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Domenica, 20 Settembre 2020
2 Dicembre 2007
IL «BURNOUT» TRA I PRETI

IL «BURNOUT» TRA I PRETI
GIANDOMENICO MUCCI S.I.

La Civiltà Cattolica 2007 III 473-479
Quaderno 3774 (15 settembre 2007)

Con il termine burnout si designa quella sindrome che toglie le forze, il coinvolgimento personale e la soddisfazione nel lavoro in quelle persone che precedentemente facevano dell'aiuto agli altri la loro professione. Perciò il burnout è stato molto studiato pre ferenzialmente nelle categorie sociali (infermieri, assistenti sociali ecc.) che svolgono mansioni di aiuto. A tali categorie può essere accostata quella costituita dai sacerdoti impegnati nei ministeri pastorali. Tre studiosi, Pierluigi Barzon e Giorgio Ronzoni , l'uno psicologo, l'altro pastoralista, entrambi della Facoltà teologica del Triveneto, e Marcantonio Caltabiano, demografo dell'Università di Padova, hanno indagato il fatto e le cause della sindrome all' interno di un gruppo di preti diocesani di Padova . Vogliamo dar conto ai lettori di questa ricerca, avvertendo che essa riguarda pro-priamente i sacerdoti di una determinata diocesi e pertanto i suoi risultati non sono automaticamente estensibili in tutto ai sacerdoti di altre diocesi. Tuttavia, sono risultati ampiamente generalizzabili in buona parte, anche per i sacerdoti religiosi. Per i dati tecnici della ricerca (questionari, risposte, test, valori normativi e tabelle) rimandiamo al saggio degli autori ( Cfr P. Barzon - M. Caltabiano - G. Ronzoni, «Il burnout tra i preti di una dio cesi italiana», in Orientamenti Pedagogici 53 (2006) 313-335; G. RONZONI (ed.), «Preti "bruciati"», in Aggiornamenti Pastorali, 2007, n. 2, 8-21) .

Lo scopo della ricerca

La ricerca è stata condotta negli anni 2004-05 tra i preti diocesani di Padova che lavorano come parroci, viceparroci, insegnanti, assistenti di istituzioni, cappellani. Scopo dell'indagine era la presenza del burnout in questa fascia del clero per avviare una riflessione sulle condizioni nelle quali si svolge oggi il ministero pa storale. Più precisamente, si è voluto indagare sulle ragioni che mettono in moto le crisi di persone che, dopo aver dato per anni la testimonianza di una totale dedizione al prossimo, a un certo punto si sentono senza energie , distaccate da coloro che poco prima ancora aiutavano e che ora non riescono più ad aiutare, E stata chiamata «sindrome del buon samaritano deluso» .

Quali sono le ragioni di queste crisi? La ricerca mette in luce che le crisi, sia quelle che hanno come esito l'abbandono del sacerdozio sia quelle che hanno esiti diversi, non possono essere uniformemente spiegate tutte con il metro tradizionale della fragilità umana e della negligenza nella preghiera. È necessario riflettere bene, per prevenirle e curarle, anche sulla modificazione di elementi e comportamenti che appartengono all'istituzione ecclesiastica. L'età media del campione di preti intervistati è inferiore a quella dell'insieme dei preti padovani. Nel campione, una quota rilevante di sacerdoti ha un'età inferiore ai 50 anni. Gli ultrasettantenni sono appena 37 su 321 intervistati. Tra questi, prevalgono coloro che hanno meno di 20 anni di sacerdozio. Poco meno della metà degli intervistati vive con altri preti (48%), la maggior parte con uno (29,3%). Un terzo ha frequentato il corso teologico istituzionale ma senza conseguire il titolo del baccellierato. Un altro terzo ha conseguito questo titolo. Un quinto possiede un titolo superiore: licenza o dottorato in materie ecclesiastiche, laurea civile, specializzazione dopo la laurea. È da notare che i sacerdoti diocesani di Padova sono 806. Quindi, il campione è rappresentativo dell'intero clero padovano.

