La carità compatisce gli altrui difetti e, se appena le è possibile, con un manto di amore li copre.
Giovedì, 20 Giugno 2019
22 Giugno 2008
Conv.Intern.di Genova - Condizione femminile - B. Sangma

La condizione femminile e la vita nascente nelle differenti culture:

risorse e problemi

Bernadette SANGMA

Introduzione

Nell'affrontare il tema che mi è stato affidato “La condizione femminile e la vita nascente nelle differenti culture: risorse e problemi”, vorrei procedere fermandomi come premessa fondamentale sulla prima parte del titolo, cioè “La condizione femminile e la vita nascente”. È un fatto molto ovvio che la condizione della vita nascente è fortemente legata alla condizione femminile. Infatti è più probabile che le donne sane abbiano figlie e figli sani, con un'alimentazione curata, istruiti, sicuri di sé, capaci di porre le fondamenta per una società di sano progresso o sviluppo. Questo è talmente vero che la comunità mondiale, nei suoi obiettivi di sviluppo definiti nel 2000, ha focalizzato due obiettivi strettamente collegati a questa interdipendenza: l'obiettivo 3, che mira a ridurre la mortalità infantile, e l'obiettivo 4, che si prefigge di migliorare la salute materna [1] . Per attuare i due obiettivi in modo strategico, il presupposto indispensabile è il miglioramento della condizione femminile. Da qui la diffusione di affermazioni come “il progresso della donna è il progresso di tutti” [2] .

A partire da questa affermazione, vorrei prima di tutto fare una riflessione sulle ragioni che rendono le donne grandi fautrici della vita, non solo quella nascente, ma in tutte le fasi del suo sviluppo. Ritengo opportuno quindi procedere con l'identificazione delle risorse femminili per la cura della vita.

1. Le risorse femminili per la cura della vita nascente

La donna è a servizio della vita perché il suo essere stesso è un essere-per-la vita: “conosce nel suo corpo e nella sua carne che cosa significa ricevere la vita, accoglierla, lasciarla crescere in lei, darla alla luce, sostenerla, alimentarla, accompagnarla”. [3] La cura della vita trova un'innata disposizione nelle donne e questa è la grande risorsa femminile che valica ogni confine culturale, essendo una caratteristica comune a tutte le donne di ogni razza, lingua, popolo e nazione. Vorrei sviluppare la mia riflessione su questo punto riferendomi ad alcune icone bibliche e alle pratiche tradizionali di alcuni popoli nelle diverse parti del mondo.

Le risorse femminili per la cura della vita nascente alla luce di alcune icone bibliche

Sono molteplici le narrazioni bibliche sulle donne e la loro grande affinità alla vita. In questa considerazione, mi soffermerò su alcune che evidenziano la grande disponibilità delle donne a difendere la vita nascente. Una di queste è la storia di Sifra e Pua nel libro dell'Esodo. Sono due levatrici a cui il faraone ha dato l'ordine di uccidere i figli maschi degli Ebrei appena nati: «Quando assisterete le donne ebree al tempo del parto, quando sono sulla sedia, se è un maschio, fatelo morire; se è una femmina, lasciatela vivere» (Es. 1, 16). Queste donne però hanno avuto il coraggio di sfidare l'ordine del re. Il racconto dice che le due levatrici temevano Dio e lasciarono vivere i figli maschi (cf Es. 1, 15 –17). Sono due donne che raffigurano il coraggio di andare contro il potere nonostante il fatto che non contano niente di fronte alla società. Tale forza d'animo, che non si piega di fronte ai comandi di chi detiene il potere, è una caratteristica che connota le donne di ogni tempo e quindi anche del nostro tempo. Si pensi ai gruppi di donne come, ad esempio, quello delle Madri di Plaza de Mayo dell'Argentina e la loro lotta instancabile per la verità, la giustizia, contro l'impunità che tuttora permane riguardo alla scomparsa dei loro figli durante la dittatura. È ormai diventato l'emblema dell'amore materno che non si dà pace, non si arrende e non si placa. L'organizzazione infatti lotta da trent'anni con forza, costanza, pazienza per chiedere giustizia riguardo ai loro figli. È molto eloquente anche il loro simbolo: un fazzoletto bianco sulla testa per significare il pannolino di tela usato per i figli neonati. [4]

