Lo spirito di Dio è spirito di pace.
Martedì, 4 Agosto 2020
26 Marzo 2015
2015 Pasqua - Preghiamo per le vocazioni sulla scia di Papa Francesco

Pasqua 2015

 

Carissimi Fratelli e Sorelle del
Gruppo di Preghiera per le Vocazioni

Preghiamo per le vocazioni, perché non manchino i ministri della misericordia di Dio, sull'esempio di Gesù Cristo, come ce lo chiede Papa Francesco. Vi offro una meditazione che si basa sui testi di P. Silvano Fausti SJ.

A Gerusalemme, presso la Porta delle pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: "Vuoi guarire?". Gli rispose il malato: "Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me". Gesù gli disse: "Àlzati, prendi la tua barella e cammina". E all'istante quell'uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. (…) Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: "Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio". (Gv 5,2-18)

È una festa dei giudei. Gesù arriva a Gerusalemme e, invece di andare al tempio, che è “la casa del Padre suo”, va alla Porta delle pecore, attraverso la quale passano le pecore destinate al macello e al sacrifico nel tempio. Ci sono anche degli infermi, i ciechi, gli zoppi e tutti coloro cui la legge vieta di entrare nel tempio, e quindi non hanno accesso alla festa, alla vita, alla gloria. Sono un popolo di peccatori che al massimo può andarci come pecore da macello, per espiare le proprie colpe; sono come un “carnaio umano destinato alla morte”. Questa gente inferma giace attorno a una piscina, non sa dove andare, perché è cieca, non si può muovere, è immobile, non sta in piedi, senza linfa vitale. Attorno ci sono cinque portici, un richiamo ai cinque libri della legge, che racchiudono dentro tutta questa umanità immobile, inferma, senza vita. E Gesù va lì. Durante questa festa sono loro i suoi fratelli che diventano il nuovo tempio.

Le gente crede che quando s’increspa l’acqua, la prima persona che scende nella piscina verrà guarita. Ma in realtà, quell’acqua non può guarire, al massimo può curare un po’ una vita mortale, che è sempre per la morte e non è la fonte d’acqua zampillante che Gesù ha promesso alla samaritana. Questa gente diventa il nuovo tempio, i fratelli di Gesù, “la casa del Padre suo” e Gesù viene per dare la vita a questi fratelli che sono fuori dal tempio, fuori dal sabato, fuori dalla vita, fuori dal riposo. Infatti l’unico rapporto che hanno con il tempio è quello del sacrificio; sentono che il loro rapporto con Dio è solo la colpa da espiare; e l’unica relazione che hanno con la vita è quella di dover sicuramente morire, perché già adesso gustano in anticipo la morte, in quanto infermi.

Gesù incontra tra di loro uno malato da 38 anni, praticamente da tutta la vita, perché quella è la sua vita. Infatti, se gli togliamo la sua malattia, è come se gli togliessimo l’identità, che cosa farà?, non sarà più lui… Guarire per lui significa quasi morire alla sua identità precedente. E questo è il suo vero male: che egli addirittura non desidera neanche guarire. Per questo Gesù gli domanda per primo se vuole guarire. Ma lui non ha neanche una chiara voglia di guarire e risponde a Gesù solo in modo indiretto.

Anche noi a volte pensiamo che il nostro male non è male, siamo così, è impossibile essere diversi. Pertanto il vero male non è ciò che abbiamo, ma il pensiero che noi dobbiamo essere così e restiamo lì bloccati, identificandoci con quel male. E questo il nostro vero male. Gesù poi parlerà di un peccato che è un vero fallimento, la mancanza di speranza.

