La Provvidenza del Signore è tutta rivolta verso di quelli che sono generosi.
Domenica, 26 Gennaio 2020
2 Settembre 2016
Brasilia, 21 de agosto de 2016 - Circulare n. 23

 

 

 

PEQUENA OBRA DA DIVINA PROVIDÊNCIA

- DOM ORIONE –

- PROVINCIA NOSSA SENHORA DE FÁTIMA – BRASIL NORTE -

Brasília, 21 agosto 2016

 

Carissimi Confratelli,

Pace e bene nel Signore!

Nel momento in cui lascio il servizio provinciale per assumere una nuova missione nella Congregazione, desidero esprimere la mia gratitudine a tutti i confratelli della Provincia e chiedo, umilmente, la preghiera di tutti. Rinnovo il mio proposito di ricordare sempre il brano del Vangelo del giorno della elezione come Superiore Generale, quando il Signore comandò: "Sii servo!" Per­tanto, con la protezione divina, per intercessione della Madonna, con la costante assistenza del nostro Santo Padre Fondatore e il sostegno fraterno di molti religiosi e laici spero di prestare il ser­vizio di "servitore" che mi è stato chiesto dai membri del 14° Capitolo generale.

Approfitto di questo momento per ringraziare i membri del Consiglio Provinciale che hanno condiviso con me la missione di coordinare la Provincia. Il mio grazie dunque a P. Otavio Marques Ferreira, P. Magno Guilherme Angeli, P. Francisco de Assis Silva Alfenas, P. Josumar dos Santos, P. Amilar Eurides Giuriato e P. Geovani dos Santos Pereira. Che San Luigi Orione, nostro Fondatore, ricompensi per l'intercessione di Dio tutti gli sforzi compiuti per il bene del nostro servizio di coordinamento e di animazione.

Una nuova fase si inizierà nel governo provinciale, inaspettata e breve, perché concluderà i tre anni di governo entro dicembre 2017. Affidiamo questa nuova tappa alla protezione della nostra Madre e Fondatrice Celeste. Ai primi di settembre, dopo la consultazione realizzata in Provincia, sarà nominato un nuovo Direttore Provinciale con i suoi Consiglieri. Chiedo, fin d'ora, la collaborazione di tutti perché il nuovo Consiglio parta già con il laborioso compito di preparare i trasferimenti di fine triennio dei direttori, che coinvolgerà vari religiosi della Provincia. In questo senso, sono sicuro che tutti daranno il loro contributo nella disponibilità e nello spirito di collaborazione, con l'intenzione di "rinunciare a sé stessi" per costruire il bene della Congregazione. Da parte mia, desidero inserirmi in questa dinamica di contributo e di aiuto, facendo ciò che mi compete.

Forse in questo momento ci si aspetterebbe un bilancio dei 4 anni e mezzo di governo. Diverse ragioni mi precludono questa possibilità. Ma probabilmente non sarebbe nemmeno una buona idea. Quello che posso dire ora, come sintesi e interpretazione di questo periodo, è che ho dato tutto me stesso senza riserve e che sempre ho voluto realizzare il bene più grande per la Provincia, in quanto struttura, ma molto di più per la Provincia come famiglia religiosa, dai più giovani ai più anziani, dai seminaristi ai religiosi di voti perpetui.

Mi sento un privilegiato per questo servizio che mi è stato affidato dalla Provincia. È una esperienza unica e molto arricchente. Sento che ho appreso più di quello che ho insegnato. Sento che i confratelli hanno fatto per me molto più di quello che io ho potuto fare per loro. Sento di dovermi scusare per qualche parola o comportamento che non ha prodotto il bene desiderato. Mi sento in dovere di dire che in questo servizio, ho avuto modo di conoscere meglio tanti confratelli di altissimo contenuto spirituale, generosi fino al punto di non pensare mai a sé stessi e che, frequentemente, nel nascondimento e con semplicità, arricchiscono il tessuto umano della nostra Provincia. Sono in debito con loro per il tanto bene che mi hanno fatto spronandomi perché anche io potessi essere così generoso, così buono, così gentile, così dolce, così puro, così semplice, così orionino, così vicino a Dio, per questo, così vicino ai fratelli e alle sorelle. Prego per loro perché perseverino in questa strada! Prego per me perché raggiunga questa medesima grazia!

