Il tempo della vita (…) è così breve e sì prezioso, che sarebbe anche una pazzia indugiarci a pensare dove lo straccio andrà a finire: il Signore lo getti di qua, lo getti di là, come vuole, si sta sempre bene quando si sta dove vuole il Signore.
Martedì, 31 Gennaio 2023
9 Ottobre 2011
SUPERIORE GENERALE: Qui, nel Chaco, dove Don Orione venne 75 anni fa.

Siamo nel mese missionario e sono nel Chaco, a Saenz Peña, uno dei luoghi che fecero vibrare di più alta intensità apostolica la corda missionaria del cuore di Don Orione. Le mie giornate di ieri e di oggi sonoestata dedicate a celebrazioni e visite al Piccolo Cottolengo e Hogar de Niños abbandonati delle Suore orionine e poi alla Parrocchia “Nuestra Señora de Itatì” e alle 12 cappelle-comunità del “campo”, alcune a 40 chilometri dalla chiesa principale (vedi foto). Sono piccole comunità rurali, distanti anche 10-15 km una dall'altra - che custodiscono il tabernacolo e la fede in questa immensa pianura del Chaco coltivata a cotone, frumento, soia, mais e girasole. Il giro è stato lungo, ma ovunque la gente aspettava la visita e una benedizione.

Come ricordo e meditazione, e anche come preparazione al Convegno missionario del 20-23 novembre prossimo, riporto alcuni ricorde e parole della visita di Don Orione nel Chaco.

Già il 17 gennaio 1937, Don Orione aveva completato le pratiche per l’assunzione definitiva del santuario di Nostra Signora di Itatì (Corrientes). Suo grande desiderio era di andare personalmente nel Chaco e lì aprire il cammino della Congregazione.
Il 17 marzo scrive al Visitatore, l’abate Emanuele Caronti, una lettera in cui svela tutto il suo animo e i suoi progetti missionari.


«Don Sterpi Le avrà parlato che si è messo un piede nel centro del Chaco, date le insistenze dei due Vescovi e della Nunziatura, per la necessità di quelle anime. Ho accettato con riserva, e quando tutti avevano rifiutato: anche l’Ispettore dei Salesiani mi disse che egli aveva rifiutato. Ho pregato un po’, forse troppo poco... Credo che gli altri non abbiano accettato e per il caldo insopportabile e per la grande povertà: ma noi vogliamo essere poveri e pei poveri. Ho pensato che, se V.E. fosse stata qui, mi avrebbe data la benedizione, ed ho pensato a tutte quelle anime e a Gesù Cristo, e che mia madre mi diceva che, in mancanza di cavalli, trottano gli asini, e noi siamo proprio gli asinelli della Provvidenza o, almeno, desideriamo esserlo.
Se sapessi di star qui, Le chiederei di andare io al Chaco per morirci, cioè, per consumarmi, e vivere da vero missionario. Saenz Peña è città di circa 20 mila abitanti, con altri 10 mila sparsi nel contado a distanze enormi: ci vogliono ore e ore di auto. Vi sono i protestanti di varie sètte che lavorano ed hanno sale evangeliche, chiese, biblioteche, ecc., vi è la sinagoga, perché colà molti sono gli ebrei; da chiesa cattolica funziona una stanza, e l’altare consiste in tre tavole inchiodate su due cavalletti , poi vi è una stanzetta per dormire.
La più parte dei ragazzi sono figli naturali, la più parte delle famiglie non sono fondate sulla Chiesa; moltissimi sono da battezzare: quando si arriva a sposare le figlie, si cerca di sposare anche le madri. La corruzione dei costumi, dato poi anche il clima, è spaventosa. Ho mandato là un sacerdote lombardo, di 50 anni, che fu sempre un angelo, cresciuto fin da ragazzo dalla Divina Provvidenza. La gente vive male e muore senza nessuna assistenza religiosa: si poteva lasciar morire la gente come cani? Ho accettato “sub conditione”, perché mi sentivo l’anima lacerata, e ricordavo le parole del Santo Padre: “Non fermatevi nelle città, ma andate nell’interno, dove pochi o nessuno va, perché non c’è guadagno”.
Qui il Chaco è ritenuto peggio che la Patagonia, c’è tutto tutto tutto da fare, c’è tutto da soffrire, c’è tutto da sacrificarsi per il Signore, per le anime, per la S. Chiesa.
Ci sono i protestanti, gli ebrei, i mercanti che arricchiscono di beni terreni e che per il cotone e la ricchezza stanno là, e non ci sarà il sacerdote per le anime? per i poveri?
Perché i ricchi sono tutti ebrei, protestanti, speculatori dell’ “oro bianco” (il cotone), i cattolici sono tutti poveri.
Ho accettato in Domino, e in Domino, con la stessa gioia, con la stessa prontezza e slancio, e con slancio e gioia, direi, ancor più grandi, sono pronto a ritirarmi, e in bel modo; - basterà un Suo cenno - e il Signore susciterà altri, che farà sempre più e meglio di noi, poveri stracci della Divina Provvidenza.
Ero giunto qui a scrivere, che venni chiamato al telefono da Sua Eccellenza il Nunzio: mi dava la notizia d’aver parlato, un po’ fa, a certe Suore - mi pare dicesse della Capitanio -, alle quali, avendo esposto la grande povertà e il bisogno che hanno i nostri Missionari del Chaco di avere un po’ di biancheria, camicie e lenzuola etc., - perché ora sono privi di tutto - quelle buone Religiose ci faranno un po’ di biancheria. Deo Gratias!
Pensi che là c’è il sacrestano senza sacrestia, chi fa da cuciniere senza cucina è un buon polacco; mandano a prendere due volte al giorno un po’ di “comida” con la “vivanda”.
Ed ora finirò, e mi scusi la lungaggine, Eccellenza, mi permetta di pregarLa di lasciarmi qui più che può; e, se Dio La ispirasse di lasciarmi qui sempre, perché così fosse il bene mio e della Piccola Opera, mi lasci qui sempre, o mi interni e mi getti dove meglio crederà in Domino, che sarò sempre felicissimo in Domino.
Ho un desiderio: di amare il Signore e di amare la Santa Chiesa, le anime, i poveri, i fanciulli poveri, gli abbandonati, la classe povera, gli operai, i comunisti. Vorrei morire per questi miei fratelli, e vorrei essere dimenticato da tutti, vivere e morire dimenticato da tutti, sotto i piedi di tutti, e solo amare Gesù, la Santa Chiesa e tutti, e perdermi nel Signore: - io, indegnissimo, che ho tanto peccato, che sono stato tanto cattivo col Signore e con la Madonna, e non ho tesoreggiato i doni del Signore”.


