Pieghiamoci con caritatevole dolcezza alla comprensione dei piccoli, dei poveri, degli umili.
Mercoledì, 21 Agosto 2019
15 Febbraio 2013
LA DIACONÌA DELLA CARITÀ È COSTITUTIVA DELLA MISSIONE DELLA CHIESA (15.12013)

Convegno del Volontariato orionino sul tema

"Anno della fede e testimonianza della carità"

Roma, 17-19 febbraio 2013

 

LA DIACONÌA DELLA CARITÀ

È COSTITUTIVA DELLA MISSIONE DELLA CHIESA

 

Don Flavio Peloso

 

Intendo offrire due nuclei di riflessione e di formazione al servizio caritativo del Volontariato orionino oggi.

Il primo spunto viene dalla Lettera Apostolica di Benedetto XVI sul servizio della carità nella Chiesa, pubblicata sabato 1° dicembre, ma datata 11 novembre. Ha per titolo le sue parole iniziali in latino: Intima Ecclesiae natura” . Per noi Orionini è un documento di somma importanza ecclesiale e carismatica.

Il secondo spunto riguarda l’originalità della carità cristiana cui ha richiamato Benedetto XVI nell’udienza del 17 gennaio scorso ai membri del Pontificio Consiglio Cor unum, il ministero della carità della Chiesa.

 

LA NOVITÀ DEL DOCUMENTO “INTIMA ECCLESIAE NATURA

Questa Lettera Apostolica, in forma di Motu proprio, porta alle logiche conseguenze pastorali e istituzionali il fatto che «L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyrìa), celebrazione dei Sacramenti (leiturgìa), servizio della carità (diakonìa). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro. La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza» (Deus caritas est, 25).

Con la Lettera apostolica “Intima Ecclesiae natura” , il Papa richiama indicazioni dottrinali nel Proemio (riportato sotto) e dà disposizioni normative distribuite in 14 articoli. Il servizio della carità (diakonia) non deve essere lasciato al solo buon cuore personale o anche collettivo, ma deve divenire impegno e struttura ecclesiale come lo sono l'annuncio della Parola di Dio e la celebrazione dei Sacramenti.

All’esercizio della diakonia della carità – afferma il Papa - la Chiesa è chiamata anche a livello comunitario, dalle piccole comunità locali alle Chiese particolari, fino alla Chiesa universale; per questo c’è bisogno anche di un’organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato, organizzazione articolata pure mediante espressioni istituzionali”.

Si era perso un poco l’equilibrio del trìpode ecclesiale “vangelo, liturgia, diaconìa” nella vita Chiesa. Benedetto XVI aveva già notato nella Deus Caritas est n.32 che «il Codice di Diritto Canonico, nei canoni riguardanti il ministero episcopale, non tratta espressamente della carità come di uno specifico ambito dell'attività episcopale».

Per meglio inserire il servizio della carità nella vita ecclesiale (opus proprium della Chiesa), il Papa nel suo  documento fornisce  “un quadro normativo organico che serva meglio ad ordinare, nei loro tratti generali, le diverse forme ecclesiali organizzate del servizio della carità, che è strettamente collegata alla natura diaconale della Chiesa e del ministero episcopale”. Era da tempo che Benedetto XVI ritornava sull'importanza del servizio della carità nella missione Chiesa.

La Lettera apostolica, con i suoi enunciati dottrinali e con le disposizioni pratiche, raggiunge contemporaneamente due obiettivi: 

1) che la diaconìa della carità sia concepita come parte viva e integrante della vita della Chiesa, ad ogni livello, assieme ad annuncio e liturgia, perché fa parte dell’intima natura della Chiesa; 

2) che la diaconia della carità sia bene caratterizzata e distinta da altre forme di solidarietà che, pur ammirevoli, non sono espressioni della carità della Chiesa e che, qualche volta, anzi sono in contrasto con sue importanti verità dottrinali e morali.