Rinunciando a fare una specie di bilancio, mi piacerebbe per il momento, presentare alcuni punti di riflessione in merito alla vita della nostra Provincia, toccando alcune questioni che si presentano come “vitali” per il nostro cammino. È una riflessione personale, elaborata dopo questa esperienza di coordinamento, è un mio contributo in questo momento.

 

La misura alta della vita.

La competizione olimpica, che si sta svolgendo in Brasile, è di molta ispirazione anche per alcune considerazioni in merito alla nostra vita. Penso, per esempio, ad una competizione atletica denominata “salto in alto” in cui l’atleta deve superare un’asta orizzontale, che viene posta ad un livello sempre più alto. In tale sfida, egli deve cercare di superare sé stesso e si prefigge obiettivi sempre più alti.

È altissimo lo status di vita spirituale raggiunto da Don Orione. La sua fu una vita che si espresse con un grado di spiritualità molto elevato ed ha un carattere di eccellenza. In effetti, è presentato (riconosciuto) dalla Chiesa come “San Luigi Orione”. Egli ha raggiunto un livello così alto e così divino che gli ha fatto toccare quello che si tocca soltanto quando ci si avvicina a Dio, ossia, si tocca la “carne di Cristo”, l’umanità sofferente e abbandonata. Interessante paradosso: quanto più si va in alto e più ci si avvicina a Dio (trasfigurazione), tanto più ci si avvicina all’umano abbassandosi (incarnazione). In questo modo si è espressa la vita di Don Orione: il cuore in alto, il cuore in Dio, perché tutto il suo corpo fosse al servizio delle anime.

Per Don Orione la misura è alta, è la misura della santità. Una volta, narrando in che modo imparò a regolare la sua vita secondo queste misure così elevate, Don Orione raccontò una “storia” di Don Bosco. Disse che il giovane Giovanni Bosco accettò di partecipare ad una gara proposta da un giocoliere che stava riscuotendo molto successo nella piazza della città. Seguiamo la narrazione con le parole di Don Orione: “Il giocoliere propose di saltare sulla punta più alta di un albero, e Giovanni Bosco, ragazzo, accettò la sfida. Il primo ad arrampicarsi fu il giocoliere: andò fin sulla cima, tanto che essa dondolava e sembrava volesse spezzarsi; ma lui, il giocoliere, era senza timori, deciso, imperterrito… Il pubblico applaudì e pensò che non era possibile arrivare più in alto. Ma Giovanni Bosco, coraggioso, salì fin dove era andato il giocoliere, e poi si strinse alla pianta gettando le gambe e i piedi in su, verso il cielo, in modo da superare la cima dell’albero stesso.” E don Orione concludeva: “Ecco. Sempre verso l’alto, sempre verso Dio, fin coi piedi, sempre; anche con le scarpe, sempre verso l’alto…Questo è Don Bosco…così egli nutrì noi: sempre a Dio, sempre al cielo, fin nei giuochi, fin nei divertimenti…” (Lo Spirito di Don Orione, vol. VI, n. 28).

Se è così per Don Orione, deve essere lo stesso per i suoi figli. È un ideale altissimo che ci deve attrarre. Non possiamo condurre la nostra vita con una misura bassa, seguendo progetti minimi e piccoli. Non possiamo cedere alla mentalità comune dei nostri tempi secondo cui “se un determinato ideale è molto alto, allora deve essere ridimensionato”. Ciò sarebbe la morte dei grandi ideali (è la morte del “per sempre” della nostra professione) è la morte dei grandi progetti (“per tutta la vita”) è la morte della donazione generosa (“totalmente”). Vale spendere la vita per un sogno, un ideale, una vocazione, una missione di “alto livello” con la consapevolezza che nessuno – né atleta olimpico né religioso – riesce a raggiungere le “alte misure” se condizionato da delusione, scoraggiamento, spirito poco partecipativo, mancanza di comunione e fraternità, oppure lamentandosi per le scelte fatte. Chi si comporta così è perdente, e della peggiore specie, perdente nella partita, perdente senza competere.

