La carità non vede confini, né differenze di popoli.
Venerdì, 19 Luglio 2019
18 Ottobre 2006
Itinerario formativo 2006/2007 (IT)

Documento senza titolo

LA CARITA' DELLA MISSIONE
itinerario formativo ottobre missionario 2006/2007

Non ho lasciato la speranza
O Grande Re, non ho lasciato
la speranza della tua grazia:
ho con me tanta viltà,
tante vergogne, eppure
non ho lasciato la speranza.
Nessuno sa come la tua provvidenza
segretamente tesse una rete magica
nascosta agli occhi di tutti.
Al tempo da Te fissato,
improvvisamente, chi sa dove,
arriva l'impossibile, manifestandosi
nella sua stessa luce,
sempre aspettato,
sempre in vesti di possibile!
Tu sei il Testimone Interiore.
In questo timido paese;
all'insaputa di tutti,
di cuore in cuore,
di casa in casa,
la Tua virtù misteriosa
vigila e lavora
notte e giorno.
O Gran Re, non ho lasciato la speranza!
(R. Tagore)

 

Sussidio ottobre missionario 2006 & itinerario formativo 2006/2007

Introduzione

Il Vangelo è il più grande dono di cui dispongano i cristiani. Perciò essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza di vita” (CEI, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia , 32). Sono parole, queste dei vescovi italiani, che chiunque ha a cuore il servizio all'evangelizzazione non può dimenticare. Al pari di tante altre, più volte ripetute in questi anni. Come quando di fronte al vasto fenomeno dei migranti che, in certo modo, ci hanno portato l' ad gentes in casa, si riconosceva che: “in favore di tutti questi fratelli è giusto vivere il «Vangelo della carità»; ci dobbiamo sentire non meno chiamati ad offrire loro, nei modi e nei tempi più opportuni, anche la «carità del Vangelo» (CEI, L'amore di Cristo ci sospinge , 7f ).

Il Santo Padre Benedetto XVI, nel Messaggio per la Domenica Mondiale delle Missioni del 22 ottobre 2006, ha ribadito che “La missione se non è orientata dalla carità, se non scaturisce cioè da un profondo atto di amore divino, rischia di ridursi a mera attività filantropica e sociale”. Riecheggia qui l'insegnamento di Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio : “l'anima di tutta l'attività missionaria: l'amore che è e resta il movente della missione, ed è anche l'unico criterio secondo cui tutto dev'essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. È il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere. Quando si agisce con riguardo alla carità o ispirati dalla carità, nulla è disdicevole e tutto è buono” (n. 60).

È da parole come queste che attingono spiritualità e carità apostolica i discepoli di Gesù. Ne abbiamo conferma ogni volta che invece di disperderci nell'organizzazione di pur necessarie attività, riusciamo a trovare tempo e voglia per “aprire il libro delle missioni”, riconoscendo nei fatti che Dio è Amore. Essere missionari significa infatti amare Dio con tutto se stessi sino a dare, se necessario, anche la vita per Lui.

Il sacerdote Fidei Donum della diocesi di Roma don Andrea Santoro, pochi giorni prima di essere ucciso mentre era in preghiera nella sua chiesa a Trabzon, nella Turchia orientale, scriveva agli amici italiani parole dense di amore:

“Carissimi, voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c'è il sereno, e non soltanto invocare il sole quando c'è la pioggia. Inoltre è giusto vedere il filo d'erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.

Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell'ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumorosi. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4-5 ragazzi, sui 14-15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: «Ma sei qui perché ti hanno obbligato?». «No, sono venuto volentieri, liberamente». «E perché?». «Perché mi piace la Turchia. Perché c'era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…». «Ma sei contento?» (hanno usato la parola mutlu che in turco vuol dire felice). «Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi, sono ancora più contento. Vi voglio bene». A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: «Anche noi ti vogliamo bene».

Dirsi «ti vogliamo bene», dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare… E non è forse vero che «se ami conosci Dio» e lo fai conoscere e se non ami, quand'anche possedessi la scienza o parlassi tutte le lingue, o distribuissi i beni ai poveri, non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?”.

È in questo modo che ovunque nel mondo, e dunque anche in casa nostra, siamo chiamati ad essere missionari. Chinandosi come il Buon Samaritano sulle necessità di tutti, specialmente dei più poveri e bisognosi, cercando unicamente la gloria del Padre e il bene del prossimo.

È questo il segreto del più fecondo impegno missionario, che questo sussidio intende ulteriormente sostenere e promuovere, nell'animo di ogni singolo fedele come in tutta la comunità.

Mons. Giuseppe Andreozzi
Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie

 

Presentazione

Il nostro sussidio, diviso in due sezioni – le cinque settimane dell'ottobre missionario e i sei tempi dell'anno liturgico – è proposto come un vero itinerario spirituale, ossia un'occasione per fare insieme un tratto di strada, lungo un anno, con gli uomini e le donne del terzo millennio. Tra questi, spiccano i volti dei missionari e delle missionarie, autentici testimoni della speranza.

La prima sezione è dedicata alle cinque settimane del mese di ottobre, missionario per tradizione e per vocazione. Per ogni settimana – sotto i temi classici dell'animazione missionaria: Preghiera e contemplazione , Sacrificio e impegno , Vocazione e responsabilità , Carità e offerta , Ringraziamento e gioia – ci si è concentrati sulla celebrazione eucaristica domenicale. Di qui la proposta di un momento penitenziale , di una Lectio (nei tre momenti del commento , dell' attualizzazione e dell' apertura missionaria ), di alcune intenzioni di preghiera e della proposta di alcuni gesti concreti da vivere nella settimana. Anche l'impostazione grafica (l'uso del grassetto , del corsivo e degli elenchi puntati) vuole aiutare ad individuare i singoli elementi delle cinque unità.

La seconda sezione è dedicata all'itinerario missionario per i sei tempi (Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua, Pentecoste, Tempo ordinario) che coprono l'intero ciclo dell'Anno liturgico. Precedute da una scheda di istruzioni

per l'uso , ogni unità presenta il Volto di uno o più testimoni tratti dal Vangelo e dagli Atti degli apostoli ed è articolata attorno ad una lectio divina che lo descrive e lo attualizza al fine di poter costruire in parrocchia, nel gruppo, in famiglia o anche individualmente, un percorso di formazione spirituale e di animazione missionaria. Il materiale, per quanto “di cantiere” è tratto tutto dalla Parola. Quella che racconta l'incontro e le apparizioni del Risorto agli Apostoli e ai discepoli, ma anche quella che canta nei Salmi; infine quella che è stata vissuta dai Santi nel corso della storia della Chiesa e che mostrano come cambia la vita quando si diventa testimoni del Risorto. In questa sezione una opportuna pagina di istruzioni aiuterà al miglior utilizzo.