Ancora nel racconto dell'Esodo, troviamo un'altra icona di tre donne di popolazioni in conflitto, di differente status sociale ed estranee l'una all'altra, che collaborano per salvare la vita di un neonato. Si tratta del racconto di Mosé e le tre donne protagoniste sono la madre e la sorella di Mosé e la figlia del faraone. Dai gesti della madre di Mosè, si nota che per ogni donna, il proprio figlio o la propria figlia è sempre bello/bella “vide che era bello” e quindi degno/degna di vivere (cf Es. 2, 2). Si fa di tutto per salvare la sua vita (cf Es. 2, 3-4). La donna è custode della vita altrui anche senza generare fisicamente, come la sorella di Mosé, Miriam (cf Es. 2, 4) e la figlia del Faraone (2,6). Di fronte alla vita indifesa, la donna egiziana non vede il nemico: “E' un bambino degli Ebrei” (Es. 2, 6). Il suo cuore si apre alla compassione, e si prende cura del bambino infrangendo direttamente gli ordini del padre prepotente. Rifiuta così di essere complice di un regime che suona il falso allarme della minaccia in base alla diversità.

È molto toccante osservare da vicino, in questo racconto dell'Esodo, le tre figure femminili che, in modi diversi, hanno collaborato per la protezione e la promozione della vita. Tre donne che hanno tessuto in modo spontaneo, immediato, senza nessun presupposto e sostegno strutturale o di altro genere, una rete di difesa, cura, nutrimento, crescita per una fragile vita. La capacità di tessere la rete in modo immediato è una caratteristica nelle donne e si manifesta in modo molto più evidente nelle situazioni di emergenza, là dove la vita umana è a rischio. Anche questa è una caratteristica che oltrepassa il tempo e lo spazio, per essere un dono prezioso delle donne di tutti i tempi e luoghi.

Da questo punto di vista è molto interessante la pubblicazione di un direttorio dei gruppi femminili che sono stati fondati dalle donne per le donne in modo del tutto informale, in situazioni di emergenza, guidati dallo spirito di solidarietà, per essere a servizio della vita. [5] È una lunga compilazione la lista dei gruppi di donne che, con poco o nessun aiuto, mobilitano le azioni di collaborazione per nutrire la vita dei loro figli, delle loro famiglie e delle loro comunità.

Nel Nuovo Testamento l'icona per eccellenza l'abbiamo in Maria, che rischiando di essere lapidata e messa a morte accetta di accogliere l'annuncio dell'angelo a portare il figlio Gesù nel suo grembo. Mette in gioco la propria vita per dare vita a un'altra persona. Le regole socio-culturali non l'hanno intimidita e Maria non ha messo nessuna condizione, nessun appello alla garanzia di protezione della sua vita di fronte alla sua risposta affermativa che pure aveva implicanze molto pericolose. Ha semplicemente custodito la vita e, nel silenzio, ha contemplato il miracolo che irrompeva nel suo corpo.

Esistono tante storie di donne che hanno portato in grembo la vita nascente compromettendo e mettendo a rischio la propria. Tante donne decidono di accogliere la vita generata a causa dello sfruttamento subito, della violenza inflitta in tempi di pace apparente come in tempi di conflitto armato. E questo a prezzo di una solitudine immensa, generata molte volte dal rifiuto in seno alla famiglia stessa, dall'emarginazione sociale e dall'etichetta di impure, contaminate e indegne di essere parte della società.