Lasciamo pertanto l’immagine olimpica e passiamo ad una immagine religiosa. Immaginiamo una processione. Sì! Una processione, di quelle dell’interno del Minas Gerais o di altri luoghi di trazione religiosa popolare. È una immagine interessante. La processione esiste solo e avviene perché alcuni decidono di camminare e compiere quell’atto religioso. Essi pregano, cantano, camminano, conducono il fercolo, rispondono positivamente agli appelli degli animatori e, grazie a loro, la processione esiste ed un evento è realizzato. Tuttavia, per dove passa, la processione incontra un pubblico di osservatori, ossia di coloro che decidono di rimare ai margini o alla finestra, vedendo la processione passare. La reazione di questi può essere diversa: alcuni vedendo il movimento e la bellezza della processione prendono coraggio e si coinvolgono; altri restano alla finestra, normalmente passivi, a volte criticando ed elencando i difetti, tentando magari di far venir via qualcuno dalla processione per fare compagnia nella finestra della desolazione. Ed esiste ancora un altro gruppo, quello che rimane là dentro casa, che non vuol vedere né essere visto, vive rinchiuso, non si coinvolge, ascolta il movimento, il canto, ma nulla è capace di strapparlo al suo mondo particolare ed ai suoi propri interessi.

La Provincia, la Congregazione è come una grande processione: la processione dei missionari della “prima ora” e di tutte le altre ore della nostra storia; dei missionari del lavoro creativo, della donazione senza limiti, del coinvolgimento carismatico e pastorale sempre arricchito con nuovi ideali e sfide, dell’entusiasmo e del desiderio di servire, di servire bene e sempre meglio. I religiosi che collocano una misura alta nella propria missione, nella propria vita.

Si tratta di una questione vitale per ciascuno di noi e per la Provincia. Nella “processione della Provincia” la sfida è continuare a riscaldare i cuori dei partecipanti cercare di coinvolgere quelli che stanno ai margini o alla finestra, conquistare quelli che stanno nascosti e ritratti perché assumano un alto progetto di vita. E la lezione della processione ci insegna che allearsi con coloro che condividono gli stessi propositi, con i generosi e con i volenterosi – non necessariamente perfetti -, è un buon affare. La fraternità può infatti motivare, promuovere e incoraggiare per raggiungere "alte misure"; può aiutare ad essere coraggioso e decisivo nelle proprie convinzioni. E questa è un'altra sfida.

 

Testimonianza della comunione fraterna

Mantengo il riferimento allo spirito olimpico, per rimarcare che nessun altro evento mette tanto in luce i valori della solidarietà, della visione di equipe e dell’impegno collettivo come le modalità sportive concentrate nelle Olimpiadi. Esse, inoltre, ci offrono la consapevolezza che in una gara si ha bisogno l’uno dell’altro, sapendo che il risultato sarà un bene per tutti quelli coinvolti. È vincitore (anche se non vince una medaglia) chi consegue una buona sinergia di gruppo e di equipe, anche nelle competizioni dette individuali. Il nostro Padre Fondatore già conosceva e divulgava la “formula di successo” del gruppo unito, con relazioni forti, sincere ed autentiche. In un testo che è entrato a far parte delle nostre Costituzioni come parte integrante di uno dei suoi articoli, afferma: “La Congregazione prospererà e sarà benedetta per merito di tutti quelli che contribuiranno a mantenere l’unione e la pace, perché la nostra forza sta nell’unione il cui vincolo è Cristo” (Cost. art. 59).

Sulla qualità della nostra vita comunitaria, sui valori della fraternità e della solidarietà tra noi mi vengono in mente le parole di due vescovi, in momenti e luoghi distinti. Il ricordo di un vescovo che, alla domanda se avesse qualche orientamento per la comunità religiosa orionina presente nella sua diocesi, impegnata con tante attività, ha raccomandato unicamente una speciale attenzione alla testimonianza della vita fraterna. Ho letto poi su un altro vescovo che, nel ricevere il Superiore intenzionato ad aprire una comunità religiosa nella diocesi, invece di chiedere per prima cosa “Voi che cosa fate?” oppure “Qual è il vostro carisma?” chiese: “E voi, come vivete?”.