L'analisi dei risultati

I preti che hanno partecipato all'indagine sono stati suddivisi in sei gruppi per poter distinguere individui con caratteristiche diverse. Di questi sei gruppi, due sono grandi, cioè molto numerosi, quattro sono più piccoli, cioè contenenti un numero limitato di sacerdoti. Il primo gruppo numeroso è caratterizzato da bassi livelli di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e di alta realizzazione personale. Su 321 preti sono 124 quelli per i quali «tutto va bene». Il secondo gruppo numeroso, che comprende anch'esso 124 preti, è all'antitesi del primo, perché è caratterizzato da alti livelli di esaurimento emotivo, depersonalizzazione e bassa realizzazione personale. Sono questi i sacerdoti «bruciati» nel loro ministero e bisognosi di opportune misure di sostegno e di recupero.

Il più numeroso dei quattro gruppi minori è formato da 28 preti «insoddisfatti» , con basso esaurimento emotivo, bassa depersonalizzazione e bassa realizzazione personale. Non hanno particolari problemi di burnout, ma sono scontenti dei frutti del loro ministero. Il secondo è degli «stanchi» , 19 preti con alto esaurimento emotivo e bassa depersonalizzazione e realizzazione personale, che non reggono alla forte pres-sione emotiva e/o fisica. Il terzo è quello «del ruolo» : 12 preti con basso esaurimento emotivo e alta realizzazione personale con una depersonalizzazione che tende alla soglia critica. Sono preti che vivono il ministero come il ruolo di chi dispensa servizi religiosi senza sentirsi pasto-re. Il quarto è degli «efficienti sofferenti» : 14 preti con alta realizzazione personale e alti esaurimento emotivo e depersonalizzazione che sanno di svolgere bene il loro compito ma, contemporaneamente, avvertono fortemente il disagio della condizione nella quale si trovano.

Sono degne di nota alcune osservazioni degli autori della ricerca. La coabitazione con altri preti o altre persone non incide sui profili citati, almeno per quanto riguarda i due gruppi più numerosi. Ma i preti per i quali «tutto va bene» vivono per lo più da soli come anche il 58% degli «stanchi», mentre i due terzi degli «efficienti sofferenti» vivono con altri sacerdoti. I due terzi dei sacerdoti giovani, di età compresa tra i 25 e i 29 anni, rientrano nel gruppo più a rischio, forse a motivo di crisi episodiche legate all'età e alla scarsa esperienza. Tra i preti cinquantenni si riscontra la situazione migliore, e tra gli ultrasettantenni aumentano le situazioni di disagio. Maggiore è l'istruzione, maggiore è il numero dei «tutto va bene». Ma tra i preti in possesso di un dottorato crescono gli «stanchi» e gli «insoddisfatti», probabilmente per la non piena realizzazione personale nell'attività pastorale che esercitano. L' istru-zione superiore sembra avere una funzione protettiva dinanzi ai problemi e alle difficoltà della vita. Il numero dei preti «bruciati» cresce quando diminuisce l'attività pastorale , cioè con il disimpegno dal ministero dei sacerdoti in crisi. Invece, i preti «tutto va bene» sono i più attivi, anche se tra questi i preti più anziani sembrano attivi soltanto perché intendono il lavoro pastorale come stabile presenza nella parrocchia. Il burnout cresce tra i sacerdoti che hanno già una ventina di anni di ministero e parimenti aumentano i preti «del ruolo» e gli «efficienti sofferenti», sintomo di una realizzazione personale compromessa. Sui cappellani di ospedali, sui confessori e sugli assistenti di seminario, ossia sui ministeri legati particolarmente all'aiuto e all'ascolto, l'istruzione riduce la depersonalizzazione e accresce la realizzazione personale. Agisce invece negativamente su quest'ultima il numero sia delle ore settimanali di attività sia degli anni di sacerdozio, segni forse di stanchezza dovuta a lavori emotivamente impegnativi svolti per lungo tempo.