Mons. Angelo Sceppacerca
Segretario Nazionale dell'Opera per la Propagazione della Fede

 

PRIMA SETTIMANA
[Domenica 1° ottobre, XXVI del tempo ordinario]
PREGHIERA E CONTEMPLAZIONE

IL SIGNIFICATO DELLA SETTIMANA

Inizia l'ottobre missionario, che avrà il suo culmine nella Giornata Missionaria Mondiale (Domenica 22 ottobre) che quest'anno ha per tema “DIO AMORE SORGENTE DELLA MISSIONE”. Quando si inizia, si prega e si contempla, perché ogni dono è dall'alto. Il gesto spontaneo è mettersi in ginocchio e chiedere allo Spirito Santo, che è la Sorgente dell'Amore in Dio, di effondersi su di noi e sulla missione universale della Chiesa – Sua Sposa – perché l'amore sia la sorgente e il compimento di ogni nostra azione. L'offerta di un momento penitenziale, di una breve Lectio sul Vangelo della Domenica, delle intenzioni di preghiera e la proposta di gesti concreti da vivere durante la settimana, suggerisce un utilizzo comunitario a partire dall'Eucaristia domenicale, ma vuole essere anche uno strumento per un incontro di preghiera e di riflessione, sia personale che di gruppo

Atto penitenziale

Celebrante

Signore, tu ci hai rivelato Dio come il Padre di tutti. Perdona i nostri egoismi e le nostre chiusure.

Signore, pietà!

Tutti Signore, pietà!

 

Celebrante

Cristo, tu hai dato la vita per tutti. Insegnaci a fare come te; ad essere generosi e a non avere preferenze.

Cristo, pietà!

Tutti Cristo, pietà!

 

Celebrante

Signore, tutta la tua vita è stata per il Padre. Insegnaci a vivere nel tuo nome e facci riconoscere il fratello che è in ogni uomo.

Signore, pietà

Tutti Signore, pietà!

 

Lectio divina
2 Ottobre – XXVII Domenica t.o. – Vangelo: Matteo 21, 33-43

 

TESTO

In quel tempo, Giovanni rispose a Gesù dicendo: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. Ma Gesù disse: “Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, sarebbe meglio per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che essere gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”.

 

COMMENTO

Poco prima di questo episodio, Gesù aveva tracciato il profilo del suo seguace: uno che si fa ultimo e servo di tutti, che accoglie i piccoli perché tale si sente fra le braccia di Dio. Ora, in questo brano di Vangelo, Gesù spiega meglio: il discepolo è colui che vive ogni cosa “ nel nome di Gesù ”. Ciò che conta è la sua persona; lui è l'unico Maestro; noi tutti siamo solo e sempre discepoli. Fin da subito la Chiesa delle origini scoprì, in questa consapevolezza, la ragione del proprio esistere, la gioia della propria libertà perché legata solo al Signore e la sua vocazione “cattolica”, ossia universale, perché tutti gli uomini sono riconosciuti fratelli in quanto figli dell'unico Signore. L'apertura e l'accoglienza della Chiesa – e, in essa, di ogni cristiano – è molto più che una semplice

tolleranza; è la radice di ogni libertà e dell'uguaglianza di tutti gli uomini, intesa come fraternità universale. Da seguire è solo Gesù. E lui ha fatto una sola strada, quella del servizio e del dono della propria vita.

Sarà il Signore, quindi, a riconoscere e a stabilire chi è dentro e chi è fuori. A noi la possibilità di amare. Solo a Dio il giudizio. Anche perché, prima del momento ultimo e definitivo della morte, c'è sempre la possibilità di sbagliare, di scambiare il grano per zizzania e viceversa.

 

ATTUALITÀ

Se il discepolo di Gesù è libero verso tutti, allora è anche libero da tutto, pronto a rinunciare a tutto ciò che può essere d'inciampo nel cammino spedito della sequela Christi . Occhi, mani e piedi sono i simboli delle cose che l'uomo desidera, prende e verso cui si indirizza. Gesù non vuole mutilazioni e castrazioni, ma la piena libertà di chi pospone ogni cosa al Suo nome. Per esempio: quale mano dovremmo “amputare”? Quella che sa solo prendere e mai condividere, donare. Quale occhio “cavare”? Quello che vede solo la propria immagine, ravvisa

solo la propria idea e non scorge mai il volto dell'altro per riconoscerlo fratello. Quale piede “tagliare”? Quello che fa degli altri dei sgabelli per salire, quello che non percorre le strade della misericordia e

della prossimità. La sequela di Cristo produce miracoli: segni capaci di cambiare il senso e la direzione delle cose. Anche di un bicchiere d'acqua, quando è donato. Altrove si inciampa soltanto e si finisce trascinati a fondo come se una macina ci fosse legata al collo.

 

PER LA MISSIONE

È iniziato il mese missionario. E missionario è questo Vangelo. Quante volte, in missione, i discepoli di Gesù sono a contatto con credenti di altre religioni, uomini e donne pacifici, di buona volontà, coi quali fare un pezzo di strada insieme, a servizio della giustizia e della liberazione, del soccorso umanitario e consapevoli della fratellanza universale! Questa può essere anche la nostra esperienza. Alla fine della vita, saremo giudicati sull'amore. E l'amore è la regola d'oro per ogni credente. Ne è anche il linguaggio.

Preghiera dei fedeli

• Signore, tu dai valore e ricompensa anche per un solo bicchiere d'acqua donato. Mostraci le tante occasioni che abbiamo per condividere con i fratelli i beni che tu stesso ci hai dato.

Preghiamo.

• Signore, ci hai insegnato che ogni uomo è per te figlio amatissimo. Educaci alla fratellanza universale e che i nostri occhi, le nostre mani, il nostro corpo vedano e sentano l'altro come uguale a noi, tutti figli dell'unico Padre.

Preghiamo.

 

Proposte di gesti concreti da vivere nella settimana

• Passerò in rassegna il mio tempo, soprattutto quello libero dal lavoro e dagli impegni del mio stato. Ne sceglierò una parte per farne dono agli altri, nei modi più diversi, dalla preghiera al volontariato, dal tempo offerto a qualche iniziativa parrocchiale a quello dedicato ad approfondire un tema sulla mondialità.

• Passerò in rassegna i miei beni. Ne troverò di superflui, di abbondanti, di dimenticati, di inutilizzati. Forse sarò capace di scegliere anche tra quello che io considero necessario, ma di cui sento che posso farne a meno per l'altro. Farò un bel pacco e donerò tutto mettendolo a disposizione di quanti ne mancano: vestiti, libri, oggetti,

utensili… Mettendoci insieme potremmo farne anche un mercatino e ricavarne offerte per la Giornata Missionaria Mondiale.