Riferendosi alle donne povere del contesto dell'America Latina, una teologa venezuelana, Gladys Parentelli, afferma: “le donne che vivono nella povertà affermano come nessun altra la gioia di sopravvivere un altro giorno e sono orgogliose per il solo fatto di essere vive grazie alle loro iniziative, che le vedono attive nel trovare e ricevere i semi, seminarli, vederli crescere e attendere fino al giorno che producono frutti; portare avanti una gravidanza anche quando ciò è la conseguenza di una relazione casuale; prendersi cura di un figlio con la speranza di non rimanere sola nel futuro”. [6]

L'accoglienza della vita dunque è più forte del terminarla attraverso l'aborto, soprattutto tra le donne più povere. Si contrasta con l'orientamento di alcune organizzazioni e gruppi che rivendicano il diritto all'aborto in difesa dell'autodeterminazione della donna. Afferma ancora Gladys nei riguardi delle donne povere che “in generale le donne amano tanto la vita che non è molto comune che scelgano di abortire”. [7]

Le donne e la vita nascente nelle varie culture: simbolo di comunione tra le persone umane e con la natura

La relazione donna e vita nascente di per sé è pregnante di valori che incantano l'umanità. Secondo Tagore, un poeta indiano, “ogni neonato porta il messaggio che Dio non è ancora scoraggiato dell'umanità”. È ancora Tagore che scrive un elogio delle donne in relazione alla vita nascente: “Donne siete benedette, avete appropriato per voi il lavoro del Creatore e siete le sue aiutanti. Voi aprite la via alla guarigione e alla trasformazione di un mondo consumato. Silenziosamente, coraggiosamente, nella forma della bellezza, portate dentro di voi la forza conservatrice dell'universo e per i falliti, gli infranti, i deformati, il tocco grazioso della dolcezza”. [8]

Lo stupore di fronte alla vita nascente, quasi paragonabile al salmo 139, si coglie anche da una poesia azteca per ricevere il nascituro che si esprime così:

Figlio mio, mio gioiello, mie preziose piume di quetzal.
Sei entrato nella vita, sei stato generato.
Il ministro della creazione ti ha posto nel mondo.
Ti ha plasmato, ti ha dato forma, Lui che crea ogni forma di vita.

E i tuoi genitori, i tuoi zii, le tue zie e tutti i tuoi familiari
hanno guardato il tuo viso e la tua testa,
il tuo viso e il tuo collo, e hanno pianto perché tu ci sei, perché sei stato partorito,
perché con te il mondo ricomincia da capo…

In un'epoca come quella attuale, dove la comunione tra i popoli e quella con la natura è in crisi, la rappresentazione simbolica evocata dai riti e dalle celebrazioni intorno alla nascita della vita può offrire una visione e un modo di relazionarsi diverso con le persone e con il creato.

Riguardo a questa considerazione, troviamo un'altra icona biblica nel libro dell'Apocalisse (12,1 – 9). È il racconto della donna incinta rivestita con le forze della natura: il sole come vestito, la luna ai piedi e le stelle come corona. Nelle doglie del parto è in diretto contrasto con il drago, ossia l'autore della morte pronto ad attaccare la vita da lei generata. La donna partorisce e Dio sta dalla sua parte rapendo il bambino nato per proteggerlo. L'atto di generazione della donna si realizza in diretta collaborazione con Dio, l'autore della vita. Nell'immaginario biblico la donna è difesa dalla terra che ha ingoiato il fiume travolgente uscito dalla bocca del dragone. Attraverso l'atto di generazione, la donna ha un rapporto speciale con la terra. Nella società tradizionale africana, infatti, è la donna che lavora la terra perché è lei che conosce il segreto della fertilità. [9]

Il senso di comunione con il creato emerge inoltre dalle pratiche tradizionali al momento del parto. L'abitudine di partorire da sedute è comune nelle culture delle popolazioni indigene dell'America Latina come anche in Africa. È un'usanza pregnante di significato ed è motivata dal fatto che tale posizione permette che il bambino o la bambina appena nato/a tocchi la terra e riceva l'accoglienza e la benedizione della terra che è la grande Madre. [10] Gli Igorot delle Filippine invece hanno la pratica della sepoltura della placenta, considerata la fonte della vita e questo offre un valore speciale alla terra in cui viene sepolta. [11]

I riti e le celebrazioni durante il momento del parto manifestano elementi molto ricchi di spiritualità e comunione con Dio e con tutta la comunità umana. Nella cultura Aymara dell'America Latina, ad esempio, le levatrici accolgono il/la neonato/a e lo presentano subito a Pachamama [12] , la fonte della vita.