Le cause del «burnout»

Gli autori della ricerca hanno posto ai preti partecipanti una domanda: quale fossero, a loro giudizio, le cause del burnout tra i preti diocesani. E, per non influenzarli, hanno taciuto inizialmente sui risul-tati delle ricerche scientifiche sulle cause del burnout. Le risposte dei sacerdoti offrono un panorama variegato sulle cause del fenomeno come sono intuite all'interno del clero diocesano. Alcuni sacerdoti individuano come causa principale o la carenza di applicazione alla vita interiore o la qualità dell'interiorità nel soggetto in burnout. Parecchie altre risposte prendono in considerazione le cause esterne al soggetto. Il lavoro pastorale è vissuto spesso come un peso sia per la mole degli impegni sia per l'invito a rifarsi continuamente alle indicazioni diocesane sia perché espone emotivamente il soggetto che è frequentemente a contatto con situazioni umane di disagio. Quel lavoro è spesso frustrante per il sacerdote che vive la spiacevole sensazione di offrire un «prodotto» che non sembra corrispondere alla domanda reale della gente e intanto richiede al sacerdote lo stress di affrontare situazioni, a volte imprevedibili, quasi mai programmabili.

L'insorgenza del burnout è anche messa in relazione con la condizione celibataria , che, secondo alcuni preti, crea una vita diversa e artificiosa, esposta alla solitudine affettiva e all'implosione dei sen-timenti. Altra possibile causa di burnout è il rapporto con l'istituzione . Alcuni sacerdoti ritengono che essa tenda a creare l'impossibilità a comunicare tra pari quel burnout che dipende dalla funzione dei superiori. Ciò aggrava oggi la crisi di quei preti che si interrogano sul significato del loro ruolo sempre più incerto, e privo dell'antico potere, nella società attuale. Non sono mancate voci di preti che inseriscono anche la formazione ricevuta tra le possibili cause di burnout. In questi casi, ci si riferisce specialmente all'eccessiva insistenza, negli anni della formazione, sul dono di sé agli altri e alla mancata cura per il soggetto e per una vera vita di comunione con il presbiterio. Abbiamo già detto che al burnout sono esposti maggiormente i preti giovani. È interessante perciò osservare che i viceparroci hanno lamentato il peso su di loro delle decisioni del parroco come causa della sindrome.

Sono sei le cause di burnout individuate da C. Maslach e M. Leiter nel 1997:

  • sovraccarico di lavoro ,
  • mancanza di controllo su di esso ,
  • insufficiente gratificazione ,
  • venir meno del senso di appartenenza comunitario ,
  • assenza di equità percepita nel proprio trattamento ,
  • percezione di un contrasto tra i valori propri e quelli dell'organizzazione .

A giudizio dei partecipanti, la quarta, la prima e la sesta sono le cause principali della sindrome. Meno importanti la seconda e la terza. La quinta è stata giudicata irrilevante.

Riflessioni pastorali

Gli autori della ricerca concludono il loro saggio con una serie di considerazioni che formano la parte del loro lavoro più estensibile ad altri cleri e anche ai preti religiosi. Sono pochissimi i sacerdoti che hanno sentito parlare di burnout . Pertanto, un'informazione su di esso, sulle sue cause e sulle strategie per uscirne sarebbe utile e auspicabile. A nessun prete la sindrome cade addosso all'improvviso. La crisi dei preti giovani impegnati in parrocchia è preparata dal ritrovarsi in una realtà completamente nuova rispetto a quella immaginata prima dell' ordinazione. Successivamente, l'impatto con le frustrazioni generate dal contatto con i fedeli, gli insuccessi pastorali, le difficoltà di relazionarsi e spesso convivere con il parroco, la diminuzione del proprio tempo libero fanno il resto. È perciò indispensabile aver cura dei sacerdoti nei loro primi anni di ministero, perché in questi anni è più grande il pericolo di burnout.

