Le opere di Dio si fanno con le mani giunte ed in ginocchio, pure correndo, ma spiritualmente in ginocchio davanti a lui.
Martedì, 25 Aprile 2017
30 Novembre 2016
DIRETTORE GENERALE: “Eccomi!” “Per sempre!” “Totalmente!”
La lettera circolare del direttore generale Don Tarcisio Vieira in occasione dell'Avvento.

“Eccomi!” “Per sempre!” “Totalmente!”

Roma, 27 novembre 2016

 

 

Carissimi Confratelli,

Comincio nel nome di Dio benedetto, sotto lo sguardo della nostra Madre celeste e Santa Madonna della Divina Provvidenza!”.

Con queste parole Don Orione iniziava una delle sue lettere del 1920 ed esse possono essere, oggi, le parole giuste per metterci in sintonia con il nostro Padre Fondatore all’inizio di un nuovo Anno Liturgico, nel ricordo della recente Solennità della Madre della Divina Provvidenza (20 novembre), Patrona principale della Congregazione.

Ben sappiamo! Per Don Orione, ogni giorno, ogni anno, ogni evento, ogni decisione, ogni desiderio, come anche qualunque realizzazione era “della Madonna della Divina Provvidenza”. A Lei consegnava qualsiasi progetto e riferiva ogni gratitudine. Da Lei attendeva grazie ordinarie e interventi miracolosi. Aveva una tale polarizzazione mariana, una tale concentrazione - costante, tangibile, fiduciosa – da poter dire: “Tutto grazia di Maria!”.

Guardando il nostro passato riconosciamo che la protezione mariana non ha subito interruzione. È stata perenne e continua. Per questo motivo ci associamo al nostro Padre Fondatore per dire che “Alla Madonna Santissima la nostra piccola Congregazione deve tutto; deve se è nata e ancora vive e se cammina e va facendo del bene…”. E allo stesso tempo, guardando il nostro presente e pensando al nostro futuro, continueremo a pregare con fiducia: “Ricordati, o Signora, della tua Congregazione di cui, fin dall’inizio, fosti la Celeste Padrona!”.

 

Eccomi

Il tempo dell’Avvento, che ora inizia, è particolarmente il tempo della Madre, della Madre della Divina Provvidenza, della “Madre dell’Eccomi”. Di fatto, con il suo “Eccomi”, Maria acconsentì alla parola divina e abbracciò “la volontà divina di salvezza, consacrando totalmente sé stessa quale ancella del Signore, per servire al mistero della redenzione”. Quindi, non uno “strumento passivo nelle mani di Dio”, ma una cooperatrice “con libera fede e obbedienza” (cfr. Lumen Gentium 56).

La stessa espressione che ha segnato l’inizio della divina avventura mariana è presente all’origine della nostra vocazione religiosa e sacerdotale ed è ripetuta ogni giorno in cui rinnoviamo la nostra disposizione a servire il Signore, per collaborare all’opera della Redenzione: Eccomi! Inoltre, tale parola è stata sacralizzata in alcuni momenti importanti del nostro itinerario vocazionale, come una espressione della nostra disposizione libera e cosciente di servire il Signore in una ben definita condizione e missione. Infatti, osservando e meditando con attenzione i diversi riti liturgici con i quali la liturgia ordina, consacra o invia qualcuno per il servizio missionario, si verifica un medesimo inizio: la chiamata (“Si avvicini colui che…”) e in seguito la risposta: “Eccomi”.

Si potrebbe pensare – non senza grave pregiudizio alla teologia del rito - che la collocazione di tale chiamata all’inizio, fosse semplicemente un atto funzionale per dare avviamento pratico alla cerimonia (“Tanto per cominciare!”). Invece, la sua collocazione all’origine è teologicamente importante, biblicamente fondata, canonicamente rassicurante, dogmaticamente significativa, umanamente rispettosa e divinamente attesa.

All’inizio del nostro itinerario vocazionale c’è un “Eccomi”. Non una parola descrittiva, ma l’espressione di un’azione vera e propria, compiuta da un soggetto libero e cosciente (Libertà e Coscienza sono le due esigenze fondamentali, condicio sine qua non, per poter entrare legittimamente nel Rito).  È l’affermazione di uno stato d’animo, simile a quello vissuto e manifestato da Maria: “Eccomi, sono totalmente a disposizione del progetto divino di salvezza”.

