La carità non vede confini, né differenze di popoli.
Venerdì, 19 Luglio 2019
10 Novembre 2015
Don Orione e il ministero della misericordia.
Unità e carismi, Città Nuova, n.2, aprile-maggio 2015, p.50-54.

In italiano e spagnolo

 

DON ORIONE E IL MINISTERO DELLA MISERICORDIA

Don Flavio Peloso

 

Giovanni Paolo II,  che ben conosceva la vita di Don Orione e l’ha definito “stratega della carità”, “una meravigliosa e geniale espressione della carità cristiana” del quale è “impossibile sintetizzare in poche frasi la vita avventurosa e talvolta drammatica”, ha osservato che “dalla sua vita, tanto intensa e dinamica, emergono il segreto e la genialità di Don Orione: egli si è lasciato solo e sempre condurre dalla logica serrata dell'amore!”.[1]

Per comprendere la misericordia in Don Orione, e più in generale la misericordia cristiana, occorre partire dalla sua personale esperienza della misericordia di Dio. In un proposito e preghiera del 1917 (aveva 45 anni) scrisse: "Che io non dimentichi mai che il ministero a me affidato è ministero di misericordia e usi coi miei fratelli peccatori un po' di quella carità infaticata, che tante volte usaste verso l'anima mia, o gran Dio".[2] Scrivendo alla mamma di un suo alunno, gli scappò detto di sentirsi “un cuore senza confini perché dilatato dalla carità del mio Dio”.[3]

 

Un cuore senza confini

Caratteristica di Don Orione é la visione universale della salvezza e dell’amore cristiano che egli espresse con il motto programmatico “Instaurare omnia in Christo” (Ef 1, 10). Il suo cuore "cattolico" ispira tutti i suoi scritti e forma la trama della sua azione. C’è una pagina di mirabile semplicità e di mistica intensità che può introdurci a capire cosa sia “un cuore dilatato dalla carità di Dio”. San Francesco, al termine della sua vita, espresse l’universalismo della divina Provvidenza nel “Cantico delle creature”. San Luigi Orione, a pochi mesi dalla sua morte, cantò l’universalismo della divina Misericordia nel “Cantico delle anime”.

“Non saper vedere e amare nel mondo che le anime dei nostri fratelli.

Anime di piccoli,

anime di poveri,

anime di peccatori,

anime di giusti,

anime di traviati,

anime di penitenti,

anime di ribelli alla volontà di Dio,

anime ribelli alla Santa Chiesa di Cristo,

anime di figli degeneri,

anime di sacerdoti sciagurati e perfidi,

anime sottomesse al dolore,

anime bianche come colombe,

anime semplici pure angeliche di vergini,

anime cadute nella tenebra del senso

e nella bassa bestialità della carne,

anime orgogliose del male,

anime avide di potenza e di oro,

anime piene di sé,

che solo vedono sé,

anime smarrite che cercano una via,

anime dolenti che cercano un rifugio

o una parola di pietà,

anime urlanti nella disperazione della condanna,

o anime inebriate dalle ebbrezze della verità vissuta:

tutte sono amate da Cristo,

per tutte Cristo è morto,

tutte Cristo vuole salve

tra le Sue braccia e sul Suo Cuore trafitto.

La nostra vita deve essere un cantico insieme

e un olocausto di fraternità universale in Cristo.

Dobbiamo avere in noi la musica profondissima della carità.

Io non sento che una infinita, divina sinfonia di spiriti,

palpitanti attorno alla Croce,

e la Croce stilla per noi goccia a goccia,

attraverso i secoli,

il sangue divino sparso per ciascun'anima umana.[4]

        Il “Cantico delle anime” di Don Orione è frutto della contemplazione delle umane miserie e della divina misericordia, sgorga dal cuore di un uomo buono, divenuto padre misericordioso delle anime. Le anime sono in cima ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti perché è coinvolto nella misericordia redentiva di Cristo. “L’ultimo a vincere è Lui, Cristo, e Cristo vince nella carità e nella misericordia”. Per questo egli vuole abbracciare tutte le anime; vuole che nessuna si perda. Fu il proposito e la grazia chiesta nella sua prima Messa e fu il consuntivo al termine della vita: “Che tutta questa povera vita mia sia un solo cantico di divina carità in terra, perché voglio che sia – per la tua grazia, o Signore – , un solo cantico di divina carità in cielo! Carità! Carità! Carità!”.[5]

 

Amore verso i più lontani da Dio

C’è uno scritto che rivela in pieno l’animo di Don Orione e la sua concezione del sacerdozio.