Come viviamo? Domanda inquietante che non possiamo mettere a tacere. Senza dubbio, in una umile ma sincera valutazione della nostra vita comunitaria, constatiamo in molte comunità della Provincia la necessità di una vera e urgente conversione per raggiungere e creare nelle nostre case un ambiente dove si viva uniti, in semplicità, in fraternità e in condivisione. È vero che abbiamo molti esempi buoni di convivenza comunitaria e che non sono pochi coloro i quali vivono in modo autentico il desiderio di crescere nelle relazioni e nella fraternità. Ma incon­triamo anche tra di noi alcuni segnali di allerta che esigono attenzione. Cresce tra noi un certo in­dividualismo caratterizzato dal dialogo fragile, relazioni poco serene, formali, indifferenti e su­perficiali. Sfortunatamente abbiamo qualche comunità che vive unicamente relazioni formali e non possiamo non riconoscere che abbiamo qualche situazione in cui le difficoltà nella vita comu­nitaria sono il risultato delle fragilità personali che esigerebbero anche un accompagnamento se­rio.

È una pena che, con una certa frequenza, noi aggiungiamo ai problemi amministrativi ed economici, generalmente gravi, la propria indisponibilità nel lavorare in armonia rispettando le istanze costituzionali di decisione e di programmazione, il che contribuisce ad aggravare ancora di più qualunque problema.

In qualche momento, nel trattare questioni della Provincia, ho avuto l’impressione che ci lasciamo dominare dal complesso del Re Mida, quel personaggio della mitologia greca, che aveva il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Affetti da questo complesso, pensiamo e agiamo così: solamente ciò che io tocco, solamente la mia soluzione, solamente il mio progetto, la mia visione “diventa oro”. E non percepiamo che agendo in questo modo, senza il sostegno comu­nitario, senza l’aiuto del confratello, senza le approvazioni nelle istanze provinciali e generali, noi ci isoliamo e un giorno ci scopriamo soli e angustiati.

È sempre importante stare attenti ad evitare quel giudizio espresso nel documento “Vita fraterna in comunità” che identifica i “costruttori di comunità” ed i “consumatori di comunità” (cfr. n.24). “Consumatore” sarebbe chi vive nell’ambiente comunitario, ma pensa solo a sé stesso in una completa o parziale inattività, esigendo di sfruttare tutti i diritti che la comunità può offrire infischiandosene il più possibile dei doveri con la stessa comunità e col suo essere religioso. Grazie a Dio però, prevalgono in Provincia i “costruttori”, coloro i quali ogni giorno, senza ostentazione, ordinariamente, come forma di vita, si sforzano di rimanere uniti, superando qualche limite o diffi­coltà vivendo autenticamente la propria consacrazione.

Abbiamo molti doni buoni da offrire, molto più numerosi e qualificati rispetto ai nostri li­miti. È edificante notare tanti confratelli, specialmente quelli delle varie periferie della Provincia, che nonostante qualche difficoltà si identificano pienamente con la missione orionina, danno senso al sacrificio e sono capaci di fare sforzi grandiosi per collocarsi nella “lucerna” del Vangelo, ben in alto, “la lampada della fraternità”. Questo ci abbellisce e ci esalta, umilmente, davanti a Dio.

 

La questione vocazionale

La questione vocazionale non è distinta dalla questione della testimonianza della vita fra­terna. Al contrario, essa è molto connessa. Don Orione già diceva: “Una comunità bella e forte, dove vive la dolce concordia dei cuori e la pace, non può non essere cara e desiderabile” (Cost. art. 86). Il primo segnale vocazionale, allora, viene dalla vita edificante e fedele della comunità.

In questi ultimi anni abbiamo fatto uno sforzo nell’ambito della promozione vocazionale, e penso che lo sforzo della Provincia sia stato ricompensato. Tuttavia è importante continuare a mantenere una attenzione elevata nel campo della promozione vocazionale, migliorando una promozione che mira a creare e rinforzare una “cultura vocazionale" nelle nostre Comunità, Opere e Parrocchie. Purtroppo, sembra che siamo ancora ostaggio di uno stile che "delega" ad alcuni re­ligiosi, detti "Promotori vocazionali", la preoccupazione per le nuove vocazioni. Questo è un "pen­siero anestetico" che allevia il peso della nostra responsabilità, dal momento che "deleghiamo" il nostro dovere personale e religioso a qualcuno che, per nostro conto e sotto la nostra pressione, correrà dietro alle vocazioni.