 

SECONDA SETTIMANA
[Domenica 8 ottobre, XXVII del tempo ordinario]
SACRIFICIO E IMPEGNO

IL SIGNIFICATO DELLA SETTIMANA

Come in cielo, così in terra. Se la settimana precedente, grazie alla preghiera e alla contemplazione, abbiamo conosciuto il modo in cui Dio ama tutti gli uomini, da veri discepoli, anche noi scegliamo di impegnarci e di donarci nei luoghi prossimi e lontani dell'unica missione della Chiesa.

Atto penitenziale

Celebrante

Signore, tu hai perdonato le nostre colpe; rivestici di altrettanta misericordia verso i nostri debitori

e muovi il nostro cuore verso chi attende soccorso. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Celebrante

Cristo, insegnaci a somigliarti e ad imparare da te che sei mite ed umile di cuore: non ci costerà rinuncia e sacrificio perché tutto sia dono all'altro. Abbi pietà di noi.

Cristo, pietà! Tutti Cristo, pietà!

 

Celebrante

Signore, tu sei la misura dell'amore del Padre. Perdona le nostre miserie e vieni in nostro soccorso. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Lectio divina
8 OTTOBRE - XXVII DOMENICA T.O. – Vangelo: Marco 10, 2-16

 

TESTO

In quel tempo, avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Dissero: “Mosè ha

permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla”. Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”.

Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”.

Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e imponendo loro le mani li benediceva.

 

COMMENTO

Il Vangelo, naturalmente, non parla solo dell' altro mondo , ma innanzitutto di questo che lo prepara. Certo, la meta è la vita eterna, ma si raggiunge con una vita di sequela, di discepolato. In questi capitoli, l'evangelista

Marco raccoglie appunto le indicazioni di Gesù su cosa vuol dire essere suoi discepoli. Queste indicazioni sono rivolte a tutti, non solo alla ristretta cerchia degli apostoli. Essendo la condizione matrimoniale e familiare la più diffusa, se ne discute anche con Gesù e gli chiedono il suo pensiero nei confronti della legge ebraica allora vigente (anche se questa conosceva interpretazioni più o meno restrittive) e, più in generale, verso gli usi e i costumi pagani del suo tempo. Gesù, però, sposta il livello del suo messaggio – il vangelo, appunto – ben al di

sopra delle consuetudini pagane e della stessa legge mosaica, riconducendo lo sguardo al progetto originario di Dio sull'uomo e sulla donna. Originario nel senso delle origini, della creazione, dunque a livello della natura stessa della persona umana.

 

ATTUALITÀ

Non doveva essere facile, allora, un simile dibattito. Più o meno come lo è ai giorni nostri, soprattutto se immaginato all'interno di una trasmissione televisiva o in pagina di giornale: a credere nell'indissolubilità del matrimonio, come pure alla sua fedeltà, sembra che non sia affatto la maggioranza, almeno quella “ospitata” dai mass media. Eppure Gesù insiste nel portare la visione del matrimonio su un altro piano. Perché? Perché la legge, che ammetteva il divorzio con restrizioni più o meno rigorose secondo l'interpretazione dei vari rabbini, aveva la preoccupazione di regolare la prassi, la consuetudine del divorzio, anche per tutelare la parte più debole, ossia la donna, contro il libero arbitrio dell'uomo che, di fatto, nel contratto matrimoniale, aveva il ruolo decisivo, il controllo totale. Solo l'uomo, infatti, poteva ripudiare la propria moglie. La legge – e non solo quella ebraica – confermava il diritto del più forte che, in ogni caso, restava il maschio il quale comprava la donna con un vero contratto e ne poteva disporre a suo piacimento, proprio come una proprietà. C'è di più. Tra i maschi, ancor più potevano i ricchi giacché, proprio a causa della loro ricchezza, potevano (anticamente, ma anche oggi in ambiente musulmano) permettersi non solo il divorzio, ma anche la poligamia.

 

PER LA MISSIONE

Troppo poco per Gesù vincere un confronto. Lui deve annunciare la novità della sua persona e del suo messaggio. Per questo non si lascia imbrigliare nella discussione sulla liceità del divorzio. Il confronto gli

serve solo per presentare – ri-presentare – il disegno di Dio sul matrimonio fra un uomo e una donna. Il disegno di Dio è anche il capolavoro di Dio, perché non vi è altrove altro ideale e altra chiamata più sublime e affascinante, possibile e al tempo stesso ardua, del matrimonio cristiano. Questa novità del matrimonio è possibile proprio grazie a Gesù, perché solo in Lui – vivendo alla sua sequela – l'uomo può amare la donna, e viceversa, “come lui ci ha amati”, con lo stesso amore di Dio. In questo senso possiamo dire che il brano di questa domenica è uno dei più potenti annunci del Vangelo, perché dice dell'amore di Dio concesso all'uomo e alla donna in Gesù . Essere missionari, annunciatori del Vangelo, significa mettersi sul piano di Gesù, andando

al di là delle questioni puramente tradizionali e culturali, per raggiungere il cuore, le questioni ultime, laddove il Vangelo illumina e risana. In questo senso la missione è anche promozione umana.

Preghiera dei fedeli

Signore, tu ci hai detto che non è lecito nessun ripudio, nessun abbandono. Se Tu, il Signore, perdoni anche chi ha colpa, aiutaci a sentire viva e pressante la nostra responsabilità verso tutti. Per questo ti preghiamo

Signore, quante volte le donne, in famiglia e ovunque, soffrono a causa di discriminazioni e violenze gratuite. Mentre chiediamo perdono per queste colpe, insegnaci a valorizzarne la presenza e l'opera, i sacrifici e la testimonianza. Per questo ti preghiamo.

Proposte di gesti concreti da vivere nella settimana

Sacrificio e impegno. È il tema della settimana. Per vivere concretamente questo aspetto dobbiamo scegliere fra le cose che, appunto, ci costano sacrificio e richiedono impegno.

• Inizierò dai rapporti familiari. Se c'è qualcosa da sistemare, ricominciare, stemperare, recuperare, cercherò tempo e occasione… E questo tra i vari soggetti della famiglia: coniugi, figli, nonni, zii…

• Anche l'ambiente del nostro lavoro (sia esso di ufficio, fabbrica, scuola, casalingo) è luogo e occasione per offrire un sacrificio (tempo e mezzi) o per impegnarci più a fondo.

Quello che conta è che il frutto sia un segno dello Spirito (pace, riconciliazione, gioia…) e un gesto concreto di condivisione (offrire l'equivalente di un'ora o più di lavoro alle missioni..).