È interessante notare che in tante culture indigene, il parto è il momento simbolico di comunione tra le persone e la comunità. In alcune nazioni dell'Africa, quando la nascita avviene nei villaggi, una piccola folla si raduna intorno alla capanna della partoriente, pronta ad accogliere, battere le mani e a gridare appena il/la neonato/a emette il suo primo vagito. [13] Nella comunità degli Igorot, la maternità non è una responsabilità interamente delegata alla madre. È tutta la comunità che se ne prende cura. Intorno alla vita nascente si crea comunione, interdipendenza, senso della collettività. Lo dimostra il fatto che, se una madre deve andare nei campi, lascia il proprio figlio o la propria figlia con un'altra madre che allatta il bambino o la bambina nella stessa maniera in cui lo fa col proprio. [14]

Si può concludere che il simbolismo e le pratiche creati intorno alla donna e la vita nascente hanno degli elementi ricchi per poter offrire le basi per la creazione di un mondo diverso nella logica del prendersi cura che giova alla comunione e alla pace.

2. I problemi legati alla condizione femminile e la vita nascente

Il ruolo che le donne svolgono nella cura della vita purtroppo fatica a ricevere un riconoscimento e un sostegno effettivi nella società. Permangono infatti gravi situazioni di discriminazione nei confronti delle donne in tutte le parti del mondo. Ciò ha le sue ripercussioni in tutti gli aspetti della vita delle donne incidendo sulla qualità della vita soprattutto dei bambini e delle comunità. Trattiamo alcune di queste problematiche con le loro conseguenze.

Mortalità materna e infantile

L'analisi delle cause alla radice della mortalità materna dimostra che essa è una delle gravi conseguenze della discriminazione a livello familiare, sociale, culturale, economico e politico.

È evidente che il quinto obiettivo di sviluppo del millennio, che si prefigge di migliorare la salute materna e la diminuzione della mortalità materna dei tre quarti entro il 2015, è al presente ben lontano dall'essere raggiunto, soprattutto in alcune nazioni. La conferma il rapporto mondiale sullo stato delle madri del 2008 realizzato da Save the Children che fa vedere che ogni anno più di 500.000 donne muoiono durante la gravidanza o durante il parto, 10 milioni di bambini muoiono prima di raggiungere i 5 anni e quasi tutti dai paesi in via di sviluppo dove le mamme, i neonati e i bambini non hanno accesso alle cure fondamentali della salute. Il tasso della mortalità infantile è calato nei paesi sviluppati, ma non per 26.000 mamme che ogni giorno perdono i loro figli. [15]

Sono moltissimi gli studi che documentano la stretta correlazione tra il benessere delle mamme e quello dei figli. Si afferma che “un mondo a misura di bambino è anche un mondo a misura di donna. Sono inseparabili e indivisibili, l'uno non può esistere senza l'altro”. [16] Eppure le donne povere non ricevono la cura adeguata durante la gravidanza e il parto e rischiano la vita da 6 a 600 volte più delle donne dei paesi sviluppati. Nello stesso rapporto realizzato da Save the Children, è stato evidenziato che 1 donna su 26 in Africa rischia di morire per cause legate alla gravidanza e al parto. La proporzione è 1 donna ogni 120 in Asia, 1 donna ogni 290 in America Latina e 1 donna ogni 7.300 nei paesi sviluppati. [17]

La morte della donna non è solo una tragedia personale. Incide molto sulla famiglia, sulla vita dei bambini soprattutto quelli più piccoli, sulla comunità, sull'economia. È una morte provocata, in quanto dovuta all'assenza di strutture e cure mediche, che ogni anno lascia circa 50 milioni di donne nei paesi in via di sviluppo a partorire senza nessuna assistenza medica professionale. [18]