“Oggi, assistiamo a un secolarismo della carità, ridotta a solidarietà filantropica, che è da temere non meno del secolarismo della fede, ridotta a ideologia di valori. In entrambi i movimenti secolaristici a venir meno è la relazione con Dio, con Deus qui caritas est. Le nostre opere cattoliche devono essere segno della carità di Dio e della Chiesa (DCE n.29,3 e 33) essendoci un “felice legame tra evangelizzazione e opere di carità” (DCE n.30b)” (intervento nella Plenaria del Pontificio Consiglio Cor Unum del 2009).

Ebbene, il Motu Proprio Intima Ecclesiae natura, citando Deus Caritas est n.34, afferma esplicitamente che «l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo». Pertanto, nell’attività caritativa, le tante organizzazioni cattoliche non devono limitarsi ad una mera raccolta o distribuzione di fondi, ma devono sempre avere una speciale attenzione per la persona che è nel bisogno e svolgere, altresì, una preziosa funzione pedagogica nella comunità cristiana, favorendo l’educazione alla condivisione, al rispetto e all’amore secondo la logica del Vangelo di Cristo. L’attività caritativa della Chiesa, infatti, a tutti i livelli, deve evitare il rischio di dissolversi nella comune organizzazione assistenziale, divenendone una semplice variante”.

 

Per queste ragioni il documento è molto importante nel contesto attuale, perché viene a dare consistenza teologica ed ecclesiale al servizio della carità e ad esigere che essa sia bene identificata e realizzata secondo l’identità cristiana.

A noi orionini, che abbiamo per fine carismatico l’Instaurare omnia in Christo - et in Ecclesia - mediante le opere della carità verso i piccoli, i poveri, il popolo umile, questo documento ricorda che con le nostre opere di carità non siamo in una nicchia laterale della Chiesa ma siamo nella sua architettura organica.

Questo richiede forte identità carismatica - come ci ha ricordato Benedetto XVI durante la sua visita alla Madonnina di Monte Mario (24.6.2010).

“Don Orione visse in modo lucido e appassionato il compito della Chiesa di vivere l’amore per far entrare nel mondo la luce di Dio (cfr. Deus Caritas est, n. 39). Ha lasciato tale missione ai suoi discepoli come via spirituale e apostolica, convinto che “la carità apre gli occhi alla fede e riscalda i cuori d'amore verso Dio”. Continuate, cari Figli della Divina Provvidenza, su questa scia carismatica da lui iniziata, perché, come egli diceva, “la carità è la migliore apologia della fede cattolica”, “la carità trascina, la carità muove, porta alla fede e alla speranza” (Verbali, 26.11.1930, p.95).

Le opere di carità, sia come atti personali e sia come servizi alle persone deboli offerti in grandi istituzioni, non possono mai ridursi a gesto filantropico, ma devono restare sempre tangibile espressione dell’amore provvidente di Dio. Per fare questo - ricorda don Orione - occorre essere “impastati della carità soavissima di Nostro Signore” (Scritti 70, 231) mediante una vita spirituale autentica e santa. Solo così è possibile passare dalle opere della carità alla carità delle opere, perché - aggiunge il vostro Fondatore - “anche le opere senza la carità di Dio, che le valorizzi davanti a lui, a nulla valgono” (Alle PSMC, 19.6.1920, p.141)”.

Ci è chiesto di offrire la nostra esperienza carismatica e di viverla in comunione e in collaborazione con i Vescovi e con le strutture parrocchiali per vivificare ed essere vivificati nel servizio della carità.

Nel cammino del sessennio 2010-2016, posto sotto la prospettiva del “Solo la carità salverà il mondo”, questo documento ci illumina e conforta. “Noi dobbiamo dunque chiedere a Dio non una scintilla di carità, ma una fornace di carità da infiammare noi e da rinnovellare il freddo e gelido mondo, con l’aiuto e per la grazia che ci darà il Signore. Avremo un grande rinnovamento cattolico, se avremo una grande carità. Solo la Carità potrà ancora condurre a Dio i cuori e le popolazioni, e salvarle” (Don Orione).