 

TERZA SETTIMANA
[Domenica 15 ottobre – XXVIII del Tempo Ordinario]
VOCAZIONE E RESPONSABILITÀ

IL SIGNIFICATO DELLA SETTIMANA

Nella corsa che non porta da nessuna parte, vogliamo fermarci un attimo. Vogliamo alzare lo sguardo al volto del Signore e ascoltarne la voce che ci chiama per nome e sa rintracciarci in mezzo a tutti. Per ognuno una chiamata, un compito, una chance

La vocazione è il tesoro nascosto. la perla consegnata ad ognuno. Preziosa e irripetibile. Come posso non rispondere? È questo il senso della re-sponsabilità . È il muovermi dopo essere stato chiamato, soccorrere dopo essere stato perdonato, amare perché a mia volta, da sempre, sono amato.

L'offerta di un momento penitenziale , di una breve Lectio sul Vangelo della Domenica, delle intenzioni di preghiera e delle proposte di gesti concreti da vivere durante la settimana, vuol suggerire un utilizzo comunitario a partire proprio dalla celebrazione eucaristica domenicale, ma può anche essere uno strumento utile per un incontro di preghiera o di riflessione, sia personale che di gruppo.

Atto penitenziale

Celebrante

Signore, tu che hai pronunciato il nome di ciascuno fin dal grembo materno. Aiutaci a corrispondere al dono della vita e della vocazione. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Celebrante Cristo, Tu che in tutto hai fatto la volontà del Padre aiutaci a corrispondere alla nostra vocazione

che è la volontà del Padre su di noi. Abbi pietà di noi.

Cristo, pietà! Tutti Cristo, pietà!

 

Celebrante Signore, Tu che sei il missionario del Padre, e ti sei inginocchiato dinanzi agli apostoli

nel gesto della lavanda dei piedi. Fa che ti imitiamo nei confronti di ognuno. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Lectio divina
15 OTTOBRE - XXIII DOMENICA T.O. - Vangelo: Marco 10, 17-30

 

TESTO

In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”.

Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa solo ti manca: va' vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!”. I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: “Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: “E chi mai si può salvare?”.

Ma Gesù, guardandoli, disse: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”. Pietro allora gli disse: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Gesù gli rispose: “In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già nel presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

 

COMMENTO

Al giovane che gli si getta davanti in ginocchio e gli chiede cosa debba fare per avere la vita, Gesù pone come prima condizione l'osservanza dei comandamenti che riguardano l'amore del prossimo. Non menziona il comandamento dell'amore di Dio, il più importante, perché questo comandamento riceverà una nuova formulazione nel corso del dialogo. La nuova formulazione è la sequela di Gesù. Il regno di Dio, infatti, è ora presente nell'umanità di Gesù: è Lui la manifestazione del Dio da amare.

Il giovane non lo sospetta neppure, ma qui sta la Buona Notizia : Dio stesso è donato agli uomini in Gesù, “in Lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Amare Dio d'ora in poi significa seguire Gesù. Chi non accoglie Lui e non lo segue lasciando i propri beni, a cominciare da se stesso, in realtà perde tutto: e Dio e la propria vita.

 

ATTUALITÀ

La proposta di Gesù: “Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri” fa paura al giovane, che si allontana triste, “perché aveva molti beni”. Il cuore dell'uomo può ingannarsi. È l'inganno dell'autosufficienza, del bastare a se stessi, l'inganno del possesso dei beni come sicurezza e felicità della vita. Quando un cuore è così “fasciato” da presunte ricchezze, la proposta di Dio in Gesù può suonare come una minaccia o un attentato al proprio quieto o inquieto vivere. Così deve essere parso al giovane del racconto, e così a tanti giovani oggi, prigionieri di se

stessi e di una vita ricca di cose e povera di senso.

Occorre riconoscere che tutto è dono, a cominciare dalla vita, per essere liberi di donare e di donarsi. Finché ci si crede artefici di se stessi, il possesso dei beni e delle ricchezze è la miglior arma di difesa contro l'assalto degli altri, del mondo… contro l'assalto di Dio. Salvo accorgersi – lungo la strada – che una vita così impostata non regge proprio alla prova della vita. Chi non entra nella logica del dono non può comprendere, come il giovane del vangelo, che teme di perderci… e di perdersi. Qui si vede come il Vangelo costituisca realmente un capovolgimento del pensiero dell'uomo, capovolgimento reso possibile dalla contemplazione di Gesù, che è il primo a dare la vita. Al cuore del racconto, infatti, c'è Lui, Gesù, che guarda e ama: “fissatolo lo amò”. È questo

sguardo pieno d'amore, che il giovane era chiamato a incrociare. Eppure anche l'allontanarsi del giovane non può mutare lo sguardo di Gesù, non può esaurirne l'amore. Da Gesù ci si può allontanare, ma non gli si può impedire di continuare ad amarci. E la memoria di questo amore farà possibile ogni ritorno. Anzi, forse è proprio il nostro ritorno che Gesù sta aspettando, visto che questo Vangelo non è raccontato per quel giovane di duemila anni fa, ma è per noi.

 

PER LA MISSIONE

Cosa c'è di più dei comandamenti di Dio? La libertà. Da tutto e da tutti; la povertà – che è l'altro nome della libertà – nel senso del dono radicale e definitivo di se stessi. Può sembrare una cosa impossibile, una contraddizione in termini (comandamenti e libertà) perfino a capire, ma non “nei pressi di Dio”. E proprio “presso Dio” bisogna andare e verificare se ci sono persone che hanno lasciato tutto e tutto – moltiplicato

per cento volte – hanno ricevuto in cambio dall'amore di Dio. Ne conoscete di persone così? Ce ne sono molte. Sono i discepoli del Signore, innumerevoli e in ogni epoca. Liberi e gioiosi, come Francesco di Assisi, Camillo de Lellis, Teresa di Calcutta, tanto per nominarne alcuni, capostipiti, a loro volta, di schiere di altri discepoli, uomini e donne felici di lasciare il poco che avevano e di trovare – presso Dio – il molto che neppure osavano sperare e immaginare. Sono i missionari. E, ricordiamolo, come il vangelo – compreso quello di questa

Domenica – è per tutti, così anche la missione, la vocazione missionaria, è per tutti. Fa parte del battesimo, il nostro codice genetico.

Preghiera dei fedeli

Signore, non ti sei mai tirato indietro dinanzi ad ogni violenza e sopruso. Hai, invece, risposto con franchezza , forza e sincerità. Donaci la virtù della parresia , per difendere i più poveri ma soprattutto per costruire i presupposti della giustizia. Per questo ti preghiamo.

Signore, come ai tuoi apostoli non mancò il coraggio e la gioia di seguire la tua chiamata, dà anche a noi la libertà di lasciare tutto per seguire Te solo, dove e come vuoi. Sempre sulle strade della missione. Per questo ti preghiamo.

Proposte di gesti concreti da vivere nella settimana

È la settimana dei volti che danno speranza al nostro tempo: sono gli uomini e le donne testimoni del Vangelo. Missionari, laici e consacrati; volontari, operatori di pace…

• Ne cercherò qualcuno per ascoltarlo, incontrarlo, conoscerlo, sostenerlo, condividerne l'esperienza. E alla fine più chiaro sarà il discernimento della nostra vocazione e più pronta la risposta di ognuno.