Talvolta la morte delle donne durante la gravidanza e il parto ha la sua origine in alcune pratiche tradizionali che discriminano tutto il ciclo della vita. L'alimentazione povera delle bambine e delle donne a causa della discriminazione può aumentare le complicazioni nel tempo della gravidanza così come la mancanza di educazione. [19]

Il seguente racconto è emblematico per confermare tali affermazioni. Si dice che “la storia della morte di Yeruknesh Mesfin inizia nel giorno della sua nascita in un villaggio molto remoto dell'Etiopia che si chiama Goradit. Il nome del paese letteralmente significa “fuori mano”. Quando aveva solo 10 giorni a Mesfin fu praticata la mutilazione genitale da una donna locale e all'età di 7 senza nessuna educazione iniziò a pascolare il bestiame della famiglia. Quando aveva appena 13 anni, venne rapita [20] e violentata da un contadino di 32 anni che la sposò e poco dopo rimase incinta. Senza nessuna consulenza medica durante i nove mesi della gravidanza, quando ebbe le doglie del parto, Mesfin “afferra il suo cuscino e chiama ripetutamente la sua mamma mentre le lacrime scorrono sulle sue guance”. Suo marito ha chiesto aiuto, ma le complicazioni sono sembrate troppo difficili da risolvere dalla levatrice del villaggio. Tra la disperazione generale, gli uomini del villaggio portano Mesfin all'ospedale più vicino dove muoiono lei e il suo figlio. Mesfin aveva 15 anni”. [21]

Il matrimonio precoce è ancora una pratica molto comune e tuttora, a livello mondiale, il 36% delle donne tra i 20 e i 24 anni si è sposato prima di raggiungere i 18 anni. Tale pratica è prevalente soprattutto nell'Asia meridionale e nell'Africa Sub-sahariana. “La gravidanza e la maternità precoce sono una conseguenza inevitabile dei matrimoni infantili. Ogni anno partoriscono 14 milioni di adolescenti tra i 15 e i 19 anni. Le bambine sotto i 15 anni hanno 5 volte più probabilità di morire durante la gravidanza e il parto, rispetto alle donne tra i 20 e i 29. Se una madre ha meno di 18 anni, la probabilità che il suo bambino muoia nei primi anni di vita è maggiore del 60% rispetto a un bambino nato da una madre che ha più di 19 anni. Anche se il bambino sopravvive, è più probabile che sia sottopeso, sottoalimentato e che abbia uno sviluppo fisico e cognitivo tardivo”. [22]

La situazione della mortalità materna e infantile si è aggravata anche dalla prevalenza dell'HIV/AIDS oggi. Molti neonati sono infettati dalla madre durante la gravidanza, il parto o l'allattamento al seno. Circa il 50% dei bambini con l'AIDS attraverso la trasmissione madre-bambino muoiono prima di raggiungere il secondo compleanno. La statistica realizzata nel 2007 sulla prevalenza dell'HIV/AIDS dimostra che, su 33,2 milioni di persone che portano il virus, 2,1 milioni sono al di sotto dei 15 anni. Solo nel 2007 ci sono state circa 420.000 nuove infezioni tra i bambini e 290.000 sono morti a causa di tale malattia mentre il numero degli orfani dell'AIDS nell'Africa sub-sahariana è aumentato più del doppio tra 2000 – 2007. Attualmente ci sono 12,1 milioni di orfani dell'AIDS in questa parte del mondo. Il panorama mondiale appare preoccupante se si considera che su 5,4 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che vivono con il virus, 3,1 milioni sono giovani donne cioè più della meta. [23]

Oltre all'AIDS, le donne in gravidanza sono maggiormente vulnerabili anche alla malaria che infatti ha una forte incidenza sulla mortalità materna. Così anche la tubercolosi che causa la morte della maggioranza delle donne in età fertile. Inoltre la tubercolosi durante il periodo della gravidanza reca gravi problemi sia al bambino che alla madre. [24]