“Fine del sacerdozio è di salvare le anime e di correre dietro, specialmente, a quelle che, allontanandosi da Dio, si vanno perdendo. Ad esse devo una preferenza, non di tenerezza, ma di paterno conforto e di aiuto al loro ritorno, lasciando, se necessario, le altre anime meno bisognose di assistenza. Gesù non venne per i giusti, ma per i peccatori. Preservatemi, dunque, o mio Dio, dalla funesta illusione, dal diabolico inganno che io prete debba occuparmi solo di chi viene in chiesa e ai sacramenti… Solo quando sarò spossato e tre volte morto nel correre dietro ai peccatori, solo allora potrò cercare qualche po' di riposo presso i giusti. Che io non dimentichi mai che il ministero a me affidato è ministero di misericordia…”.[6]

Il ministero della misericordia è, per Don Orione, la sostanza del suo sacerdozio, l'orizzonte permanente della sua azione caritativa. È anche un indice chiaro della santità, perché “un segnale - diceva Cassiano - che l'anima è stata purificata con il fuoco divino è la capacità di aver compassione dei peccatori”.

Un fatto della vita di Don Orione può aiutarci a fissare valori e atteggiamenti del ministero della misericordia.

“Tanti anni fa – racconta Don Orione -, predicavo le missioni a Castelnuovo Scrivia. La misericordia di Dio è più grande del cielo, è più grande del mare; la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati.

Era arrivata l'ultima sera di predicazione. Avevo parlato sulla confessione. Durante la predica, non so neppure io come, dissi: Se anche qualcuno avesse messo il veleno nella scodella di sua madre e l'avesse così fatta morire, se è veramente pentito e se ne confessa, Dio, nella sua infinita misericordia, è disposto  a perdonargli il suo peccato.

Finita la predica mi fermai a confessare fino a mezzanotte. Benché stanco, mi avviai sulla strada che da Castelnuovo Scrivia viene a Tortona. Il tempo era pessimo: si era d'inverno, nevicava e all'intorno era tutto coperto di neve.

Avvolto nel mio mantello, uscii dal paese. Ed ecco, fuori dal paese, vedo muoversi davanti a me un'ombra nera, che si avvicinava. Era un uomo avvolto in un tabarro, con il capello calato sulla testa. Sembrava aspettare qualcuno. Mi accorsi che l'aspettato ero io.  Un certo timore l'avevo. Lo salutai per primo:

  • Buona notte, brav'uomo.

         Qualche momento dopo, quello disse:

  • Reverendo, lei è don Orione? E' lei che ha predicato in Chiesa stasera?
  • Sì, brav'uomo. Sì.
  • Ecco, vorrei sapere se quello che ha detto questa sera è proprio vero.
  • Ma sicuro! Credo di non aver detto nulla che non si trovi nel Vangelo.
  • Io ero alla predica... Ma lei crede proprio a quello che ha detto?
  • Quello che predico - risposi - lo credo e, se non lo credessi, non lo predicherei.
  • Vorrei sapere - insistette l'altro - se è proprio vero che se anche uno avesse messo il veleno nella scodella di sua madre, potrebbe essere ancora perdonato.

Non mi ricordavo proprio di aver detto quelle parole, tuttavia gli dissi:

  • Ma sì che è vero. Basta che sia veramente pentito, domandi perdono al Signore e si confessi; qualunque peccato, per quanto grosso sia, sarà perdonato; per lui c’è misericordia e perdono.
  • Allora - disse -, io sono proprio quello che ha messo il veleno nella scodella di mia madre. Vi era discordia fra mia moglie e mia madre, ed io ho ucciso mia madre. Posso ottenere perdono?

          E si mise a piangere. Mi raccontò la sua storia, e poi mi si gettò ai piedi:

  • Padre mi confessi, mi confessi: io sono proprio quello della scodella.

          Poi soggiunse: Da quel momento non ho avuto più pace... Sono tanti anni. Da allora non mi sono più confessato.

  • Ebbene... - gli dissi subito, confortandolo - per l'autorità ricevuta da Dio, io vi posso rimettere questo peccato.

Mi avvicinai ad un paracarro, levai il cappello di neve che c'era sopra; anche per terra spazzai un po' di neve e... Venite qua - dissi, sedendomi sul paracarro -: confessate tutte le vostre colpe; confessate anche quel peccato di aver messo il veleno nella scodella di vostra madre.