• Mi impegnerò a sostenere la missione universale della Chiesa con la preghiera, umile, costante, sincera.

• Mi impegno a preparare la Giornata Missionaria Mondiale di domenica prossima, offrendo il mio aiuto materiale, il mio tempo, destinando il ricavato di una rinuncia significativa.

 

 

QUARTA SETTIMANA
[Domenica 22 ottobre – XXIX del tempo ordinario]
GIORNATA MONDIALE MISSIONARIA: DIO AMORE SORGENTE DELLA MISSIONE
CARITÀ E OFFERTA

IL SIGNIFICATO DELLA SETTIMANA

Carità e offerta non sono semplicemente elemosina. Il gesto della condivisione è atteggiamento credente, fraterno, solidale. Se il crudo bisogno, la fame, la ricerca di lavoro e di casa, umiliano e gettano a terra chi li soffre, il gesto della carità solleva e ridona dignità. Un amorevole atto di solidarietà e condivisione aiuta a ricominciare, a non disperare, ad avere fiducia. Questa è la settimana in cui vogliamo essere particolarmente generosi, vicini, prossimi; condividendo quello che abbiamo e scegliendo di donare non in base a quanto “ci avanza”, ma sul metro di quanto “occorre”. Anche a noi “occorre” condividere per corrispondere alla nostra vocazione di cristiani e per partecipare alla sollecitudine universale della Chiesa, manifestata nella sua missione

alle genti. L'offerta di un momento penitenziale , di una breve Lectio sul Vangelo della Domenica, delle intenzioni di preghiera e delle proposte di gesti concreti da vivere durante la settimana, vuol suggerire un utilizzo comunitario a partire proprio dalla celebrazione eucaristica domenicale, ma può anche essere uno strumento utile per un incontro di preghiera o di riflessione, sia personale che di gruppo

Atto penitenziale

Celebrante

Signore, tu ci hai amato senza misura. Sei Tu stesso il dono del Padre. Tutta la tua vita è stata la manifestazione

dell'amore e della condivisione, soprattutto con gli ultimi, i malati e i sofferenti, gli affamati e i poveri. Perdona le nostre incoerenze e sostieni i nostri propositi. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Celebrante

Cristo, Tu che ti sei fatto crocifiggere per amore, insegnaci la signoria della croce e aiutaci ad essere generosi fino al dono di noi stessi. Abbi pietà di noi.

Cristo, pietà! Tutti Cristo, pietà!

 

Celebrante

Signore, Tu che noti persino l'obolo della vedova e prometti la ricompensa anche per un solo bicchiere d'acqua,

perdona i nostri egoismi e convinci i nostri cuori che c'è più gioia nel dare che nel ricevere. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Lectio divina
22 OTTOBRE - XXIX DOMENICA T.O. – GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE – Vangelo: Marco 10, 35-45

 

TESTO

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Cosa volete che io faccia per voi?”. Gli

risposero: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete ciò che domandate.

Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo

riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

 

COMMENTO

In questo brano troviamo due logiche di vita a confronto: quella di Gesù e quella del mondo. L'episodio segue il terzo annuncio della Passione e come dopo ogni annuncio di Passione anche qui i discepoli mostrano di non comprendere, anzi di trovarsi su tutt'altra lunghezza d'onda. Man mano che nel corso del Vangelo Gesù rivela la sua identità, crescono attorno a Lui e fra i suoi incomprensione e ostilità. Eppure i discepoli hanno assistito alla professione di fede di Pietro (Mc 8,29), hanno riconosciuto in Gesù il Cristo, il Figlio di Dio, tuttavia non

riescono ad accettare il Suo modo di essere Messia. Sogni di gloria e smanie di potere si annidano anche nel loro cuore, e questo impedisce di riconoscere la grandezza di un Messia mite e umile, servo che dà la vita. In questo dialogo fra Gesù e Giacomo e Giovanni la tensione giunge all'acme: la confusione fra la gloria di Cristo e il potere secondo il mondo si risolve in un'opposizione radicale. Gesù ne spiega il perché: la gerarchia di valori propria del regno è completamente rovesciata rispetto a quella dominante nel mondo. Giacomo e Giovanni, che questo non l'hanno ancora capito, si avvicinano a Gesù non con lo stile di chi lo segue, mettendosi dietro, ma con l'atteggiamento di chi avanza pretese, mettendosi appunto davanti a Gesù. La richiesta che gli rivolgono

scopre un desiderio di autoaffermazione che ai loro occhi sembra del tutto giustificato e legittimo, mentre si tratta di un'aspirazione dettata dalla logica del mondo. Gesù cambia completamente orizzonte: la vera grandezza del discepolo consiste nel bere il Suo stesso calice e nell'essere battezzati del Suo stesso battesimo. Aver parte alla gloria di Gesù significa seguirlo fino in fondo. La grandezza consiste, dunque, nel dare la vita e nel partecipare al Suo destino di morte e risurrezione, “per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17), tenendo a mente che per il discepolo, come per il Maestro, non esiste altra gloria che quella della croce. Di fronte alla prospettiva di croce e di gloria che Gesù spalanca ai due fratelli, gli altri discepoli non trattengono lo sdegno.

Incapaci di entrare nell'ampiezza di orizzonte di Gesù, si sentono semplicemente e meschinamente minacciati e scavalcati dall'iniziativa di Giacomo e Giovanni. Gesù allora “li chiama a sé”, perché è troppo importante chiarire l'inganno in cui tutti quanti sono caduti. “I capi delle nazioni le dominano e i grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così”. Non così tra voi! Il motivo di questo capovolgimento consiste nel fatto che questa è la via percorsa da Gesù. Il cuore del racconto, infatti, è nel versetto finale: “Il Figlio dell'uomo non è

venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”. Il nostro servizio, allora, per essere veramente tale, non può che scaturire dalla contemplazione del “Figlio dell'uomo”. S. Agostino

gli si rivolgeva con queste parole: “È proprio possibile, o Figlio di Dio, che noi non abbiamo da imparare da te altra lezione più grande che l'essere tu servo mite e umile di cuore? O dovremo proprio ritenere che l'essere piccoli e servi sia una cosa talmente grande che, se non si fosse realizzata in te, non avremmo avuto altra maniera d'impararla? Proprio così.”