La discriminazione che inizia prima e al momento della nascita: feticidi e infanticidi femminili in Asia

La considerazione sulla condizione della donna e la vita nascente ci porta a soffermarci in modo più specifico su uno dei grandi fenomeni della discriminazione nei confronti delle bambine e delle donne, che inizia già nel grembo materno o immediatamente alla nascita. È il caso dei feticidi e degli infanticidi femminili. Si sa che la pratica è molto prevalente soprattutto in due nazioni asiatiche: India e Cina. Le popolazioni in queste due nazioni messe insieme formano il 38% di quella mondiale e di questa le bambine e donne mancanti raggiungono 163 milioni. Gli esperti affermano che senza dovute misure altre nazioni come Pakistan, Bangladesh, Nepal, Viet Nam, Afghanistan, Taiwan, Bhutan e Sud Corea seguiranno ad aumentare la preoccupante sproporzione uomo-donna. [25] La pratica del feticidio si radica in una tradizione che discrimina le donne e le bambine per motivi economici o culturali. Le bambine in India hanno meno accesso all'alimentazione e alla cura medica dei bambini e solo in stati molto avanzati della malattia vengono accompagnate presso strutture mediche e quando ciò accade si tratta di medici meno qualificati. Sia in India che in Cina, le famiglie spendono di meno per la salute delle bambine. Il radicamento della pratica discriminante nei confronti delle bambine risale a periodi molto antichi della storia di ambedue le nazioni.

In India, l'Atharvaveda, il libro sacro scritto durante la civiltà dei Vedas tra 4500 - 1800 A.C., ha un inno recitato dalle coppie che desiderano avere figli che contiene quanto segue: “nascano le femmine altrove, qui nasca un maschio”. [26] L'elemento della discriminazione emerge evidentemente da una delle poesie cinesi del 1000 – 700 A.C. di un autore anonimo. La poesia è un consiglio ai genitori e si esprime così:

Quando nasce un figlio
lascialo dormire sul letto,
indossagli i vestiti eleganti.
E dagli la giada da giocare …

Quando nasce una figlia,
mettila a dormire per terra,
avvolgila con fasce ordinarie,
e dalle le piastrelle rotte per giocattoli.

La discriminazione dunque si manifesta nella differenza delle cure, del trattamento e delle altre possibilità e benefici fin dai primi momenti della vita.

In questi ultimi anni, la tecnologia e gli strumenti diagnostici moderni per la gravidanza hanno reso possibile l'identificazione del sesso del feto in una fase molto precoce e questo ha agevolato il feticidio, ossia l'aborto selettivo. I ricercatori stimano che circa 500.000 “bambine mancano all'appello” ogni anno in India a causa dell'aborto selettivo e dell'infanticidio. Tale pratica hanno fatto sì che manchino 10 milioni di bambine in questi ultimi 20 anni. La cifra corrispondente per la Cina è stimata ad essere tra 35 a 41 milioni cioè più di 6% della popolazione cinese. [27]

La situazione del feticidio nelle nazioni asiatiche, anche se è una gravissima violazione del diritto alla vita, fatica a ricevere una seria considerazione persino dai movimenti delle donne. Nel 2005, alla ricorrenza del decimo anniversario della Piattaforma di Beijing, le donne indiane hanno presentato la gravità di questa situazione alla sessione della Commissione sullo Status della Donna. [28] Purtroppo, la causa non ha riscontrato molto sostegno soprattutto da parte dei movimenti delle donne dei paesi sviluppati per la paura di toccare la sensibilissima questione del diritto all'aborto che per loro è centrale nella lotta per l'empowerment delle donne. Ricordo l'espressione di una donna indiana “questa è davvero un'ironia della sorte, mentre le donne di tante parti del mondo lottano per rafforzare la legalizzazione dell'aborto, noi lottiamo contro l'abuso di questo stesso diritto facendolo strumento di discriminazione delle donne già allo sbocciare della vita”. [29]

Riflessioni conclusive: le sfide poste dal binomio: donne e vita nascente alla Famiglia Orionina

 

Dopo questa panoramica, mi viene molto spontaneo porre alcune domande: come ci poniamo come famiglie religiose di fronte alla tematica che abbiamo preso in considerazione? E nel contesto di questo Convegno vorrei chiedere cosa avrebbe fatto Don Orione, il fondatore che era appassionato della vita in ogni sua forma?