Per comprendere la portata e la potenza, negativa e dannosa, di questo modo di pensare, basterebbe chiedere quali parrocchie orionine e quali comunità mettono la "questione vocazio­nale orionina" come una priorità, o come degna di particolare e intensa attenzione di qualche reli­gioso della Comunità. In realtà, si ha impressione che siano pochi coloro dedicano tempo ed ener­gie per un lavoro costante e strutturato di promozione vocazionale. È urgente, quindi, ricollocare in modo creativo la "questione vocazionale" tra le nostre priorità personali e comunitarie, sapendo che il processo successivo, di conoscenza e di selezione, è altrettanto importante.

 

Ravvivare il fuoco della carità

Visitando le Comunità della Provincia in questi anni di governo provinciale, ho potuto con­statare con gioia, e anche con una certa sorpresa, che il dinamismo del carisma orionino è ben concretizzato nella vita quotidiana di tante opere. In più di una occasione ho verificato che si parla poco di quello che si fa ogni giorno come forma di carità orionina. E questo, qualche volta, mi ha fatto dire che noi ci dimentichiamo - forse per una certa modestia - che il nostro impegno carisma­tico ci spinge a far parlare le nostre opere, non per essere idolatrati, ma perché sia la maternità della Chiesa ad essere riconosciuta e amata. La prossima realizzazione del “Fórum da Caridade Orionita” ha lo scopo di riparare a questa lacuna, divulgando la carità che si fa in diversi modi, in Araguaína.

Per un altro verso nella nostra Provincia possiamo e dobbiamo fare di più, soprattutto in merito a quelle attività più radicali nella linea assistenziale e meno istituzionalizzate. È necessario un cambiamento di mentalità: in molti luoghi carenti di una attività caritativa non possiamo ini­ziare in modo ambizioso, con una grande costruzione, ma semplicemente mediante l'attuazione di progetti di piccole dimensioni, magari attraverso qualche associazione, che potrebbe organizzare iniziative semplici di formazione e di partecipazione attiva dei giovani o di piccole azioni a favore dei bambini.

In merito alle nostre opere più tradizionali, per non perdere il corso dei tempi e per essere alla loro testa, credo che dovremmo considerare più seriamente la proposta del Segretariato gene­rale per opere di carità che negli ultimi sei anni, ha proposto che si facesse, congiuntamente con il tradizionale bilancio economico – finanziario, anche un bilancio apostolico- carismatico. Ciò ci aiu­terebbe a fare una domanda vitale: L’opera sta realizzando la sua missione? È essa stessa un’opera di carità orionina? Questa struttura è al servizio della missione carismatica o siamo noi ad essere al servizio di una struttura? Siamo in grado di portarla avanti? La risposta a queste domande, e la domanda stessa, sono il modo, il segreto per mantenere l’opera in una costante dinamica di rinno­vamento e di attualizzazione, evitando il rischio di condizionare i religiosi a vivere solo in funzione delle strutture.

Una parola è necessaria in merito alle nostre Parrocchie. Più volte è stato dimostrato che un numero significativo di sacerdoti della Provincia è coinvolto in attività parrocchiali. Questo è un dato di fatto. Ma perché sia un dato positivo, è doveroso mantenere e rafforzare la consapevo­lezza che la parrocchia deve diventare effettivamente una istanza per la concretizzazione del cari­sma. Questo può essere fatto in diversi modi, in particolare mettendo in evidenza la dimensione della vita religiosa della Comunità che serve la parrocchia e rafforzando la sua dimensione carita­tiva in progetti pastorali e nelle priorità parrocchiali.