 

ATTUALITÀ

Per ben tre volte, nel vangelo di Marco, Gesù preannuncia la sua passione e resurrezione. Ogni volta, però, fa seguito l'incomprensione da parte dei discepoli. Anche nel brano di questa domenica Gesù torna ad insegnare loro qual è la vera grandezza e come il mettersi a servizio dei fratelli, fino alla fine, si contrapponga alla mentalità corrente. Non si scampa dalla scelta fra la logica del servizio e quella del potere. Senza la prima, la passione e morte del Maestro restano incomprensibili; con la seconda non c'è salvezza. Giacomo e Giovanni sono testimoni privilegiati di alcuni episodi-chiave della vicenda di Gesù: la resurrezione della figlia di Giairo, la trasfigurazione, il discorso sulle “cose ultime” sul monte degli Ulivi, l'agonia nell'orto. Eppure neanch'essi sfuggono alla tentazione di “misurarsi” con gli altri apostoli e di chiedere posti di preminenza, anche se “nella gloria”. Gesù, ancora una volta, ammaestra: fra voi non deve essere così . E per ben quattro volte, in soli tre versetti, indica e propone la figura del servo, la Sua figura di Servo obbediente fino alla morte .

L'insegnamento di Gesù non fu facile da comprendere per i suoi discepoli – testimoni delle sue azioni e dei suoi segni in mezzo agli uomini – non lo è altrettanto per noi, oggi. A differenza degli apostoli noi, però, abbiamo la riprova e l'esempio di tanti discepoli del Signore che, in questi duemila anni di cristianesimo, hanno vissuto la sequela evangelica. Proprio in questa domenica della Giornata Missionaria Mondiale, tre anni fa, venne beatificata – nel senso del raggiungimento di quella gloria cui aspiravano i figli di Zebedeo – Madre Teresa, l'angelo di Calcutta. Dinanzi a lei è più facile comprendere l'insegnamento del Signore, il farsi servi di tutti, sempre, con gioia. Fra le sue preghiere e i suoi mille gesti di tenerezza e amore chinato sugli ultimi, queste parole ce la ripresentano nell'essenzialità di una vita vissuta sempre e solo nel servizio: Signore, mettici al servizio dei fratelli.. affidali a noi oggi; dà loro il pane quotidiano insieme al nostro amore… E ancora: Solo Dio

può dare la fede, ma tu puoi offrire la tua testimonianza. Solo Dio può dare la speranza, ma tu puoi dar fiducia ai tuoi fratelli. Solo Dio può dare l'amore, ma tu puoi insegnare agli altri ad amare.

 

PER LA MISSIONE

In questa domenica si celebra anche la Giornata Missionaria Mondiale . È la giornata della carità, di quella più grande perché si dona il vangelo, che è Gesù, il servo di tutti. È questo il senso profondo del tema-slogan di questa Giornata: DIO AMORE SORGENTE DELLA MISSIONE. La carità cammina come i cerchi concentrici in un lago: di dono in dono. Se siamo aperti all'Amore la carità prende corpo e casa in noi e comincia a dilatarsi fino agli ultimi confini. Gli spazi preferiti dalla carità sono le frontiere: quella del cuore dell'uomo e quella degli

estremi confini della terra. La carità si decide, infatti, nel segreto del cuore, ma raggiunge tutti gli uomini e i popoli della terra. Chiede di aprire la vita a popoli e culture diverse, ma inizia a fiorire quando apriamo la porta della nostra casa a tutti quelli che si affacciano sempre nuovi alla nostra vita. La Giornata Missionaria è uno dei cerchi concentrici attraverso cui si dilata la carità. Possa la carità, in questa Giornata, attraversare tutte le frontiere del cuore dell'uomo, della Chiesa, dei confini del mondo e farne una casa per tutti i popoli.

Oggi è la Giornata Missionaria Mondiale . La missione ha anche questa grazia: riunire la nostra vita attorno all'essenziale. Gesù lo ha vissuto e mostrato in tutta la sua vita. E ora tocca noi “completare” – nel senso dell'estensione universale nel tempo e nello spazio – “quel che manca alla passione di Cristo”. Questa è la missione. Questo ci richiama la Giornata di oggi.

 

Preghiera dei fedeli

Per i missionari, uomini e donne. Per i sacerdoti, i religiosi, le persone consacrate, i laici, i volontari. Perché vivano in rendimento di grazie e nella gioia il loro ministero per una scelta che li rende simili a Cristo. Preghiamo.

Per tutti i missionari italiani sparsi nel mondo. Perché sentano la nostra vicinanza nella preghiera, nell'aiuto concreto, nell'amicizia e nella condivisione. Preghiamo.

Per la nostra comunità parrocchiale. Perché sia luogo e casa in cui si vive un'esperienza forte della fede, della preghiera, dell'apertura universale. Perché sia feconda di missione e di dialogo col mondo. Preghiamo.

Proposte di gesti concreti da vivere nella settimana

• In questa domenica della Giornata Missionaria Mondiale, tutte le offerte raccolte in Chiesa saranno destinate al fondo internazionale di solidarietà delle Pontificie Opere Missionarie. Facciamoci confluire anche i risparmi e i salvadanai di questo mese. E forse, alla fine, potremo ancora aggiungere qualcosa.

• In questa settimana ci impegniamo a recitare ogni giorno una preghiera per tutti i missionari sparsi nel mondo. Spiritualmente ci sentiremo uniti a ciascuno e per ognuno offriremo anche qualche sacrificio personale.

• È importante far conoscere l'attività missionaria della Chiesa. In questa settimana ci impegneremo – utilizzando soprattutto il materiale delle Pontificie Opere – a darne informazione, anche negli spazi fuori dalla Parrocchia. E a quanti si mostrano più interessati, faremo

la proposta di gesti e iniziative concrete, compresa l'adesione alle

Opere Missionarie.

 

QUINTA SETTIMANA
[Domenica 29 ottobre – XXX del tempo ordinario] 

RINGRAZIAMENTO E GIOIA

IL SIGNIFICATO DELLA SETTIMANA

C'è più gioia nel dare che nel ricevere. Non sono solo parole di Gesù, ma anche frutto dell'esperienza umana e verità psicologica nei rapporti interpersonali. La gioia che viviamo in questa settimana nasce dal desiderio di ringraziare il Signore per le meraviglie compiute attorno e dentro di noi.

Per quanto grande possa essere il nostro limite, la misura del perdono di Dio è sempre eccedente e sovrabbondante. La prima parola che viene spontanea è: Grazie! L'ultima che racchiude una vita intera è, ancora, Grazie! L'offerta di un momento penitenziale, di una breve Lectio sul Vangelo della Domenica, delle intenzioni di preghiera e delle proposte di gesti concreti da vivere durante la settimana, vuol suggerire un utilizzo comunitario a partire proprio dalla celebrazione eucaristica domenicale, ma può anche essere uno strumento utile per un incontro di preghiera o di riflessione, sia personale che di gruppo.

Atto penitenziale

Celebrante

Signore, tu sei la nostra gioia e il nostro ringraziamento al Padre. Perdona le nostre ingratitudini e le nostre tristezze. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Celebrante

Cristo, Tu conosci la nostra debolezza e sai trasformarla in fiducia. Donaci mani capaci di abbracciare, occhi per sorridere e cuore per condividere. Abbi pietà di noi.