Condivido alcune riflessioni che faccio a partire dalla mia esperienza di appartenere a una famiglia religiosa simile alla vostra. Anzi c'è una grande affinità tra la Famiglia Orionina e la Famiglia Salesiana, senza dubbio, per il fatto che Don Orione, da ragazzo, ha vissuto tre anni a Valdocco proprio con Don Bosco.

Leggendo la spiritualità della Famiglia Orionina, ho trovato il denominatore comune: lo “spirito di famiglia” e vorrei partire da questo perché lo ritengo come una delle maggiori risorse da sfruttare nell'impegno di sostegno alla donna e alla vita nascente. Una famiglia religiosa costituita da congregazioni maschili e femminili, religiosi, religiose, laici e laiche, a mio parere, ha tutte le risorse per effettuare un cambiamento nel paradigma delle relazioni uomo-donna così che passi dalla contrapposizione alla reciprocità basandosi sul rispetto della dignità di ogni persona umana in quanto maschile e femminile creati a immagine e somiglianza di Dio (cf Gen, 1, 27). L'orizzonte della reciprocità si propone come “la bussola di orientamento di tutte le relazioni” [30] iniziando da quella primordiale che intercorre tra l'uomo e la donna. Come sarebbe se la famiglia Orionina e tutte le famiglie religiose diventassero laboratori nella costruzione delle relazioni di reciprocità uomo/donna! La sfida è formarci e formare coloro a cui il carisma ci manda in questa ottica mirando a creare, fin dai primi anni della vita, l'immagine dell'uomo e della donna in relazione di reciprocità, non di sopraffazione di un sesso sull'altro in base alle differenze. Mi sembra che sia un approccio in grado di risanare tante piaghe in seno alla famiglia e alla società di oggi ed eliminare così dalle sue radici le forme di discriminazione delle donne che reca danno anche alla vita nascente.

Continuando la mia riflessione, vorrei riferirmi all'ispirazione originaria di Don Orione : “ non ai ricchi, ma ai poveri e ai più poveri e al popolo mi ha mandato il Signore ”. Chi sono i più poveri oggi? Mi fermo solo su due dati: su 1,2 miliardi di persone che vivono con meno di 1 $ al giorno, l'80% sono donne. L'attuale crisi alimentare mondiale minaccia oltre 2 miliardi di persone ed è chiamata “ un emergenza nella protezione di donne e bambini”. È un appello impellente al carisma orionino. Si tratta, come è ben espresso nel titolo di questo convegno di “essere fari di fede e di civiltà al servizio della vita debole” per dare la forma concreta alla promessa di colui che è venuto a portarci vita in abbondanza (Gv. 10, 10).

 

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Note:

[1] Per vedere altri Obiettivi del Millennio, visitare il sito: http://www.un.org/millenniumgoals/, 30.04.08.

[2] UNITED NATIONS, 2005 World Summit Outcome , n. 58, accessibile in http://daccessdds.un.org/doc/UNDOC/GEN/N05/487/60/PDF/N0548760.pdf?OpenElement, 30.04.08.

[3] PORCILE SANTISO María Teresa, Con occhi di donna. Identità, ministero, spiritualità, contemplazione, parola , Bologna, EDB 1999, 25.

[4] Per ulteriori informazioni di questa organizzazione vedere il sito: http://www.madres.org/, 08.05.08.

[5] BARBIERI MASINI Eleonora (a cura di), A Directory of Women's Groups in Emergency Situations. Emergency and Solidarity, Rome, Women's International Network 1999.

[6] PARENTELLI Gladys, Latin America's Poor Women. Inherent Guardians of Life, in RADFORD REUTHER Rosemary (a cura di), Women Healing Earth. Third World Women on Ecology, Feminism and Religion, Manila, St. Pauls 2004, 32 (traduzione è mia).