Il punto di partenza, senza il quale non si costruisce nulla, è la disponibilità. Poi, il rito prosegue il suo dinamismo e, dalla disponibilità (Eccomi!), indicherà che il servizio/ministero assunto deve essere direzionato alla comunione (di cui è segno l’abbraccio alla fine del rito), tramite l’amore obbediente (nell’0rdinazione sacerdotale manifestato attraverso la risposta alle quattro domande sul “Vuoi?” e una sul “Prometti?”) e la consegna totale (prostrazione). Tutti i riti destinati al servizio ministeriale o alla consacrazione, quindi anche quello della Professione, hanno lo stesso dinamismo: dalla disponibilità alla comunione, tramite la manifestazione dell’amore obbediente. In questo modo, la liturgia fa di noi il ministro/servo, disponibile, totalmente nelle mani del Signore.

In principio – per Maria e per noi - c’è un Eccomi, pronunciato in modo libero e cosciente. All’inizio il rito ci colloca in mezzo alla gente, abbiamo sentito una voce che chiamava, potevamo rimanere lì o prendere un’altra strada, ma ci siamo alzati e abbiamo risposto ritualmente, consacrando la nostra disponibilità, “Eccomi!”. Poi, nel corso dei giorni, poco a poco, abbiamo scoperto il contenuto e le conseguenze di quella risposta perché quell’Eccomi ci ha dato un futuro. Ma è vero anche, che quello che per noi era solo speranza e futuro, per il Signore era già “presente” (“Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta!”, Sal 138). Tutto previsto, concentrato, registrato. In verità quell’Eccomi è il nostro “DNA vocazionale” che si sviluppa poco a poco, giorno dopo giorno, nella nostra storia: “Tu seguimi!” (cfr. Gv 21, 22).

Cari Confratelli, che il tempo di Avvento ci aiuti a comprendere, ancor di più, la profondità e il significato del nostro “Eccomi”, nel salutare ricordo del nostro “primo Eccomi” (il primo amore). Per aiutarci ci possiamo lasciare ispirare dalla testimonianza di vita del nostro Padre Fondatore che, fino alla fine, si è detto totalmente disponibile al Signore: “Sento, ora più che mai, di essere un povero straccio inutile: confido nella misericordia del Signore e nelle preghiere (…) Per quel poco che il Signore vorrà da me, eccomi pronto. E se, nei giorni di vita che mi rimangono, mi sarà dato di confortare qualche povero di più, di dare qualche consolazione al cuore del Papa e dei Vescovi, Iddio sia benedetto anche in questa guarigione!”.  L’ha scritto il 5 marzo 1940! Dall’inizio alla fine: Eccomi!

 

“Per tutta la mia vita”: fino a quando dura un “per sempre”?

Da quando abbiamo celebrato il Capitolo Generale, molti dei nostri confratelli hanno “consacrato ritualmente” il loro “Eccomi”. Il 2 luglio, Geraldo Magela da Silva (Prov. Brasile Nord) e il 26 novembre, Carlos Enrique Liscano Riera (Viceprov. di Madrid) hanno pronunciato il loro “Eccomi diaconale”. Altri confratelli hanno risposto con il loro “Eccomi sacerdotale”: nella Prov. Argentina, Abel Isidro Olmedo Riveros (13/08); nella Prov. N. D. Afrique: il 26 giugno, Alain Jacques Sawadogo; il 2 luglio: Balibié (Justin) Bamouni, Arnaud Kambire Berwuole, Guy Roland Nana e Gildas Ouedraogo; il 9 luglio, Bogmsa Badiligma (Wil.) Simfeya, Wend-Malgueda Polycarpe Tapsoba, Assiaténa (Vinc. de P.) Arinim, Dièn (Donatien) Koumantega e Kodjo Atchiké (Pierre) Kpongbe; nella Delegazione: Raju Sowraj (27/08); nella Prov. di Roma, il 10 settembre, Luca Ingrascì e il 30 ottobre, Andryamahandry Heritiana Rasoamiaramanana.