Si inginocchiò e poi si confessò piangendo e gli diedi l'assoluzione. Poi si alzò e mi abbracciava e stringeva, sempre piangendo, e non sapeva staccarsi, tanta era la consolazione da cui era inondato. Anch'io piansi e lo baciai in fronte e le mie lacrime si confondevano con le sue. Ripresi il cammino e arrivai a Tortona tutto bagnato. Quella notte mi levai le scarpe e mi gettai sul letto, e sognai... Che cosa sognai? Sognai il cuore di Gesù Cristo; sentii il cuore di Dio, quanto è grande la misericordia di Dio”.[7]

Questo episodio, raccontato da Don Orione stesso ai suoi chierici e confratelli, è una parabola che aiuta a comprendere la misericordia di Dio e il ministero della misericordia.

Don Orione è stato definito “una faccia della misericordia di Dio”. E con questo volto era riconosciuto dalla gente che a lui ricorreva. Ernesto Buonaiuti, noto modernista, fu uno che, sull’orlo del baratro, rimase attaccato alla sua carità, come risulta da questa breve lettera: "Roma, 12-XII-1938. Caro, ti si presenta un giovane mio amico. Ti spiegherà il suo caso. È un boccheggiante sulla via, colpito, malmenato, lasciato nell’abbandono. Tu sei il buon samaritano. Lo sanno tutti; io lo so meglio di ogni altro. Lo metto sul tuo cammino. Non lo lascerai boccheggiare. Tu lo raccoglierai e lo curerai. Non aggiungo una parola: tutti i tuoi secondi sono preziosi. Io sono sempre assetato del tuo ricordo. Prega e ricordami. E. Buonaiuti".[8]

Ci si può confondere circa la verità della fede, ma non sulla verità della carità: "Tu sei il buon samaritano. Lo sanno tutti; ed io lo so più di ogni altro".

 

L’inno della carità

La nota pagina di San Paolo (1Cor 13, 1-8a) fu per Don Orione ed è per ogni cristiano l’imprescindibile riferimento. Commentandola in modo vibrante, Don Orione osservò che San Paolo nel suo inno alla carità “scrisse le più belle e più alte parole, dopo averlo attuato nella sua vita. Ed egli poteva ben cantarlo quest’inno così come l’ha cantato, poiché nessuno più di lui lo sentì vibrare nel suo cuore, nessuno ha sentito più di lui l’amore di Gesù Cristo e della umanità e gli echi di quella divina poesia sono giunti sino a noi. Poiché, a partire da Cristo, la religione diventò ispiratrice di carità e con lei è talmente congiunta, che cristianesimo senza carità non sarebbe che un’indegna ipocrisia”.

Don Orione richiama sempre l’unità vitale di carità nel cuore, carità nelle parole, carità nei fatti, perché “la carità ha fame di azione, è una attività che sa di eterno e di divino”.[9]

Ancora una volta, l’eloquenza di un episodio di vita può bene illustrare la concretezza e la bellezza dell’agire misericordioso.

Il 13 aprile 1920, Don Orione celebrava il suo giubileo sacerdotale. Un sacerdote, suo compagno di seminario e amico d’anima, gli scrisse parole buone di augurio. Don Orione gli rispose il 1° giugno 1920, raccontandogli come celebrò le "nozze d'argento sacerdotali".

“Caro Don Casa. Ho ricevuto la tua gradita lettera del 15 aprile e ti ringrazio nel Signore. Tutto quello che serve ad unire e a confortare nella carità, fa sempre bene e fa sempre piacere; non dobbiamo guardare a noi ‘servi inutili’ ma alla gloria di Dio e al bene delle anime nostre e altrui.

Qui di feste non se ne sono fatte; non ho permesso che se ne facessero per il mio XXV di Sacerdozio. Quel giorno io dovevo passarlo a Bra, nel silenzio e in Domino; ma, la vigilia, mi accorsi che il caro chierico Viano andava peggiorando, e allora mi fermai a Tortona. La notte, la passai presso il letto di Viano e la mattina dissi la Messa ai piedi della Madonna della Divina Provvidenza, e i ragazzi e tutti fecero la comunione.

Venuta l'ora del pranzo, ti dirò come l'ho passata. Viano andava peggiorando, ma era sempre presente a se stesso; da più giorni quel povero figlio, malgrado gli enteroclismi, non aveva avuto più beneficio di corpo, quando, verso mezzodì, ebbe come un rilassamento di corpo, e non si fece a tempo, perché anche lui non avvertì a tempo o non se ne è neanche accorto, poveretto!

