr. Discorso alla Curia Romana, 22/12/2014). Per cui l’interrogazione: “Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? (…) quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino? … Il pianto del [religioso]… Tu piangi? O in [questa Congregazione] abbiamo perso le lacrime?” (Discorso ai parroci, 06/03/2014).

Don Orione, con la sua vita, ha dato una risposta a queste domande: “Amore delle anime, Anime! Anime! Scriverò la mia vita con le lacrime e col sangue!” (25/02/1939). Tocca a noi “Essere Don Orione, oggi”.


Progressiva – continua e permanente - assimilazione dei sentimenti di Cristo

            Quale sintesi dopo questo percorso riflessivo che è partito dalla necessità, avvertita nella fase di preparazione al Capitolo, di attivare strategie e risorse che siano capaci di “risvegliare il cuore”?

            Nello scrivere queste pagine, mi sono lasciato prendere, in un momento di svago, da una curiosità.  Non ho mai sentito parlare di tumore al cuore! E ho consultato internet per verificare, scoprendo che i tumori che hanno origine in questo organo vitale, in verità, esistono, “ma sono abbastanza rari”. E la causa di tale bassa incidenza – sempre risposta trovata in internet – “sembrerebbe essere nella continua attività del muscolo cardiaco”.

            Un “cuore” in movimento continuo, permanente, di cui il brano di Nain e l’episodio del matricida sono simboli di uno stile di vita di Gesù e di San Luigi Orione. Sono due aggettivi – continuo e permanente – che abbiniamo normalmente al sostantivo “formazione”: Formazione Continua - Formazione Permanente. 

            Penso sia questa la sintesi: il “risveglio del cuore” è un processo continuo, permanente, raggiungibile tramite la scelta strategica di dare priorità ad una “formazione che ci porti ad avere i medesimi sentimenti di Cristo (14CG, n. 2). Tuttavia, “È ovvio che un progetto del genere implica un processo formativo che non può ridursi agli anni canonici della formazione iniziale; ciò che abbraccia tutta la personalità non può che estendersi a tutta la vita, una totalità evoca l’altra, ovvero, se si vuole raggiungere e cambiare il cuore occorre un lavoro costante, senza interruzioni di sorta”. (A. Cencini, Il caso serio della formazione continua… In: Sequela Christi 2016/01 Vol. 2, p. 132).

Purtroppo, sembra che anche a noi “Manca una cultura circa l’importanza della formazione permanente, considerata più come atti isolati che non come un cammino continuo che interessa tutta la vita del religioso”. È stata la conclusione di uno dei gruppi formati durante il Capitolo per analizzare i contributi arrivati dalle Comunità, dopo l’ascolto della riflessione degli esperti.

Si tratta, pertanto, di dare particolare attenzione alla Linea di Azione n. 1 che chiede di “Mettere decisamente in atto una formazione permanente integrale…” nella consapevolezza che “la formazione è davvero continua [permanente] solo quando è ordinaria, e si compie nella realtà di ogni giorno.” (CIVCSVA, Per vino nuovo otri nuovi, n. 35c).

In questa direzione le nostre Costituzioni, all’articolo 111, indicano l’itinerario da mettere in pratica: “Per favorire questa formazione continua valorizziamo prima di tutto i mezzi ordinari, atti a stimolare la crescita personale e comunitaria. Tra questi si possono indicare: - la pratica della direzione spirituale; - la fedeltà alla meditazione e lettura spirituale quotidiana, al ritiro mensile e revisione di vita; - lo studio diligente dei documenti della Chiesa; - un’accurata scelta di letture personali.

Sarà importante, dunque, “imparare a farsi formare dalla vita di ogni giorno, dalla sua propria comunità e dai suoi fratelli e sorelle, dalle cose di sempre, ordinarie e straordinarie, dalla preghiera come dalla fatica apostolica, nella gioia e nella sofferenza, fino al momento della morte”. (CIVCSVA, Ripartire da Cristo, n. 15).