La domanda di Gesù “Vuoi guarire?” non è superflua, perché Dio non ci può fare nessun dono, se noi non lo vogliamo. Il nostro vero male è la mancanza di desiderio che ci rende immobili. I sensi di colpa ci bloccano talmente che addirittura bloccano il desiderio di una cosa diversa, al massimo l’unico desiderio è quello di espiare, stai lì alla Porta delle pecore, pronto ad entrare come carne da macello nel tempio per il sacrificio; così si continua in questo gioco di colpa ed espiazione, senza mai vivere. Il malato del Vangelo esprime addirittura un senso di solitudine, dicendo che “non ho nessuno che mi immerga”. Anche noi oggi ci sentiamo soli, perché il male rende soli. E poi aggiunge “Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me”, è la sensazione di essere sempre in ritardo sulla vita, come in un sogno, in un incubo, non arrivi mai. La sensazione che abbiamo tutti è che la felicità, ciò che desideriamo, è lì davanti ma non ci si arriva mai, perché c’è sempre qualcuno che ci arriva prima di noi, siamo sempre in ritardo, sempre cinque minuti dopo! E noi, assuefatti a questo ruolo, rimaniamo bloccati per sempre nel gioco di fare gli infermi, addormentati e morti nella situazione.

In questo contesto sopraggiunge Gesù che prende l’iniziativa, attivando la volontà di quel malato e gli dice “alzati!” che significa “risorgi!”. L’uomo si sveglia e cammina con leggerezza, capace di prendere e portare adesso lui la sua barella. Il sabato per lui diventa la pienezza di vita. Esce dai 5 portici, simbolo della legge, in cui era racchiusa la sua vita (in un circolo vizioso del gioco di colpe da espiare; in quanto malato, peccatore e condannato), ora entra nel tempio, laddove prima non aveva accesso, e incontra Gesù, che assume a sé il ruolo dell’agnello che si immola perché lui abbia la vita. Gesù gli dice: “Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”.

Per Gesù il peccato è il luogo in cui si rivela il perdono di Dio, il suo amore infinito. Gesù fa un segno, perché il miracolo non è alzarsi da terra, tanto prima o poi torneremo a terra. Il vero miracolo non è il guarire e camminare. Il vero miracolo è la guarigione interiore da ciò che ci blocca: è che uno viva la vita con speranza, qualunque sia la vita, da uomo diritto, interlocutore di Dio, che viva le sue relazioni, in faccia agli altri; è questo il vero miracolo. Se uno dopo la guarigione ad es. comincia subito a rubare o a fare del male, è meglio che rimanga dove era!

È la sfiducia che ci fa cadere in quella paralisi del falso concetto o esperienza di Dio. Il vero peccato è la mancanza di speranza, la mancanza di desiderare il bene, che blocca la nostra esistenza e ci fa vivere tutta la vita da prigionieri della paura e della morte. Se non incontriamo la fonte d’acqua viva, non sappiamo di essere figli di Dio e che Dio è nostro Padre, non conosciamo la vita eterna che è già in noi e che viviamo nell’amore del Padre e dei fratelli.

Il 13 marzo abbiamo ricordato due anni dell’elezione di Papa Francesco, alla quale sono seguite le umili parole: “Fratelli e Sorelle, buonasera.” Praticamente ogni giorno stiamo ascoltando di tanti gesti del Papa, con i quali egli dimostra di voler stare sempre con gli ultimi, come Gesù. Presta attenzione a ciascuno, rispetta tutti, ma non vede l’ora di incontrare i più desolati e i più disgraziati. Li ascolta fino in fondo, come se volesse assumere su di sé le loro pene. Questi profondi desideri ed ascolto hanno permesso al Papa di intuire che l’umanità è sprofondata in un fatalismo delle proprie miserie fino al punto da non credere più possibile l’uomo "bello" e “buono” come l’aveva creato Dio. C’è bisogno di una grazia speciale e ha annunciato un Giubileo straordinario - Anno Santo della Misericordia. Il Papa vuole ricordare alla nostra società che solo il perdono e la misericordia di Dio possono ricreare nell’uomo un cuore nuovo e riportarlo al disegno inziale della civiltà umana fondata sull’amore.

Fratelli e Sorelle, preghiamo per le vocazioni, per le sante vocazioni, perché, come ci ricorda il Papa, abbiamo un grande bisogno di sentire che nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio, perché “Dio perdona tutto, e Dio perdona sempre. Non ci stanchiamo di chiedere perdono.” E “quando Dio perdona, dimentica” e “più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono”.

Buona Pasqua a tutti!            

                                                                                  Don Silvestro Sowizdrzał FDP

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