Dopo vari rinvii del viaggio in Chaco, Don Orione finalmente poté partire in battello, sulle grandi acque del Paranà, da dove scrisse: «Vado a Saenz Peña, nel Chaco, e poi al santuario di Itatì che è di fronte al Paraguay, dove si parla il guaranì... C’è nel mio animo un grande amore e un grande dolore insieme, non lo posso nascondere, ma tutto è pel Signore, per le anime e per la nostra fede».

Il 25 giugno 1937 sbarcò e con un’auto raggiunse Resistencia, la capitale del Chaco. Andò a salutare il Vescovo e subito proseguì verso Saenz Peña, seconda città del Chaco, a 230 chilometri più nell’interno. Lì già c’era dal febbraio del 1937, una parrocchia tenuta da Don Contardi.
Fu un incontro commoventissimo per tutti e due.
Nell’estrema povertà, Don Contardi aveva fatto miracoli: rifatto e ingrandito la cappella, altare nuovo, panche nuove; la sua sede è di tre stanze: vive in povertà totale: lui personalmente ha inaugurato le lenzuola il 13 giugno festa di Sant’Antonio... Saenz Peña ha una popolazione di più che 30.000 anime, e poi grossi nuclei di gente lontanissima e abbandonata, colonie di indios: una a più di 100 Km., detta la «Pampa del diavolo».
Venire a conoscere questa situazione smuove tutto il sentimento missionario di Don Orione. Ad un certo punto, Don Orione interompe il racconto diDon Contardi e gli dice:
- Ma tu? - lasciando sospeso quel semplice «tu», carico di cento interrogativi.
E Contardi:
- Io, Padre, sono... perfettamente felice.
La mattina dopo, 26 giugno, verso le 11, Don Orione lasciò Saenz Peña e prese il treno per Resistencia.


Don Flavio Peloso

 

Vedi: Visita del Superiore generale nel Chaco











 

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Saenz Peña: antica foto di Don Contardi con gli Indios
Cappella 1: Santa Catalina
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