Infine, hanno voluto consacrare “per sempre” il loro “Eccomi” nella Congregazione: nella Prov. di Warsawa, l’8 settembre: Piotr Mosak; Michal Pawlowski; Pawel Urbanski. Nella Prov. N. D. Afrique, il 10 settembre: Saidou (Emmanuel Marie) Abdou; Akila Jean Baptiste Gueba; Yves Dieudonné Gyengani; Blonsky Serge Marius Kouadio; Arthus Cyrus Roi Secka; Julien Tapsoba. Nella Delegazione, il 15 ottobre: Ian Kiprotich Katah. Nella Prov. Brasile Nord, il 10 novembre: Sebastiao Bertoldo Tigre Filho; il 12 novembre: Fabiano de Oliveira; Renaldo Elesbão de Almeida; nella Prov. Brasile Sud, il 12 novembre: Rui Pedro Fernandes Nobre Pires; Adriano Roque da Silva; e Carlos Santos da Silva.

Questi confratelli, nelle diverse lingue della Congregazione, hanno detto: “Faccio voto di Castità, di Povertà, di Obbedienza e di speciale Fedeltà al Papa, per tutta la mia vita”. È la parte centrale e fondamentale della nostra formula di professione religiosa perpetua. Senza dubbio, parole coraggiose e controcorrente, piene di audacia e di generosità. Totalmente di Dio, per sempre nella famiglia di Don Orione.

Per assicurare, tuttavia, l’autenticità del gesto compiuto dai giovani, ma anche per ricordare l’impegno della promessa che abbiamo manifestato un giorno e, soprattutto, per provocare una riflessione a chi è in procinto di chiedere l’ammissione alla professione perpetua, è necessario lasciarsi interpellare da una domanda vitale e delicata: Quanto tempo dura un “per sempre”? Fino a quando va un “per tutta la mia vita”?

La domanda, a prima vista, sembra totalmente senza senso. Messa in questo modo, persino un bambino risponderebbe: “per sempre è… per sempre!”. Una professione perpetua non ha data di scadenza, o meglio, la sua data di validità è la vita, “per tutta la mia vita”, è stato detto nella nostra formula di professione.

Tale domanda, però, è giustificabile e ha un senso vitale per noi. Quando un religioso, che vive con donazione e responsabilità la sua consacrazione, domanda a sé stesso “quale potrebbe essere il limite del per sempre” e si interroga sul “senso della consacrazione” o anche sulla attualità della vita religiosa “nei tempi in cui viviamo” sta presentando questioni rischiose e sensibili che potrebbero anche compromettere il suo progetto di fedeltà. Tuttavia, un religioso che, mai nella vita, abbia posto a sé stesso una domanda di questo tipo, difficilmente sarà un buon religioso. La sua idoneità nell’eseguire i suoi doveri e la qualità della sua donazione dipendono totalmente dal suo atteggiamento di essere religioso con la coscienza del significato della promessa fatta e degli impegni presi. Contrariamente, se non ha coscienza dell’impegno può diventare, molto facilmente, un semplice funzionario del sacro che ripete ogni giorno gli stessi gesti, solo un eseguitore dell’orario, che contabilizza tempo e lavoro senza impegnarsi con lo spirito di famiglia, uno che rimane e si dona nella Comunità solo quanto basta per giustificare le proprie esigenze. Questi atteggiamenti e questo modo di comportarsi, regolandosi secondo il principio della monotonia della quotidianità, senza impegnarsi, non hanno forza. Il religioso potrà perfino rimanere nella Congregazione, ma lo farà molto di più perché ha paura di rischiare un altro cammino, molto di più per pigrizia o comodità che per convinzione. E succede che, quando passa attraverso il momento della prova o quando arriva quella richiesta di uno slancio di fiducia, probabilmente non sarà disponibile.

Purtroppo, davanti ad alcune situazioni di abbandono la domanda assume anche un significato doloroso. I motivi sono tanti, ogni situazione e persona è unica. Non si può generalizzare e nemmeno minimizzare i sentimenti e le motivazioni. Tuttavia, è giusto riconoscere, con Papa Francesco, che oggi si nota “una preoccupazione esagerata per gli spazi personali di autonomia e di distensione, che porta a vivere i propri compiti come una mera appendice della vita, come se non facessero parte della propria identità” (cfr. Evangelii Gaudium, 78). La conseguenza, completa il Papa, è “un’accentuazione dell’individualismo, una crisi d’identità e un calo del fervore.”