 

Questioni amministrative

“Che Provincia vogliamo?” In varie occasioni e in differenti momenti ho posto questa do­manda a me stesso e ho avuto la possibilità di rivolgerla anche ai confratelli. Ho sempre conside­rato l’importanza, per lo meno, di una discussione in merito al “modello di provincia” che abbiamo e che avremmo bisogno di avere per attuare, oggi, quanto ci chiedono le Costituzioni. Questa in­dagine è diventata particolarmente necessaria negli ultimi tempi a causa dei cambiamenti e delle innovazioni nella legislazione civile brasiliana in relazione alla Santa Sede. Ma anche, per cercare di giungere ad un “modello” amministrativo provinciale più efficace secondo i criteri di una saggia amministrazione e di un modello che ci dia le condizioni per vivere, nel modo più completo possi­bile, la vita consacrata. Per questo credo che la questione è vitale!

La provincia, dal punto di vista amministrativo – religioso, ha obiettivi molto precisi, deli­neati dai nostri documenti normativi. Essa deve essere un'istanza di animazione dei religiosi e delle comunità, deve sostenere le case di formazione dei futuri religiosi, deve essere in grado di soste­nere finanziariamente una casa in difficoltà o di sostenere un progetto caritativo o di essere in grado di aiutare una qualche necessità personale, dovrebbe anche pensare al futuro dei religiosi e provvedere al suo patrimonio.

Dal 1985, quando fu formata la “nuova” Provincia, tutti i religiosi incaricati dell’amministra­zione, hanno dato il loro contributo affinché la struttura provinciale si consolidasse. Abbiamo avuto molti vantaggi e conquiste. Adesso, sento che abbiamo bisogno di avanzare, soprattutto nel senso di una gestione più professionale e trasparente per assicurare una crescita sostenibile, co­munione e condivisione controllo e dipendenza dentro i imiti e necessità della vita religiosa. Que­sta professionalizzazione della gestione dovrebbe raggiungere anche le opere e altre nostre istitu­zioni, evitando dilettantismo amministrativo, indipendenza assurda, evitando anche qualche situa­zione sgradevole dal punto di vista finanziario e amministrativo. Il riordinamento giuridico della Provincia, attraverso un nuovo Statuto che ci collocherà come “Organizzazione Religiosa” e non più come Associazione, è un passo che può essere finalizzato prossimamente. Ma sono necessari altri passi, in particolare sarà necessaria una revisione degli Statuti delle varie Associazioni esistenti.

Sappiamo bene che per incrementare l’autentico spirito di famiglia e di reciproca collabo­razione e corresponsabilità, è necessario dare attenzione e priorità ad alcune azioni puntuali come, per esempio, operare affinché a tutti i livelli (provinciale, locale e personale) si respiri una grande trasparenza nella amministrazione dei beni economici; operare per evitare una ossessione per risparmi economici nella Casa e considerare di più qualche forma di riserva economica desti­nata alla cassa comune provinciale; operare per assumere con più disponibilità i gesti di condivi­sione indicatici dalle Costituzioni, come contributo provinciale e devoluzione della pensione; ope­rare affinché la Piccola Opera, la Congregazione sia titolare privilegiata del patrimonio…E tante al­tre azioni che sapremo implementare con intelligenza, per fortificare la nostra identità di famiglia orionina.

Infine, è importante dire una parola sulla crisi che attraversa il Paese, con gravi conse­guenze per la nostra gente e anche circa le nostre opere ed attività. La motivazione è la crisi, ma gli atteggiamenti che saranno raccomandati oltrepassano questo momento. Si tratta di "atteggia­menti orionini" del nostro vivere bene. È la risposta che Don Orione darebbe e che noi, suoi figli, diamo in suo nome:

  • La fiducia nella Divina Provvidenza: nelle situazioni difficili la nostra fiducia deve es­sere rafforzata e vissuta nello stile attivo e sensato (assennato) di Don Orione; abbiamo bisogno di pregare; dobbiamo mantenere la fiamma della speranza nei cuori della nostra gente;
  • Fare la carità: è in tempi di crisi che si aggravano le situazioni personali e familiari; i po­veri sono più visibili e sono più numerosi; cosa possiamo fare per loro? come minimo, fornire sostegno spirituale e la nostra vicinanza attraverso numerose iniziative pastorali e carismatiche; ogni comunità dovrebbe sentirsi motivata a pensare a qualche nuova iniziativa concreta - anche semplice - in risposta all’aggravamento della crisi;
  • Incoraggiare i benefattori a continuare a collaborare con le nostre opere di carità, evi­denziando meglio il bene che si fa con la loro collaborazione, anche attraverso informazioni e i rendiconti; sapendo che alcuni benefattori condividono le loro economie con grandi sacrifici, a volte privandosi di qualcosa, noi useremo rigorosamente le loro donazione per la carità e non peri il superfluo;
  • Vivere personalmente e come comunità religiosa con austerità e sobrietà, come vi­vono sicuramente questo tempo anche le nostre famiglie; cercare di risparmiare su tutto ciò che è possibile; in qualche caso sembra essere necessario recuperare il valore primario dell’onestà che eviterebbe una eventuale appropriazione indebita di risorse che non sono personali;
  • Infine è tempo di maggior rigore nella amministrazione e nelle finanze; a volte pic­cole decisioni e ristrutturazioni generano grande economia; in ciò che ho detto rispetto alla realiz­zazione di nuovi progetti e nuovi posti di lavoro, si realizzano se estremamente importanti, nel qual caso si evitino lusso ed esibizionismo.

Carissimi confratelli, concludendo questa circolare, permettetemi di riprendere ancora una volta un’immagine olimpica. Sempre ho ritenuto affascinante la competizione atletica chiamata “staffetta” dove il percorso (100 m o 400 m) è realizzato da quattro atleti ed ognuno deve percor­rere il suo tragitto, passandosi, entro una zona di trasmissione, un bastone chiamato “testimone”.

Perché quel bastone è chiamato “testimone”? Non lo so. Ma è molto interessante l’immagine che ispira. Nella corsa il momento più delicato è giustamente quello del passaggio del testimone. In quell’istante, in velocità, è fondamentale – pena la squalifica – non lasciar cadere il “testimone”. Sì, in questo momento di passaggio nel governo provinciale è necessario stare attenti a non lasciar cadere il testimone. Non lasciar cadere il testimone della perseveranza nel bene, il te­stimone della carità fraterna, il testimone della collaborazione, a chi verrà a guidare la Provincia, il testimone della continuità nelle proposte e negli orientamenti di lungo termine per il governo pro­vinciale.

E chi è il vincitore in questa corsa? Tutta l’equipe vince. Il primo atleta commemora la stessa vittoria dell’atleta che ha completato il percorso. Tutti sono vincitori. È la vittoria di ognuno e di tutti, di chi si dona completamente sforzandosi al massimo. Saremo vincitori anche così! Il “tec­nico” è il nostro santo Padre Fondatore. È un esperto, non un semplice teorico. Egli visse ciò che trasmette con tanta peculiarità. Egli ci ha trasmesso il “testimone” e adesso tocca a noi, la conti­nuità del tragitto, ognuno con il suo prezioso “testimone”. Egli è il nostro orientatore ma soprat­tutto è colui che ci sprona. La sua espressione abituale di stimolo, di incoraggiamento, di fiducia si esprime così : “Ave Maria e avanti!”.

Carissimi, in questo momento di “passaggio”, di cambiamento, sento il conforto delle pa­role che risuonano dentro di me: “Ave Maria e avanti!”.

Chiedo, allora, una Ave Maria per me.

 

Fraternamente

Pe. Tarcísio Vieira

24 Aprile 2017
Festa di S. Luigi Orione
Lettera dei Superiori generali P. Tarciso Vieira FDP e Madre M. Mabel Spagnuolo PSMC, in occasione della commemorazione liturgica di San Luigi Orione, 16 maggio 2017.
5 Febbraio 2017
125° dell’apertura dell’Oratorio San Luigi di Tortona (IT-PT-SP)
Lettera del direttore generale P. Tarcisio Vieira e di P. Fernando H. Fornerod circa il 125° anniversario dell'apertura del primo Oratorio di Don Orione.
10 Ottobre 2016
Devo tenere i vostri cuori aperti verso Dio!
Lettera ai laici del MLO presenti alla VI Assemblea ordinaria. Cile, ottobre 2016.
documento pdf Brasilia 21 agosto 2016 Circolare n 23
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