E allora il chierico Don Camillo Secco – ora è suddiacono che fa da infermiere, e che è forte assai, alzò il caro malato diritto sul letto, e abbiamo cambiato tutto, e il letto e il malato, e così mentre gli altri pranzavano, con dell'acqua tiepida io lo lavavo e pulivo, facendo, col nostro caro Viano, quegli uffici umili sì, ma santi, che una madre fa con i suoi bambini.

Ho guardato in quel momento il chierico Camillo, ed ho visto che piangeva. Ci eravamo chiusi in infermeria, perché nessuno entrasse, e fuori picchiavano con insistenza che andassi giù a pranzo; ma io pensavo che meglio assai era compiere, con amore a Dio e umiltà, quell'opera santa, e veramente di Dio; e dicevo tra me: Oh, molto meglio questo che tutte le prediche che ho fatto! Ora vedo che veramente Gesù mi ama, se mi dà modo di purificare la mia vita e di santificare così questo XXV anniversario del mio sacerdozio. E sentivo che mai avevo più sublimemente né santamente servito a Dio nel mio prossimo, come in quel momento, ben più grande che tutte le opere fatte nei 25 anni di ministero sacerdotale. E Deo gratias! E Deo gratias!” [10].

Certo, le biografie e la saggistica su Don Orione indugiano a presentare la sua vita come un prodigioso sviluppo di carità, “alla testa dei tempi”, e i suoi insegnamenti come frutto di sapientia cordis profetica e lungimirante; Papa Benedetto XVI ha incluso il suo nome, al n. 40 dell’Enciclica “Deus caritas est, come santo rappresentativo della carità sociale della Chiesa. Ma è in simili fatti, come quello dei servizi “umili e santi che una mamma fa con i suoi bambini”, resi normali dalla misericordia di un’anima immersa in Dio, che va ricercata la sostanza della misericordia cristiana.

 

“Passare dalle opere di carità alla carità delle opere”

Non si può comprendere la carità “esplosiva”, educativa e assistenziale, pastorale e politica di Don Orione, senza riandare alla sua esperienza mistica. "Mi sento come un carbone acceso su un grande altare: vivere in Lui e Lui in noi. Ecco il sublime della vita, il sublime della morte, il sublime dell'amore, il sublime della gioia, il sublime dell'eternità”, lasciò scritto in un passaggio rivelatore della sua interiorità.[11] In altra occasione parlò di “dinamite della carità” che caratterizza “non l’umano modo ma il divino modo” di vivere.[12] Don Giuseppe De Luca, fine conoscitore e storico della spiritualità, disse di lui che “viveva sempre in uno stato di ebbrezza spirituale”.[13]

Papa Benedetto XVI, commentando l’affermazione di Don Orione “la carità è la migliore apologia della fede cattolica”, disse che “Le opere di carità, sia come atti personali e sia come servizi alle persone deboli offerti in grandi istituzioni, non possono mai ridursi a gesto filantropico, ma devono restare sempre tangibile espressione dell’amore provvidente di Dio. Per fare questo - ricorda don Orione - occorre essere ‘impastati della carità soavissima di Nostro Signore’ mediante una vita spirituale autentica e santa. Solo così è possibile ‘passare dalle opere della carità alla carità delle opere, perché - aggiunge il vostro Fondatore - anche le opere senza la carità di Dio, che le valorizzi davanti a lui, a nulla valgono’ ”.[14]

Per non confondere l’azione caritativa con certo protagonismo filantropico umano, che San Paolo paragona a quello di “un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1Cor 13, 1), va ricordato che la misericordia è qualcosa che si riceve da Dio. Di più: è qualcosa che si subisce e si soffre per l'azione di Dio. Così fu per Gesù che “doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo (Eb 2, 16-17), e “imparò l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna” (Eb 5, 8-9).

Inginocchiato - confessa Don Orione - con tutta la mia miseria, io mi stendo, gemendo, dinanzi alla tua misericordia, o Signore, che sei morto per noi”. Però, aggiunge subito, "lo splendore e l'ardore divino non m’incenerisce, ma mi tempra, mi purifica e sublima e mi dilata il cuore, così che vorrei stringere nelle mie piccole braccia umane tutte le creature per portarle a Dio”.[15]

La prassi della misericordia in Don Orione è compassione e condivisione, lontana sia da espressioni solo intimistiche e sia dalla beneficienza superficiale e mondana: “Vorrei farmi cibo spirituale per i miei fratelli che hanno fame e sete di verità e di Dio; e vorrei vestire di Dio gli ignudi, dare la luce di Dio ai ciechi e ai bramosi maggiore luce, aprire i cuori alle innumerevoli miserie umane e farmi servo dei servi, distribuendo la mia vita ai più indigenti e derelitti; vorrei diventare lo stolto di Cristo, e vivere e morire nella stoltezza della carità per i miei fratelli!”.[16]

La misericordia è un “dare con il pane del corpo il divino balsamo della fede”.[17] Inscindibilmente. E allora le opere di misericordia sono in se stesse evangelizzazione (“la carità apre gli occhi alla fede[18]) e culto gradito a Dio (“vedere e servire Cristo nell’uomo[19]).