Cristo, pietà! Tutti Cristo, pietà!

 

Celebrante

Signore, Tu conosci la verità della nostra vita e sai che non avremo la vera pace finché il nostro cuore non riposerà in te. Sazia la nostra sete di speranza. Abbi pietà di noi.

Signore, pietà! Tutti Signore, pietà!

 

Lectio divina
29 OTTOBRE - XXX DOMENICA T.O. – Vangelo: Marco 10, 46-52

TESTO

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

 

COMMENTO

Gerico è l'ultima tappa del cammino che precede l'ingresso di Gesù a Gerusalemme e qui Marco ci dà appuntamento. La catechesi di Gesù ai suoi discepoli, e di Marco al suo lettore, ci conduce a un ultimo e definitivo miracolo: la guarigione dalla cecità. La situazione di Bartimeo è ben fotografata in apertura di testo da tre sintetiche annotazioni: è cieco, è mendicante, siede al margine della strada. La cecità indica la sua impossibilità di vedere; è una forma di chiusura alla realtà, una sorta di sepoltura: il cieco non è mai venuto alla luce, in un certo senso è “un non-nato alla realtà”. La mendicità è il suo stile di vita: egli chiede ciò di cui ha bisogno e vive di ciò che riceve. Lo stare seduto ai bordi della strada sottolinea la sua impotenza a percorrere un cammino; egli è come immobile e fuori strada. Bartimeo è però in grado di udire e parlare. Viene così a conoscenza che sta passando Gesù; avrà sicuramente sentito parlare di lui e da quell'ascolto sarà nata la sua fede

che ora si esprime in un duplice grido. È l'invocazione del nome di Gesù, il solo dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati (At 4, 12). L'ordine a tacere dei presenti non ha presa su di lui: nessuna voce può soffocare questo grido che sale dal suo cuore. E il grido ripetuto più forte da Bartimeo dice il modo giusto di reagire alla tentazione di tacere, di ritirarsi, di rassegnarsi. È qui che Gesù gli si fa incontro, si ferma e si lascia avvicinare. Bartimeo vuol essere salvato, cioè liberato da quella cecità che gli impedisce di

abbracciare la realtà, di riconoscerla e accoglierla nella sua vita e questo desiderio lo mette tutto in movimento: getta via il suo mantello, simbolo di ogni sua sicurezza; balza in piedi, come per dire che abbandona quel suo vivere seduto; va da Gesù, confessando così, con determinazione, il nuovo orientamento della sua esistenza. Bartimeo sa di essere cieco e sa anche cosa desidera: vedere! Non esita pertanto a chiedere a Gesù che lo interroga: «Che vuoi che io faccia per te?» ciò che egli vuole e che sa di poter ricevere da Gesù: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».

 

ATTUALITÀ

La domanda di Gesù a Bartimeo è la stessa rivolta a Giacomo e Giovanni nel brano precedente: ma che differenza tra l'ambiziosa pretesa dei due fratelli e la fiduciosa richiesta di Bartimeo! A questo punto del Vangelo è come se Gesù si fermasse e domandasse a ciascuno di noi: «Cosa vuoi che io faccia per te?». Il cammino del Vangelo è infatti una progressiva educazione dei nostri desideri. Gesù, provocandoci, ci

insegna a confrontare e conformare i nostri desideri ai suoi, affinché impariamo a volere e chiedere secondo Dio. Perché egli esaudisce sempre le sue promesse, ma non le nostre pretese: queste ci legano mentre quelle ci liberano. E il dono della fede è promessa che salva e scioglie da ogni legame.

Nel contesto

Il celebre episodio della guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico, deve essere ricollocato nel suo contesto se vogliamo cogliere tutto il significato. Gesù parecchie volte ha annunciato ai suoi amici che la strada sulla quale camminano lo conduce a Gerusalemme ed al suo destino: la morte-risurrezione. Arriviamo oggi all'oasi di Gerico. Ancora alcuni chilometri ed essi saranno in vista della città santa. Ci sarà allora l'entrata trionfale del Re-Messia nella sua città, prima che venga arrestato e messo a morte. Gesù attraversa Gerico. Ora, all'uscita della città, si trova un cieco, uno dei tanti mendicanti come quelli che si trovano oggigiorno, non solo in tutto l'Oriente, ma anche nelle nostre città, alla porta delle chiese o dei grandi magazzini. Una folla di sostenitori accompagna Gesù verso ciò che credono essere il suo trionfo: una rivoluzione.

Una folla in marcia che spinge Gesù sulla strada della gloria. Ed un cieco, emarginato, seduto, sul ciglio della strada. Sono messi di fronte il gruppo dei “vedenti”, di quelli che ci vedono bene, ed un “nonvedente”.

Ma ci rendiamo presto conto che non sempre quelli che credono di vederci bene, riescono a cogliere chiaramente il senso dell'avvenimento: non sono meno ciechi di chi lo è fisicamente.

Chi è cieco?

Già domenica scorsa, avevamo sentito la domanda di Giacomo e Giovanni, due di più intimi del Maestro: vogliono sedere alla sua destra ed alla sua sinistra, “quando sarebbe entrato nella sua gloria”. Questi due esprimono solamente ciò che in realtà pensa tutta la folla dei discepoli. Si va verso Gerusalemme, e tutti “si va a vedere ciò che ci sarà da vedere”. E invece, non vedranno niente. In realtà ci sarebbero molte cose da vedere, ma per questa cosa, quella essenziale, si è ciechi. Non si vede che Gesù ha rovesciato veramente il potere: il più grande è colui che serve. Sul bordo della strada, un cieco simbolico. In effetti, non è lui il più cieco. La folla tenta di mettere a tacere questo importuno che vuole vedere ad ogni costo. La gente che segue Gesù ha cose

più serie di cui occuparsi: la presa del potere attraverso il “figlio di Davide”. Il cieco rappresenta la cecità della folla e dei discepoli. Ma ha un vantaggio su essi: sa di essere cieco. Mendica. Ha fame e vuole vedere. In breve, è un uomo che desidera. Anche gli altri desiderano, ma il loro desiderio sbaglia obiettivo. Gesù va a dirgli, come aveva detto a Giacomo ed a Giovanni: “Che cosa vuoi che faccia per te”? È l'apertura di Dio al desiderio dell'uomo. È la disponibilità divina che si spinge fino agli estremi, perché si farà del Cristo, consegnato, ciò che

si vorrà. Niente verrà ad impedire all'uomo di fare di Dio ciò che gli piace.

Mancanza di riferimenti!