Invece, la crisi dei preti di età compresa tra i quaranta e i cinquantanni è tipica dell'età, non nasce cioè dal confronto con una situazione nuova. Rispetto ai preti giovani, che possono sperare in un futuro migliore, e ai preti più anziani, che conoscono le diffi coltà del ministero e i modi per superarle, molti quarantenni/cinquantenni soffrono la consapevolezza che le loro difficoltà non sono superabili a breve e a medio termine. Anche perché, essendo già stati per anni parroci e viceparroci, sanno distinguere tra le difficoltà contingenti, superabili con un mutamento di sede, e quelle legate alla stessa condizione di sacerdote. D'altra parte, pur avendo bisogno di aiuto, sono restii a chiederlo e a riceverlo sia perché le delusioni degli anni trascorsi li precipitano in atteggiamenti di cinismo e di sfiducia verso l'istituzione della Chiesa sia per il pudore di chiedere che li porta a pensare che l'uomo adulto deve saper dare da solo soluzione ai propri problemi.

Maggior cura dovrebbe essere riservata al controllo dei sentimenti, nel senso che i preti dovrebbero essere preparati o educati a gestire le faticose relazioni quotidiane con ogni genere di richieste. Anche da questo punto di vista, oltre che per capire se stesso, è consigliabile che il sacerdote possegga un notevole grado di istruzione. Neppure deve essere sottovalutata la vicinanza dei superiori e dei compagni di ministero. Tra le cause non secondarie di burnout c'è, infatti, la sensazione del disinteresse del presbiterio e dei fedeli, la sofferenza cioè dell'incomprensione e dell' isolamento che non raramente si configura come incoerenza percepita, nel presbiterio e nei fedeli, tra i valori proclamati come prioritari e la prassi della vita.

In un passato neppure tanto lontano, era normale avere un prete in ogni parrocchia, data l'abbondanza delle vocazioni. Oggi, e ancor più nel prossimo futuro, si renderà necessar ia l'istituzione di unità pastorali con le quali alcune parrocchie sono affidate a un numero dì sacerdoti inferiore rispetto a quello delle parrocchie. Il che comporta per i preti un sovraccarico di lavoro per garantire il servizio liturgico e apostolico e da tale superlavoro de riva il rischio di una maggiore depersonalizzazione, di una minore realizzazione personale e di un più forte esaurimento emotivo: cioè il rischio di un più facile burnout. Vi potranno resistere soltanto i preti che riusciranno a darsi totalmente al loro ministero, facendo coincidere con questo la loro realizzazione personale. E saranno i preti che, secondo la formula del Couturier modellata sulla spiritualità eucaristica, accetteranno di «essere mangiati vivi». Ma forse, a questo punto, si dovrebbero studiare anche i probabili effetti negativi che il superlavoro potrebbe generare sulla psicologia del sacerdote o almeno sulla psicologia di alcuni preti con un inevitabile riflesso sulla vita della comunità cristiana. No tiamo che gli autori della ricerca, secondo il metodo del loro lavoro, si sono limitati a qualche cenno sulla funzione positiva che una regolare vita spirituale esercita sui sacerdoti variamente provati nel nostro tempo. Da parte nostra, insistiamo sull'importanza di questo collaudato presidio del ministero sacerdotale e ne lamentiamo l'affievolimento nella coscienza e nella pratica di alcune fasce di clero.

C'è un elemento portante della vita spirituale che, fedelmente coltivato, può riverberarsi con effetti benèfici sull'intera esistenza del prete. Lo si chiamava, una volta, meditazione. Oggi va sotto il nome di lectio divina . Quale che sia la sua definizione, sono impor-tanti il suo esercizio e la sua funzione. La riflessione giornaliera sulla Parola di Dio o sugli scritti dei grandi autori spirituali o sui documenti salienti della Chiesa ravviva nel sacerdote la fede non soltanto nella storia della salvezza e nelle ve rità rivelate ma anche nel suo ministero pastorale, rinnovandone le motivazioni profonde. Gli insegna a guardare con lo sguardo di Dio il senso della sua pochezza personale e dei suoi fallimenti . Lo educa, giorno dopo giorno, a confidare in quella grazia che sorregge i deboli e gli sconfitti della vita che vanno avanti con umiltà e amore. Sono valori, questi, non osservabili con gli strumenti dell'indagine sociologica. Ma sono pur sempre i valori vissuti in silenzio dai preti migliori che sperano contro ogni evidente speranza.

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