Le parole della preghiera della Messa in onore di San Luigi Orione riassumono la sua esperienza della misericordia: “Dona a noi, Signore, di esercitare come lui le opere di misericordia, per far sperimentare ai fratelli la tenerezza della tua Provvidenza e la maternità della Chiesa”.

 

 

DON ORIONE Y EL MINISTERIO DE LA MISERICORDIA

De don Flavio Peloso, F.D.P.

 

El ministerio de la misericordia es para don Orione, la sustancia de su sacerdocio, el horizonte permanente de su acción caritativa. Desde esta perspectiva leemos la experiencia de este testigo de la misericordia y el amor de Dios.

San Juan Pablo II, que conocía bien la vida de don Orione y le definía como “un estratega de la caridad”, “una maravillosa y genial expresión del amor cristiano” señaló que “su vida, tan intensa y dinámica, nace de un secreto y una genialidad: don Orione se dejó llevar sólo y siempre por una única lógica, la del amor”. (1)

Para comprender la misericordia en don Orione, hay que partir de la experiencia que él tiene de la misericordia de Dios. En una oración de 1917 (tenía 45 años), que es también todo un programa, leemos: “Que no olvide nunca que el ministerio que se me ha confiado es un ministerio de misericordia y tenga con mis hermanos pecadores ese incendio de caridad, que tantas veces has usado conmigo, oh gran Dios”.(2)

                                          

Un corazón sin fronteras

Característico en don Orione es la visión universal de la salvación y del amor cristiano que él plasmó en su lema programático “Instaurare omnia in Christo”(Ef 1,10). Su corazón “católico”, unversal, inspira todos sus escritos y está en la base de todas sus actuaciones. Hay una página de admirable sencillez y de mística intensa que nos puede introducir en la comprensión de lo que significa “un corazón dilatado por la caridad de Dios”. San Luis Orionne, pocos meses antes de su muerte, cantó la universalidad de la Divina Misericordia en este Cántico de las almas:

No saber ver ni amar en el mundo, más que las almas de nuestros hermanos.

Almas de pequeños, almas de pobres, almas de pecadores, almas de justos, almas de extraviados,

almas de penitentes, almas de rebeldes a la voluntad de Dios,

almas de rebeldes a la Santa Iglesia de Cristo, almas de hijos perversos

almas de sacerdotes malvados y pérfidos, almas agobiadas por el dolor,

almas blancas como palomas, almas simples, puras, angelicales, de vírgenes,

almas hundidas en las tinieblas de los sentidos y en la baja bestialidad de la carne,

almas orgullosas del mal, almas ávidas de poder y dinero,

almas llenas de sí, que no se ven más que a sí mismas, almas perdidas que buscan un camino.

Almas dolientes que buscan un refugio o una palabra piadosa,

almas que aúllan su desesperación, su condenación

o almas embriagadas con la embriaguez de la verdad vivida:

Cristo las ama a todas, Cristo murió por todas,

Cristo las quiere salvar a todas entre sus brazos y en su Corazón traspasado.

Nuestra vida un canto unidos y un holocausto de fraternidad universal en Cristo.

Ver y sentir a Cristo en cada persona.

Hemos de tener en nosotros la música profundísima de la caridad.

Yo lo único que siento es una infinita, divina sinfonía de espíritus, que palpitan junto a la Cruz, y la Cruz destila por nosotros gota a gota, a través de los siglos, la sangre divina derramada por cada alma.(3)

El Cántico de las almas de don Orione es fruto de la contemplación de las miserias humanas y de la misericordia divina, nace en el corazón de un hombre bueno, que ha llegado a ser padre misericordioso de las almas. Las almas están en sus pensamientos y sentimientos porque se ha dejado involucrar en la misericordia redentora de Cristo.