Questo cieco sul bordo della strada, siete voi, sono io. È ogni uomo. È diventato banale dire che viviamo un'epoca dove l'umanità “manca di riferimenti”. E è vero che la “perdita del senso”, l'impressione di girare

a vuoto, il sentimento che non si sa dove si va, né personalmente, né collettivamente, sono le caratteristiche del nostro mondo attuale. Ciascuno vive la sua vita “alla giornata”, e “alla fine si vedrà”! Ma che si vedrà? Non si sa. Abbiamo i nostri piccoli criteri, ci facciamo noi stessi la nostra piccola scala di valori sia in politica, che sull'aborto, sul profitto o sulla violenza. Siamo tra quei “popoli che camminano nella lunga notte.” Senza un grande progetto, capace di indicare una direzione ed un senso alla nostra attività, un orientamento al nostro desiderio. Non c'è luce nelle nostre tenebre.

Coraggio! Alzati! Ti chiama!

“Sono la luce del mondo”, ha detto Gesù prima di guarire un altro cieco, a Gerusalemme. Bisogna chiederci se oggi il vangelo, la buona notizia di Gesù, può essere una luce per il nostro secolo. Alcuna voci autorizzate “gridano nel deserto”, ci dicono, “Coraggio, alzati!” Ma sono delle voci isolate. A Gerico, Gesù ha mobilitato tutta la folla per incoraggiare Bartimeo. Questa folla che all'inizio gli diceva: “Taci, ci dai fastidio”, che non voleva sentire le grida sempre più forti del cieco, improvvisamente cambia atteggiamento. È la stessa la folla di quelli che marciano con Gesù che adesso dice in coro: “Coraggio! Alzati! Ti chiama”.

Il vangelo di Gesù non potrà diventare Luce per la nostra epoca se la folla dei discepoli che pretendiamo essere non si mette a gridare al nostro mondo: “Coraggio! Alzati! Ti chiama”! Ma per far questo, occorrerà che impariamo ad essere dei veri “vedenti”, a non sbagliare obiettivo, a “seguire Gesù” con lucidità.

 

PER LA MISSIONE

«Cercate sempre il suo volto!». Questo invito è il riconoscimento che noi, di fatto, siamo ciechi, incapaci di vedere, e questo non perché Dio è invisibile, ma perché i nostri occhi sono chiusi. Vedere Dio nella persona

di Gesù di Nazaret: ecco il miracolo della fede. Dio ci ha fatto questo dono grande della fede non perché lo tenessimo gelosamente per noi, ma perché, attraverso di noi, altri potessero a loro volta giungere alla visione di Dio. Vedere i discepoli seguire il Cristo è il modo con cui Dio si dà a vedere oggi, fino al giorno in cui tutti i ciechi guariti potranno entrare gioiosi e festanti nella Gerusalemme celeste.

La liturgia ci invita a vedere nel camminare dietro a Gesù non solo un imperativo sempre nuovamente riproposto al cristiano, ma una realtà in cui viene anticipata l'èra messianica ed escatologica. Perciò la sequela appare come il risultato di un miracolo effettivo operato dal Signore stesso.

Un «cieco sedeva lungo la strada a mendicare» (Mc 10,46). Questo cieco è Bartimeo, ma rappresenta il popolo di Dio in attesa del suo Messia. Alla fine del racconto, Bartimeo ha riacquistato la vista e cammina al seguito di Gesù per la strada. Se il cieco sta lì è perché Gesù lo possa chiamare. Questo significa che il nostro grido a Dio, attraverso il Cristo, «pietà di noi!», è segno infallibile della nostra chiamata da parte di Gesù.

Il cammino che Bartimeo è chiamato a compiere dietro a Gesù sarà dunque anche e soprattutto un cammino di fede, di approfondimento della fede. La ricerca di approfondimento della nostra fede è il segno della nostra guarigione: vedere non è sapere, ma è scavare nel nostro buio per meglio percepire chi sia Gesù.

Vi sono ancora dei ciechi da guarire. Lo attesta anche il luogo dove avviene la guarigione del cieco: Gerico è infatti una città dalla valenza escatologica. è là che finisce l'esodo: là si entra nella terra data dal Signore al suo popolo; è là quindi che giungerà anche il grande corteo escatologico del rientro dei figli dispersi d'Israele.

La guarigione del cieco appare così come l'inaugurazione del tempo della realizzazione che deve raggiungere tutti i ciechi: questo è il tempo della chiesa. In essa siamo costituiti, al seguito di Cristo, capaci di dire anche noi ai ciechi che si trovano sulla nostra strada: «Coraggio! Alzati! Ti chiama». La nostra sequela e la nostra missione diventano allora la maniera attraverso la quale il Cristo continua a operare miracoli e a dare salvezza, ma ancora occorre che il nostro sia davvero un camminare dietro a Gesù, spogli da ogni potenza e da ogni pretesa personale fino a rinnegare noi stessi.

Il brano evangelico chiude con una nuova fotografia di Bartimeo: ora ci vede, non è più cieco; segue Gesù, non aspetta che qualcuno si fermi da lui; cammina per la strada, non sta più seduto ai suoi bordi. Facciamo nostro il grido di Bartimeo: «Signore, che io veda!». E preghiamo che la realtà si apra ai nostri occhi e in essa possiamo riconoscere, contemplare, seguire, servire il corpo di Cristo nella storia: la sua Chiesa. La missione nasce dall'incontro salvifico con Gesù. Una volta risanati, siamo noi – ora – a percorrere le strade e a farci prossimo degli altri. Per loro l'annuncio, la testimonianza, la condivisione. Questo fece Bartimeo. Questo fanno i missionari. Questo vogliamo fare noi stessi.

Preghiera dei fedeli

Signore, anche se si chiude l'ottobre missionario, non finisce il compito evangelizzatrice della tua Chiesa. Tanto meno il nostro. Dacci la grazia degli inizi e manda il tuo Spirito di Pentecoste. Per questo ti preghiamo.

Signore, Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa e per il tuo amore ancora più grande. Illuminaci sulle strade da percorrere e dacci ancora testimoni della speranza che ci accompagnino nel cammino. Per questo ti preghiamo.

Proposte di gesti concreti da vivere nella settimana

• Nella settimana del ringraziamento, siamo invitati a riconoscere il positivo delle cose, dei rapporti, della nostra vita. È come indossare occhi nuovi, lavati nell'acqua battesimale e fatti forti e lungimiranti dal soffio dello Spirito.

• Vivremo questa settimana ringraziando – e imparando di nuovo a farlo – per tutto quanto il Signore e gli altri ci donano. Come Francesco, scopriremo, anche nelle cose, la fratellanza universale. E ci sentiremo più partecipi dell'unica e universale missione della Chiesa.

15 Gennaio 2018
Giornata Missionaria Orionina 2018
CONVEGNO MISSIONARIO ORIONINO, 4 Luglio 2017
“Tutti siamo discepoli missionari” (EG 119). La conversione missionaria dell’Orionino.
3 Febbraio 2017
Giornata Missionaria Orionina 2017
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