Nel porre a sé stesso la domanda sulla durata del suo “per sempre”, il buon religioso, il “religioso figlio”, non darà una risposta temporale, relativa al chronos, alla quantità, alla durata nel tempo fisico. Darà, sì, una risposta fondamentale (È per sempre!), ma nella linea del kairós, “il tempo che non può essere misurato da una unità di tempo”, una risposta che servirà di fondamento, di base, punto originale e simbolico di un progetto “di tutta la vita”. E avrà, certamente, la coscienza che la sua risposta è data nel tempo, nella complessità dei tempi attuali, di tanta “liquidità”, in un contesto sfavorevole alle scelte irrevocabili, certo di non essere immune alle circostanze di fragilità che possano toccare la sua condizione umana.  Ed è per questo motivo che la domanda sulla durabilità del “per sempre” va sempre accompagnata da un’altra domanda: Come mantenersi fedele alla promessa del “per sempre”?

Penso che il capitolo 25 del Vangelo di Matteo possa essere considerato una bella risposta a tale domanda. Come perseverare e mantenersi vigilante e fedele all’impegno definitivo di risposta alla chiamata del Signore?

Nel menzionato capitolo del Vangelo troviamo tre parabole sul Regno: le parabole delle Dieci Vergini, dei Talenti e del Giudizio finale.

Nella prima (1-13), le Dieci Vergini aspettano, con le loro lampade, l’arrivo dello sposo. Cinque di loro sono definite stolte perché “presero le lampade, ma non presero con sé olio” (v. 3), le altre cinque sono ritenute “sagge” perché “insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi” (v. 4). Quando, a mezzanotte, arriva lo sposo, solo le sagge avevano una riserva di olio sufficiente per accompagnarlo alle nozze. Ecco la lezione della parabola: è saggio chi è previdente e mantiene con sé una riserva di contenuto che lo mantenga per sempre” e “per tutta la vita” previdente e sicuro nell’attesa del Cristo che viene; al contrario, l’imprevidenza è un segno di stoltezza, nonché di disimpegno e di trascuratezza. Inoltre, l’olio della parabola è segno dell’impegno personale e della propria responsabilità che non possono essere supplite dagli altri.

Di seguito abbiamo la Parabola dei Talenti (14-30) – è la seconda – e conosciamo bene la sua dinamica con i tre servi che ricevono dal padrone una certa quantità di beni, “a ciascuno secondo la sua capacità”. I due primi servi, pur ricevendo una quantità diversa di talenti, lavorano e operano per far fruttificare quanto avevano ricevuto. La distinzione che si nota nella quantità consegnata (cinque e due talenti), non appare nel momento del rendiconto quando tutti e due sono elogiati nello stesso modo, con parole e meriti uguali, per lo sforzo che hanno compiuto. Questo vuol dire che la quantità non è determinante, ma lo è la qualità della risposta al mandato del padrone. Subito dopo, l’attenzione va verso il terzo servo che, al contrario dei compagni, è pigro, ha un’immagine dura e esigente del padrone e così, mosso dalla paura, conserva e si contenta con il minimo, “andò a nascondere il suo talento sotterra”. Per questo, alla questione su come conservarsi fedele nel “per sempre”, la parabola dei talenti risponderebbe indicando che è necessario operare come e con i due primi servi, senza paura e senza isolamento, per fare fruttificare il dono, il talento ricevuto.

L’ultima parabola del capitolo 25 è quella del Giudizio Finale (31-46). In essa, sono elencati opere semplici, quotidiane, quasi banali, della vita normale di ogni giorno. Benedetto è colui che ha dato l’alimento a chi aveva fame, ha dato da bere a chi aveva sete, chi ha visitato il carcerato e il malato. Infine, chi ha fatto un po’ di bene al prossimo. Il messaggio è, ancora una volta, molto chiaro: grave è l’omissione, il non fare il bene che deve essere fatto, maledetto è chi vive egoisticamente e chi spende la sua vita senza percepire il volto di Cristo nel fratello. Quindi, il testo vuole proteggerti dalla tentazione del “lascia stare” rivelando l’importanza e la serietà di una quotidiana scelta per il bene, per il valore di ogni gesto, anche piccolo e semplice, di bontà e di solidarietà. Per noi, figli di Don Orione, la conclusione è immediata: “Solo la carità salva!” e può mantenerci fedeli nel “per sempre”.