Por esto don Orione quiere abrazar a todos, quiere que ningún alma se pierda. Fue el propósito y la gracia que pidió a Dios en su primera misa y terminó siendo la síntesis de su vida: “¡Que toda esta pobre vida mía sea un solo cántico de divino amor en la tierra, porque yo quiero que sea –por tu gracia, oh Señor-, un sólo cántico de divina caridad en el cielo! ¡Caridad!¡Caridad!¡Caridad!”. (4)

 

Amor hacia los más alejados de Dios

Hay un escrito que revela plenamente el alma de don Orione y la idea que él tiene del sacerdocio.

La finalidad del sacerdocio es la de salvar almas e ir detrás de ellas, especialmente, de aquellas, que alejándose de Dios, van a la perdición. Esas tienen preferencia, no de ternura, sino de paterno consuelo y ayuda en el regreso, dejando, si fuera preciso, aquellas menos necesitadas de asistencia. Jesús no vino para los justos, sino para los pecadores: “Por lo tanto, oh mi Dios, preservame de la funesta ilusión, del diabólico engaño de creer que yo como cura deba ocuparme sólo de quien viene a la iglesia y frecuenta los sacramentos (...). Que yo no olvide jamás, que el ministerio que me ha sido confiado es ministerio de misericordia”.(5)

El ministerio de la misericordia es, para don Orione, la sustancia de su sacerdocio, el horizonte permanente de su acción caritativa. Es también un claro indicador de su santidad, porque “una señal –decía Cassiano- de que el alma ha sido purificada con el fuego divino es la capacidad para tener compasión de los pecadores”.

Un hecho en la vida de don Orione puede ayudarnos a fijar el valor y el comportamiento del ministerio de la misericordia. Cuenta cómo años atrás, predicando una misión en un pueblo, había dedicado la última tarde para hablar de la misericordia de Dios. Durante la charla, no sabe por qué, dijo: “Incluso si alguno hubiese puesto veneno en el plato de su madre y la hubiese llevado de esta manera a la muerte, si está realmente arrepentido y se confiesa, Dios, en su infinita misericordia, está dispuesto a perdonarle su pecado”. Terminada la predicación se quedó confesando hasta la media noche y, después, se puso en camino a pie hacia Tortona. El tiempo no podía ser peor, nevaba y todo estaba cubierto de nieve. Envuelto en la capa descubrió que, a la salida del pueblo, había alguien que lo esperaba. “Reverendo, ¿usted es don Orione? ¿Ha sido usted quien ha predicado esta tarde en la iglesia? Bien, quisiera saber si lo que ha dicho esta tarde es verdad. Quisiera saber si de verdad es cierto que, incuso si alguien hubiera metido veneno en la comida de su madre, todavía podría ser perdonado”.

Sigue don Orione: “No recordaba de haber dicho esas palabras, pero le dije: ‘Por supuesto que es verdad. Basta que esté arrepentido de verdad, pida perdón a Dios y se confiese; cualquier pecado, por grande que sea, será perdonado; claro que para él hay misericordia y perdón’”. ‘Pues verá – dijo-, yo soy el que ha puesto veneno en el plato de su madre. Mi mujer y mi madre no se llevaban bien, y yo he matado a mi madre. ¿Podré ser perdonado?’. Y se puso a llorar. Me contó la historia de su vida y después se echó a mis pies: ‘Padre, confiéseme: yo soy el del veneno en el plato de su madre. Desde ese momento no he vuelto a tener paz. Han pasado tantos años. Desde entonces no he vuelto a confesarme’.

‘Bien –le dije enseguida, confortándolo- por la autoridad que he recibido de Dios, yo te puedo perdonar este pecado’. Se puso de rodillas y se confesó llorando y le di la absolución. Después se levantó y me abrazaba y me apretaba contra sí, siempre llorando, y no se terminaba de separar de mí, tal era la alegría que le invadía. También yo lloré, le besé en la frente y mis lágrimas se fundían con las suyas. Reemprendí el camino y llegué a Tortona todo calado. Esa noche me quité las botas y me eché sobre la cama, y soñé... ¿Qué soñé? Soñé con el corazón de Jesucristo; sentí el corazón de Dios, ¡qué grande es la misericordia de Dios!”.(6)

Este episodio es una parábola que ayuda a comprender la misericordia de Dios y el ministerio de la misericordia. Don Orione ha sido definido como “un rostro de la misericordia de Dios”. Y con este rostro era reconocido por la gente que a él recurría.