Conclusione

Nel presentare il documento del 14° Capitolo Generale ho scritto che “il successo del Capitolo non sarà misurato dalle parole scritte, ma dalla capacità e disponibilità di lasciarsi coinvolgere personalmente e comunitariamente dallo spirito delle linee di azione proposte”.

In tale senso è vero quanto scriveva Don Roberto Simionato, dopo l’esperienza di diciassette anni di curia, in una delle sue ultime Circolari: “La trasformazione non la produce né una circolare, né una visita canonica, né la riforma delle Norme. Certe cose non le può raggiungere alcuna azione di governo. Sono al di fuori del comando, dell’animazione. Dipendono dalla libera decisione di ciascuno.” (cfr. Atti n. 212, p. 204).

Nessuna trasformazione arriverà a “forza di legge”, anche se canonica o perché emanata dal Capitolo Generale, la “suprema autorità nella Congregazione” (Cost. Art. 138). Dipende “dalla decisione di ciascuno” di voler combattere il male più forte e potente che ci potrebbe colpire. Don Flavio Peloso, nella sua prima circolare nell’ottobre 2004, ha identificato quel male così: “L’indifferenza, la noia, il cardiogramma piatto dei sentimenti e degli ideali di vita. Sì, l’indifferenza è il nemico numero uno da combattere in sé e nell’apostolato.” (cfr. Atti n. 214, p. 100).

Il conducente che viaggia guidato dal “navigatore” – mi si permetta questo esempio – sa che non basta inserire la destinazione e vedere l’ora, calcolata e programmata, di arrivo. Se non decide di partire o se si ferma oltre il normale o se trova rallentamenti e code, l’ora di arrivo verrà sempre spostata in avanti. Quindi, non basta programmare, è necessario decidere di mettersi in cammino, nel dinamismo dell’incontro con Dio e con la gente.

Don Orione è in cammino con noi. Nel cammino vuole “risvegliare il nostro cuore” come cercò di farlo scrivendo a Don Pierino Migliore nel 1936, e nella forma plurale, destinando così l’esortazione a tutti i suoi figli: “Non possiamo restare più indifferenti e apatici, ma dobbiamo corrispondere a tanta grazia di Dio. Però ho bisogno, figli miei, d’esser capito, d’esser seguito, d’esser secondato e, direi, sorpassato. Non ho bisogno di sciupare le mie ultime energie nel galvanizzarvi, nel tirarvi avanti con la forza di quattro buoi: non ho bisogno di trovare in voi dei morti prima di morire, ma dei vivi, degli spiriti ardenti di bene, dei cuori grandi, delle volontà pronte a tutti i sacrifici per Cristo, per la Chiesa, per le anime”. E più avanti nella stessa lettera, dando notizie delle sue attività in Argentina: “Qui, grazie a Dio, tutto cammina: non state fermi e immobili voi: la S. Scrittura dice una gran cosa, cari miei, quando ci dice che la moglie di Lot, perché si fermò, e, invece di guardare avanti, guardò indietro, diventò una statua di sale. «Non progredi, regredi est.» Io non voglio delle statue in Congregazione, ma dei vivi e che camminino in avanti, guardando in alto, a Dio! (…) Charitas Christi urget nos! La carità, l’amore cioè di Dio e del prossimo, c’incalza! Animo, o figli miei!” (Scr 29, 267-268).

Il cuore di Don Orione! Non si addormenta mai. Né si immerge nel sonno. Ma sogna! Dopo l’incontro con il matricida "io continuai la mia strada con una grande consolazione, con una gioia nel cuore che mai uguale provai nella mia vita. Arrivai a Tortona tutto bagnato; quella notte mi levai le scarpe e mi gettai sul letto, e sognai... Che cosa sognai? Sognai il Cuore di Gesù Cristo; sentii il Cuore di Dio, quanto è grande la misericordia di Dio.”

A Don Orione che ha il “cuore sempre sveglio”, la parola finale: Animo, o figli miei!

P. Tarcisio Vieira

 

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