 

LA CARITÀ CRISTIANA SIA ORIGINALE, CIOÈ DIVINA

Un secondo testo molto significativo per la nostra azione caritativa è il  Discorso di Benedetto XVI all’udienza  alla Plenaria del Pontificio Consiglio Cor Unum.

Di fronte ai problemi di profanazione che stanno affrontando le istituzioni di carità cattoliche per ragioni culturali, politiche, sociali, oltre che interne, il Papa invita:  “La carità cristiana non ceda a tentazioni ideologiche l'originalità del suo servizio”.

Il Papa ha messo in luce le “tentazioni culturali” delle quali, “in ogni epoca”, è stato vittima l’uomo e che “hanno finito col renderlo schiavo”. “Negli ultimi secoli, le ideologie che inneggiavano al culto della nazione, della razza, della classe sociale – ha osservato – si sono rivelate vere e proprie idolatrie; e altrettanto si può dire del capitalismo selvaggio (ancora una volta il Papa ritorna con questa qualificazione!) col suo culto del profitto, da cui sono conseguite crisi, disuguaglianze e miseria”.

Benedetto XVI ha osservato che “oggi si condivide sempre più un sentire comune circa l’inalienabile dignità di ogni essere umano e la reciproca e interdipendente responsabilità verso di esso; e ciò a vantaggio della vera civiltà, la civiltà dell’amore”, però “d’altro canto, purtroppo, anche il nostro tempo conosce ombre che oscurano il progetto di Dio”.

L’oscuramento della dignità umana oggi viene soprattutto da “una tragica riduzione antropologica che ripropone l’antico materialismo edonista, a cui si aggiunge però un ‘prometeismo tecnologico’”, frutto di “un’antropologia nel suo fondo atea”, “in cui ciò che è tecnicamente possibile diventa moralmente lecito, ogni esperimento risulta accettabile, ogni politica demografica consentita, ogni manipolazione legittimata”. L’oscuramento della dignità umana è conseguenza dell’“assolutizzazione dell’uomo”, che “pretende di essere indipendente e pensa che nella sola affermazione di sé stia la sua felicità”.

È stato molto netto il Papa nell’indicare la scelta di campo cristiana in un’epoca di pensiero debole e confuso. Benedetto XVI invita i cristiani e specialmente quanti lavorano al servizio dell’uomo a “prestare un’attenzione profetica a questa problematica etica e alla mentalità che vi è sottesa”, alla luce della fede e con un “sano discernimento”. È miope collaborare in opere buone con chi diffonde mentalità cattive.

I cristiani nel dare “la giusta collaborazione con istanze internazionali nel campo dello sviluppo e della promozione umana” hanno “il dovere di mettere in guardia da queste derive tanto i fedeli cattolici quanto ogni persona di buona volontà e di retta ragione” e di prendere le distanze. “Ogni cristiano, e in particolare a voi, impegnati in attività caritative, e dunque in rapporto diretto con tanti altri attori sociali” dovete “evitare che gli organismi di carità” siano “finanziati da enti o istituzioni che perseguono fini in contrasto con la dottrina della Chiesa”. Si tratta di “esercitare una vigilanza critica e, a volte, ricusare finanziamenti e collaborazioni che, direttamente o indirettamente, favoriscano azioni o progetti in contrasto con l’antropologia cristiana”.

Non poteva mancare l’accenno da parte del Papa ad alcuni tratti più assurdi e devastanti dell’ideologia dominante: “la Chiesa ribadisce il suo grande sì alla dignità e bellezza del matrimonio come espressione di fedele e feconda alleanza tra uomo e donna, e il no a filosofie come quella del gender si motiva per il fatto che la reciprocità tra maschile e femminile è espressione della bellezza della natura voluta dal Creatore”.

Ben oltre questa posizione doverosamente critica verso l’ideologia dominante, la Chiesa dice e scrive con la vita il suo “grande sì alla dignità della persona chiamata all’intima comunione con Dio, una comunione filiale, umile e fiduciosa”.  