 

El himno de la caridad

La conocida página de san Pablo (1 Cor 13, 1-8a) fue de imprescindible referencia en la vida de don Orione. Mientras vibraba comentándola, don Orione observó que san Pablo en su himno de la caridad escribió las palabras más bellas y expresó los sentimientos más elevados después de haberlos vivido. Y él bien podía cantar este himno como lo hizo, porque nadie más que él lo había sentido vibrar en su corazón, nadie sintió más que él el amor de Jesucristo y de la humanidad y los ecos de aquella divina poesía han llegado hasta nosotros. Porque, a partir de Cristo, la religión inspiró la caridad y con ella se fundió de tal manera, que el cristianismo sin caridad no sería otra cosa que indigna hipocresía.

Don Orione evoca siempre la unidad vital entre la caridad en las palabras, caridad en el corazón, caridad en las obras, porque “la caridad tiene hambre de acción, es acción que sabe de eterno y de divino”. (7) Una vez más, la elocuencia de un episodio de su vida puede ilustrar mejor que cualquier otra cosa la concreción y la belleza del actuar con misericordia.

El 13 abril de 1920, don Orione celebraba los 25 años de su primera misa. Respondiendo a un sacerdote, compañero suyo en el seminario y amigo, que le felicitó con ese motivo, don Orione respondiéndole cuenta en una carta cómo celebró él esas “bodas de plata sacerdotales”:

Querido don Casa: Aquí no se ha hecho mayor fiesta; no he querido que se hiciera fiesta por el XXV aniversario de mi sacerdocio.
Ese día yo tenía que pasarlo en Bra, pero, la vispera, caí en la cuenta de que el querido clerico Viano empeoraba, entonces me quedé en Tortona. La noche la pasé al lado de la cama de Viano y por la mañana celebré la Misa a los pies de la Madre de la Divina Providencia.
Te cuento cómo pasé la hora de la comida. Viano empeoraba, pero se mantenía consciente. Hacía días que a pesar de las lavativas, no hacía de vientre, y al mediodía, sin embargo, no nos dimos cuenta, ni él tampoco, el caso es que no llegamos a tiempo, ¡pobrecillo!

Y entonces el clérigo Don Camilo Secco, ahora subdiácono, que hace de enfermero, y es bien fuerte, levantó de la cama a nuestro querido enfermo, cambiamos toda la ropa, del enfermo y las sábanas, y así, mientras los demás almorzaban, con agua templada le lavé y limpié haciendo con nuestro querido Viano los humildes y santos oficios que una madre hace con sus niños.

 Miré en aquel momento al clérigo Camilo y le vi llorar. Estábamos cerrados en la enfermería para que nadie entrase, aunque llamaban con insistencia a la puerta para que bajáramos a comer; pero pensé que era mucho mejor realizar con amor de Dios y humildad aquella santa obra, verdaderamente de Dios, y decía para mí: esto es mucho mejor que todas las predicaciones que hice. Ahora veo que de verdad me ama Jesús cuando me da ocasión de purificar mi vida y santificar así este XXV aniversario de mi sacerdocio. Y me di cuenta de que nunca había servido a Dios en el prójimo tan sublime y tan santamente como en aquel momento, mucho mejor que en todas las obras hechas en los XXV años de ministerio sacerdotal. Deo gratias, Deo gratias.

 ¿Lo ves? Así nos amamos. Por la gracia de Dios que está con nosotros y por su divina misericordia, así nos amamos en Él. Ahora Viano rogará, por mí y por todos vosotros, hijos míos”. (8)

Cierto que las biografías y las hagiografías sobre don Orione nos llevan a pensar en su vida como un prodigioso desarrollo de la caridad, “a la cabeza de los tiempos”, y sus enseñanzas como fruto de sapientia cordis profética y clarividente. Pero es en hechos como los anteriores, en esos servicios “humildes y santos que una madre hace con sus hijos”, que se vuelven habituales por la misericordia en un alma inmersa en Dios, donde se ha de buscar la esencia de la misericordia cristiana.

 

Pasar de las obras de caridad a la caridad de las obras

El Papa Benedicto XVI, comentando la afirmación de don Orione “la caridad es la mejor apología de la fe católica”, dijo que las obras de caridad, ya sea como actos personales o como servicios prestados por grandes instituciones a las personas necesitadas, no pueden jamás reducirse a un gesto filantrópico, sino que han de ser siempre expresión tangible del amor providente de Dios. Para hacer esto –recuerda don Orione- se necesita estar “contagiados por la caridad suavísima de Nuestro Señor” mediante una vida espiritual auténtica y santa. Sólo así es posible “pasar de las obras de caridad a la caridad de las obras, porque –añade vuestro fundador- también las obras sin el amor de Dios, que les dé valor,  no sirven de nada”.(9)

La misericordia es un “dar con el pan del cuerpo el divino bálsamo de la fe”.(10) Inseparablemente. Es entonces cuando las obras de misericordia son evangelizadoras de por sí (“la caridad abre los ojos a la fe”(11)) y culto agradable a Dios (“ver y servir a Cristo en la persona humana”(12)).