Pertanto, il capitolo 25 del Vangelo di Matteo ci trasmette i seguenti messaggi essenziali, in comunione con le nostre Costituzioni e anche con le tre priorità/orientamenti del XIV Capitolo generale:

- La Parabola delle Dieci Vergine ci ricorda che la cura per mantenersi fedele nel “per sempre” è un compito di tutta la vita. Pertanto: “Ci impegniamo: a mantenerci costantemente docili all’azione santificante dello Spirito; a perfezionare diligentemente la nostra cultura spirituale, dottrinale e tecnica; a prestare ascolto attento e creativo ai segni dei tempi” (cfr. Cost., 110). Per questo il Capitolo ha indicato come priorità del sessennio la “formazione”: “Formare le persone alla cura di sé e contemporaneamente alla cura dei rapporti comunitari, fornendo sempre nuovi stimoli per ravvivare il dono ricevuto (cfr. 2Tm 1,6), che spesso arde sotto la cenere, anche in quei confratelli che sembrano in crisi profonda.”

- La Parabola dei Talenti ci ricorda che il “per sempre” è un “dono preziosissimo”, per questo “cerchiamo ogni giorno di meritarlo e imploriamolo continuamente nella preghiera” (cfr. Cost., 113). Il Capitolo ha indicato una seconda priorità per il sessennio: “Mettere al centro la vita comunitaria e la valorizzazione dei confratelli”. Collegandoci con questa priorità, la parabola insegna che il luogo ideale dove investire i nostri talenti, perché siano fruttuosi, è il terreno comunitario. Inoltre, ci insegna che, per fare ciò, meglio allearci con coloro che danno esempio di laboriosità e generosità.

- La Parabola del Giudizio Finale dà il senso al nostro “per sempre”, perché riteniamo “un privilegio servire Cristo nei più abbandonati e reietti, poiché nel più misero degli uomini brilla l’immagine di Dio” (cfr. Cost., 119). E, per tale motivo, il Capitolo ha indicato la terza priorità: “Attualizzare il carisma inteso come vita dello Spirito, che si traduce nella carità. È necessario superare la semplice attività filantropica, trovando forme per testimoniare Gesù insieme al servizio; occorre tornare a toccare la carne di Cristo.”

 

“Io mi offro totalmente”: la qualità del “per sempre”

Nella recita della formula della professione perpetua, abbiamo coniugato il verbo “offrire” nella forma riflessiva (“mi offro”) indicando che l’azione di “offrire” riguardava noi stessi (l’azione espressa dal soggetto si riflette sul soggetto stesso). Pertanto, soggetti e oggetti dell’azione. Subito dopo, tale offerta è qualificata con un avverbio, “totalmente”.

Nel “totalmente” esiste una concentrazione di qualità, che determina l’essenza e la natura della consacrazione a Dio. Se il “per sempre” si situa di più nella relazione con il tempo (chronos o kairós), il “totalmente” riguarda il modo come è vissuto, la sua qualificazione.

Riprendendo le parabole del capitolo 25 del Vangelo di Matteo, ci accorgiamo di un messaggio comune a tutte e tre: non basta soddisfarsi con il poco, se posso fare di più; è rischioso vivere del minimo e solo eseguendo il dovere; la comodità, la mancanza di entusiasmo, il pensare soltanto a sé stesso, è un danno alla vita, personale, comunitaria e di Congregazione. Al contrario, è necessario offrirsi “totalmente” per conquistare quello status di “religioso figlio” descritto da Don Orione: per il religioso figlio “niente ha di più caro, dopo Dio, che la sua Congregazione! Egli niente più desidera che di vederla prosperare, di vederla dilatare le sue tende sulla faccia della terra per la maggior gloria di Dio. (…) Prega, soffre, lavora, fatica senza posa per la sua Congregazione. Chi sono i religiosi come questo? Sono i "figli"... Qualunque sia l'ufficio in cui è occupato, il religioso "figlio" è sempre contento. (…) Che nessuno di voi sia "servo" o parassita, ma tutti "figli", veri Figli della Divina Provvidenza.  (Villa Moffa, 12/08/1939).