L’originalità della carità cristiana consiste nella sua origine divina e per questo è pienamente umana: “L’amore cristiano trova fondamento e forma nella fede. Incontrando Dio e sperimentando il suo amore, impariamo «a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri» (Deus caritas est, 33). Per questo “La Chiesa è sempre impegnata a promuovere l’uomo secondo il disegno di Dio, nella sua integrale dignità, nel rispetto della sua duplice dimensione verticale e orizzontale”.

Le vie della carità e delle opere di carità sono oggi una efficace risposta alle ideologie e ai costumi devastanti e sono una “evangelizzazione” di chi è Dio e di chi è l’uomo. “Il cristiano, in particolare chi opera negli organismi di carità, deve lasciarsi orientare dai principi della fede, mediante la quale noi aderiamo al ‘punto di vista di Dio’, al suo progetto su di noi. Questo nuovo sguardo sul mondo e sull’uomo offerto dalla fede fornisce anche il corretto criterio di valutazione delle espressioni di carità, nel contesto attuale”.

Questo è molto importante per tutte le istituzioni caritative ed educative.

Nessun tentennamento: il nostro servizio deve essere al servizio dell’uomo e della società così come la ragione mostra e la fede conferma.

L’adesione credente al Vangelo imprime infatti alla carità la sua forma tipicamente cristiana e ne costituisce il principio di discernimento. Il cristiano, in particolare chi opera negli organismi di carità, deve lasciarsi orientare dai principi della fede, mediante la quale noi aderiamo al «punto di vista di Dio», al suo progetto su di noi (cfr Caritas in veritate, 1). Questo nuovo sguardo sul mondo e sull’uomo offerto dalla fede fornisce anche il corretto criterio di valutazione delle espressioni di carità, nel contesto attuale”.

 