Las palabras de la oración para la misa en honor a san Luis Orione resumen su experiencia de la misericordia: “Concédenos, Señor, que ejercitemos como él las obras de misericordia, para que los hermanos experimenten la ternura de tu Providencia y la maternidad de la Iglesia”.

 

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[1] De San Juan Pablo II sobre don Orione en la Omelia in occasione della beatificazione, 26 octubre de 1980, y la Omelia in occasione della canonizzazione, 16 mayo de 2004.

2 Don Orione, Nel nome della Divina Provvidenza, Piemme, Casale Monferrato 20043, p. 27.

3 Apuntes del 25 febrero de 1939, en: ibid., pp. 134-135.

4 Don Orione, Carta del 26 junio de 1922, en: ibid., pp. 54-56.

5 Don Orione, Nel nome della Divina Provvidenza, cit., p. 27.

6 Texto en Parola VII, 21-22; XI, 234-235; XI, 325-327.

7 Aa. Vv., Sui passi di Don Orione. Sussidio per la formazione al carisma, Dehoniane, Bologna, 1996, p. 186.

8 Don Orione, Carta a Don Casa, 1 junio de 1920; Lettere I, Roma, 1969, pp. 191-193.

9 Discorso di Benedetto XVI durante la visita al Centro Don Orione di Roma, 24 giugno 2010.

10Don Orione, Nel nome della Divina Provvidenza, cit., p. 115.

11 Scritti 4, 279-280.

12Don Orione, Nel nome della Divina Provvidenza, cit., pp. 134-135.

 



[1] Di Giovanni Paolo II su Don Orione si vedano l’Omelia in occasione della beatificazione, 26 ottobre 1980, e Omelia in occasione della canonizzazione, 16 maggio 2004.

[2] Don Orione, Nel nome della Divina Provvidenza, Ed. Piemme, Casale M., 2004, III ed., p. 27.

[3] Scritti 103, 32.

[4] Appunti del 25 febbraio1939; Nel nome, p.134-135.

[5] Da lettera del 26 giugno1922; Nel nome, p.54-56.

[6] Nel nome, p. 27.

[7] Testo in Parola VII, 21-22;  XI, 234-235;  XI, 325-327.

[8] Il testo e la vicenda sono riportati in Flavio Peloso, Don Orione e Buonaiuti: un’amicizia discreta in “Rivista di storia della Chiesa in Italia”, 2002, p.121-147.

[9] Sui passi di Don Orione, Dehoniane, Bologna, 1996, p. 186.

[10] Lettera a Don Casa, 1 giugno 1920; Lettere I, Roma, 1969, pp. 191-193. Non posso non collegare questo fatto del 25° di sacerdozio di Don Orione con quanto, similmente, avvenne alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale e riferito da Don Carlo Sterpi, suo amico e compagno nella fondazione della Congregazione. "Don Orione volle prepararsi alla ordinazione sacerdotale compiendo un'opera di Carità, che lo rendesse meno indegno di avvicinarsi all'altare. Trovandosi infermo Mons. André, Vicario Generale, Don Orione lo assistette fino agli ultimi istanti, perché morì durante la notte. Dopo di aver rivestito il defunto, si inginocchiò per recitare le preghiere di suffragio, appoggiandosi al bordo del letto dove giaceva il cadavere. Poi, vinto dal sonno, si addormentò. Al mattino vennero a chiamarlo perché si preparasse per l'ordinazione sacerdotale"; Don Luigi Orione. Documenti e testimonianze,  vol. II, p.162.

[11] Nel nome, p.83-84.

[12] Discorso ai suoi religiosi del 2 gennaio 1938, Parola VIII, p.3.

[13] G. De Luca, Elogio di Don Orione, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1999, p.77.

[14] Discorso di Benedetto XVI durante la visita al “Centro Don Orione” di Roma, 24 giugno 2010.

[15] Nel nome, p. 81-83.

[16] Lo spirito di Don Orione, VII, p. 20.

[17] Nel nome, p. 115.

[18] Scritti 4, 279-280.

[19] Nel nome, p.134-135.

 

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