[7] L.cit.

[8] Citato in D. J. Margaret, Women in mission, Chennai, Arumbu Publications 2008, 1.

[9] NBUY_BEYA Bernadette, Woman, Who are you? A Challenge, Nairobi, St. Paul's Publications, 1998, 98.

[10] Cf RESS Mary Judith, After Five Centuries, 57 . See also RIGHI - SGROI , Il dono della vita.

[11] TAULI-CORPUZ, Reclaiming Earth-based Spirituality, 101-102.

[12] Nella credenza Aymara, Pachamama non è una persona, ma è la vita stessa. La parola Pacha riferisce a tutti gli spazio e i tempi viventi, mentre la Mama significa donna, ma donna con la famiglia. Pachamama quindi contiene tutto ciò che esiste. Le persone umane sono parte di Pachamama. E lei che le nutre e in cambio ogni cosa viene offerta prima a lei (Cf RESS Mary Judith, After Five Centuries of Mixings, Who are We? Walking With Our Dark Grandmother's Feet, in ivi, 57).

[13] Cf RIGHI Giovanna - SGROI Maria Eva , Il dono della vita per le mamme dell'Africa (Congo e Ciad) , in Combonifem Newsletter – 08.05.08, in http://www.combonifem.it/articolo.aspx?t=P&a=403 , 08.05.08.

[14] Cf TAULI-CORPUZ Victoria, Reclaiming Earth-based Spirituality. Indigenous Women in the Cordillera, in RADFORD REUTHER (a cura di), Women Healing Earth, 102-103.

[15] SAVE THE CHILDREN, State of the World's Mothers 2008. Closing the Survival Gap for Children Under 5, Westport, Save the Children 2008, 4.

[16] UNICEF, La condizione dell'infanzia nel mondo 2007. Donne e bambini. Il doppio vantaggio dell'uguaglianza di genere, Roma, UNICEF 2006, 15.

[17] Cf SAVE THE CHILDREN, State of the World's Mothers 2008, 11.

[18] Cf l.cit.

[19] WHO, ‘En-gendering' the Millennium Development Goals (MDGs) on Health , Geneva, Department of Gender and Women's Health 2003, 4.

[20] Il matrimonio attraverso il rapimento delle giovani è una delle pratiche tradizione tuttora vigenti nelle comunità dell'Etiopia.

[21] Millions of Mothers Lost , in The Guardian, May 2, 2008, in http://lifeandhealth.guardian.co.uk/women/story/0,,2277551,00.html#article_continue, 09.05.08.

[22] UNICEF, La condizione dell'infanzia nel mondo 2007, 4-5.

[23] UNICEF, Unite for Children. Unite Against AIDS, in http://www.uniteforchildren.org/knowmore/knowmore_30104.htm, 10.05.08.

[24] Cf WHO, ‘En-gendering' the Millennium Development Goals, 6-7.

[25] Cf HUDSON Valerie M. – DEN BOER M. Andrea, Bare Branches and Security in Asia, in http://www.hcs.harvard.edu/~hapr/winter07_gov/hudson.pdf, 10.05.08.

[26] Si trova nel sesto libro di Atharvaveda, uno dei libri sacri più antichi. È l'inno XI intitolato “An Ephithalamian charm to ensure the birth of a boy” (traduzione è mia). Il testo in inglese è accessibile in http://www.sacred-texts.com/hin/av/av06011.htm, 11.05.08.

[27] Cf SAVE THE CHILDREN, State of the World's Mothers 2008, 10.

[28] Questa sessione annuale si svolge a New York and nel 2005 si è svolta dal 28 febbraio all'11 marzo 2005.

[29] Testimonianza di Bernadette Sangma presente al laboratorio organizzato da parte delle donne indiane durante la suddetta sessione.

[30] DI NICOLA Giulia Paola – DANESE Attilio, Lei e lui. Comunicazione e reciprocità, Torino, Effatà Editrice 2001, 115.

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