Il Proemio di Intima Ecclesiae natura

  1. «L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro» (Lett. enc. Deus caritas est, 25).
  1. Anche il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa ed è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza (cfr ibidem); tutti i fedeli hanno il diritto ed il dovere di impegnarsi personalmente per vivere il comandamento nuovo che Cristo ci ha lasciato (cfrGv 15,12), offrendo all’uomo contemporaneo non solo aiuto materiale, ma anche ristoro e cura dell’anima (cfr Lett. enc. Deus caritas est, 28). All’esercizio della diakonia della carità la Chiesa è chiamata anche a livello comunitario, dalle piccole comunità locali alle Chiese particolari, fino alla Chiesa universale; per questo c’è bisogno anche di un’«organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato» (cfr ibid., 20), organizzazione articolata pure mediante espressioni istituzionali.
  1. A proposito di questa diakonia della carità, nella Lettera enciclica Deus caritas est segnalavo che «alla struttura episcopale della Chiesa […] corrisponde il fatto che, nelle Chiese particolari, i Vescovi quali successori degli Apostoli portino la prima responsabilità della realizzazione» del servizio della carità (n. 32), e notavo che «il Codice di Diritto Canonico, nei canoni riguardanti il ministero episcopale, non tratta espressamente della carità come di uno specifico ambito dell'attività episcopale» (ibidem). Anche se «il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi ha approfondito più concretamente il dovere della carità come compito intrinseco della Chiesa intera e del Vescovo nella sua Diocesi» (ibidem), rimaneva comunque il bisogno di colmare la suddetta lacuna normativa in modo da esprimere adeguatamente, nell'ordinamento canonico, l'essenzialità del servizio della Carità nella Chiesa ed il suo rapporto costitutivo con il ministero episcopale, tratteggiando i profili giuridici che tale servizio comporta nella Chiesa, soprattutto se esercitato in maniera organizzata e col sostegno esplicito dei Pastori.
  1. In tale prospettiva, perciò, col presente Motu Proprio intendo fornire un quadro normativo organico che serva meglio ad ordinare, nei loro tratti generali, le diverse forme ecclesiali organizzate del servizio della carità, che è strettamente collegata alla natura diaconale della Chiesa e del ministero episcopale.
  1. E’ importante, comunque, tenere presente che «l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo» (ibid., 34). Pertanto, nell’attività caritativa, le tante organizzazioni cattoliche non devono limitarsi ad una mera raccolta o distribuzione di fondi, ma devono sempre avere una speciale attenzione per la persona che è nel bisogno e svolgere, altresì, una preziosa funzione pedagogica nella comunità cristiana, favorendo l’educazione alla condivisione, al rispetto e all’amore secondo la logica del Vangelo di Cristo. L’attività caritativa della Chiesa, infatti, a tutti i livelli, deve evitare il rischio di dissolversi nella comune organizzazione assistenziale, divenendone una semplice variante (cfr ibid., 31).
  1. Le iniziative organizzate che, nel settore della carità, vengono promosse dai fedeli nei vari luoghi sono molto differenti tra di loro e richiedono un’appropriata gestione. In modo particolare, si è sviluppata a livello parrocchiale, diocesano, nazionale ed internazionale l'attività della «Caritas», istituzione promossa dalla Gerarchia ecclesiastica, che si è giustamente guadagnata l’apprezzamento e la fiducia dei fedeli e di tante altre persone in tutto il mondo per la generosa e coerente testimonianza di fede, come pure per la concretezza nel venire incontro alle richieste dei bisognosi. Accanto a quest'ampia iniziativa, sostenuta ufficialmente dall'autorità della Chiesa, nei vari luoghi sono sorte molteplici altre iniziative, scaturite dal libero impegno di fedeli che, in forme differenti, vogliono contribuire col proprio sforzo a testimoniare concretamente la carità verso i bisognosi. Le une e le altre sono iniziative diverse per origine e per regime giuridico, pur esprimendo egualmente sensibilità e desiderio di rispondere ad un medesimo richiamo.
  1. La Chiesa in quanto istituzione non può dirsi estranea alle iniziative promosse in modo organizzato, libera espressione della sollecitudine dei battezzati per le persone ed i popoli bisognosi. Perciò i Pastori le accolgano sempre come manifestazione della partecipazione di tutti alla missione della Chiesa, rispettando le caratteristiche e l’autonomia di governo che, secondo la loro natura, competono a ciascuna di esse quali manifestazione della libertà dei battezzati.
  1. Accanto ad esse, l’autorità ecclesiastica ha promosso, di propria iniziativa, opere specifiche, attraverso le quali provvede istituzionalmente ad incanalare le elargizioni dei fedeli, secondo forme giuridiche e operative adeguate che consentano di arrivare più efficacemente a risolvere i concreti bisogni.
  1. Tuttavia, nella misura in cui dette attività siano promosse dalla Gerarchia stessa, oppure siano esplicitamente sostenute dall'autorità dei Pastori, occorre garantire che la loro gestione sia realizzata in accordo con le esigenze dell'insegnamento della Chiesa e con le intenzioni dei fedeli, e che rispettino anche le legittime norme date dall'autorità civile. Davanti a queste esigenze, si rendeva necessario determinare nel diritto della Chiesa alcune norme essenziali, ispirate ai criteri generali della disciplina canonica, che rendessero esplicite in questo settore di attività le responsabilità giuridiche assunte in materia dai vari soggetti implicati, delineando, in modo particolare, la posizione di autorità e di coordinamento al riguardo che spetta al Vescovo diocesano. Dette norme dovevano avere, tuttavia, sufficiente ampiezza per comprendere l’apprezzabile varietà di istituzioni di ispirazione cattolica, che come tali operano in questo settore, sia quelle nate su impulso dalla stessa Gerarchia, sia quelle sorte dall’iniziativa diretta dei fedeli, ma accolte ed incoraggiate dai Pastori del luogo. Pur essendo necessario stabilire norme a questo riguardo, occorreva però tener conto di quanto richiesto dalla giustizia e dalla responsabilità che i Pastori assumono di fronte ai fedeli, nel rispetto della legittima autonomia di ogni ente.

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