Di fatto, le tre parabole evangeliche presentano degli spunti interessanti per collocarci nell’itinerario del sogno di Don Orione, nell’itinerario di un amore generoso, di chi si offre con un “cuore senza limite”, “senza frontiere”. Ma, per arrivarci è necessario evitare la riduzione del sogno. Qualcuno potrà dire che questo è un male dei nostri tempi, ma in verità è un male già presente nei tempi biblici. Nei personaggi negativi di ogni parabola (le cinque giovani stolte, il servo timoroso, i capri della terza parabola) vediamo chi non si è preparato oltre il minimo, vediamo il timoroso e il pigro, gli egoisti. Tutti con un progetto minimo e piccolo di vita, solo proposte immediate. Sono quelli che hanno ridotto il sogno. Si sono lasciati cedere alla tentazione di “accettare in modo semicosciente la mediocrità” (René Voillaume).

D’altra parte, i personaggi positivi ci insegnano a vincere il sentimento di paura e a alimentarci sempre di quello spirito orionino ben condensato nell’“Ave Maria e Avanti!”. Insegnano che unirsi a quelli che condividono gli stessi propositi, con i generosi e con coloro che si sforzano – anche se non necessariamente perfetti – sia una buona cosa. La fraternità motiva, dà impulso e incoraggia a fare il bene; può aiutare a essere audaci e decisi nelle proprie convinzioni.

Infine, l’“Eccomi”, il “per sempre”, il “totalmente”, sono espressioni che indicano i grandi ideali, i sogni elevati della nostra vita e questi hanno la forza e la capacità di svegliare la nostra generosità, di spingere la nostra audacia e di evidenziare il nostro impegno per il bene. Sono atteggiamenti che ci liberano dalla tentazione di vivere con indifferenza in questo mondo, preoccupandosi forse solo di poveri interessi personali. Ci invitano all’incarnazione, piena e totale. Sono ideali che hanno nutrito spiritualmente i grandi della Storia della Salvezza. Quando Dio ha messo Abramo alla prova, ha sentito la sua voce “Eccomi!” (Gen 22,1); quando Dio chiamò Mosè dal roveto, la risposta fu “Eccomi!” (Es 3,4); quando il Signore chiamò Samuele, ugualmente la risposta fu “Eccomi!” (1Sam 3,4); quando il Signore chiamò Isaia, “Eccomi, manda me!” (Is 6,8); quando, tramite l’angelo, chiamò Maria, avrà gioito nel sentire la risposta, “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto!” (Lc 1,38). Ma, quando Dio chiamò Adamo nel giardino, non sentì alcuna risposta e dopo aver insistito (“Dove sei?”), l’uomo ha detto: “ho avuto paura e mi sono nascosto” (Gen 3,8s).

 

Cari confratelli, che il Signore possa concedere a tutti noi che abbiamo pronunciato e consacrato il nostro “Eccomi”, la grazia della fedeltà anche nelle circostanze sfavorevoli e la grazia della disponibilità, operante e generosa. Che non dimentichiamo mai che il segreto del “per sempre” e del “totalmente” lo possiedono quelli che sono previdenti, impegnati e generosi. Ben sapendo che questa è anche una grazia da chiedere ogni giorno, con insistenza, al Signore!

Buon tempo di Avvento!

P. Tarcisio Vieira

 

 

Proposta per continuare la riflessione:

  1. Valersi del testo (o di una parte selezionata) per l’incontro comunitario, offrendo la possibilità di un tempo di condivisione, per ampliare e arricchire la riflessione.
  2. Si può anche preparare una “Lectio Divina” sul capitolo 25 del Vangelo di Matteo o su una delle tre parabole.
  3. Guardando allo stile della nostra Comunità, quali sono gli aspetti da valorizzare perché ci aiutano a mantenere la fedeltà al “per sempre” e al “totalmente”?
  4. Come possiamo vivere l’Avvento nella prospettiva di essere “buona notizia”, dono per gli altri? Lo “scambio dei doni” in Comunità potrebbe essere anche un momento di condivisione per scoprirsi “dono” gli uni per gli altri!

22 Settembre 2016
Presentazione del Documento finale del XIV CG
Il Superiore genrale P. Tarcísio Vieira, presenta il Documento finale del XIV Capitolo Generale
11 Giugno 2016
2016-2022: Nuovo Consiglio generale
19 Maggio 2016
GUARDANDO AL FUTURO. Relazione al 14° Capitolo Generale.
Parte finale della relazione presentata al 14° CG, Montebello (PV) 17 maggio 2016.
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