All'urlo degli insani, che mirano ad accendere l’odio nel cuore del popolo, opponiamo l'armonia e la carità delle nostre preghiere.
Martedì, 7 Luglio 2020
4 Dicembre 2019
A ROMA L’INCONTRO DEI CONSIGLI GENERALI FDP E PSMC
Si è svolto a Roma dal 2 al 3 dicembre il consueto incontro di fine anno dei Consigli generali dei Figli della Divina Providenza e delle Piccole Suore Missionarie della Carità. È intervenuto anche Mons. Fabene che ha parlato del Sinodo per l’Amazzonia.

All’incontro, realizzato presso la Curia generale FDP, hanno partecipato ieri anche gli altri esponenti della Famiglia carismatica orionina rappresentati dalla Coordinatrice generale del Movimento Laicale Orionino Armanda Sano e dalle Responsabili generali dell’Istituto Secolare Orionino Rita Orrù e dell’Istituto Maria di Nazareth Antonella Simonetta.

Nella mattinata di ieri particolare attenzione è stata riservata al recente Sinodo per l’Amazzonia con l’intervento di Mons. Fabio Fabene, sottosegretario al Sinodo dei Vescovi, il quale ha raccontato come sono andati i lavori.

Innanzitutto, le finalità indicate al momento della scelta di proporre un sinodo straordinario dedicato all’Amazzonia erano quelle di individuare nuove strade per l’evangelizzazione in quella Regione, specialmente per gli indigeni. Non a caso, il tema scelto è stato “Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”, che richiamava anche l’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco.

Mons. Fabene ha quindi spiegato le tappe che hanno portato al Sinodo: “Essendo un sinodo straordinario, dopo la scelta del tema è stato costituito il consiglio sinodale, formato da vescovi quasi esclusivamente dell’Amazzonia, e con una novità importante, cioè la partecipazione per la prima volta a un consiglio sinodale di religiosi, religiose e laici. È stato quindi redatto un documento preparatorio al quale è poi seguita la fase consultativa di tutte le realtà dell’area Pan-Amazzonica, alla quale hanno partecipato anche gli indigeni. Questa è una delle novità introdotte da Papa Francesco, infatti nei sinodi da lui indetti (quello della famiglia e quello dei giovani prima di questo) è sempre stata molto curata la fase preparatoria, che è molto importante per capire e sentire il pensiero della base della Chiesa, delle comunità”.

“Il Sinodo – ha proseguito Mons. Fabene – è stato rappresentativo di tutta la chiesa amazzonica. C’erano i Vescovi, ma anche i religiosi e le religiose, che in amazzonia sono tantissime. Ugualmente c’è stato un notevole numero di indigeni, perché abbiamo voluto sottolineare la loro presenza nella foresta, della quale il mondo spesso si dimentica, invece la chiesa li ha messi al centro, facendo mettere loro in luce la vita nella foresta, dove vivono più di 300 popoli. A caratterizzare questo Sinodo rispetto agli altri è stata la voce delle donne, che hanno fatto sentire molto la loro presenza, comunicando l’opera pastorale che svolgono nelle comunità più sperdute. È stato anche un sinodo molto vivace, con posizioni contrapposte. Si è parlato dell’assenza dei sacramenti e le comunità hanno manifestato la loro sofferenza, soprattutto per l’essenza dell’Eucaristia, perché è quella che fa la Chiesa”.

“Tutto questo – ha aggiunto – è entrato nel documento finale del Sinodo, che ha raccolto tutte le istanze. È diviso in 5 capitoli e chiama la Chiesa Amazzonica a una conversione, parola che unifica tutto il documento. Conversione integrale, che riguarda l’ecologia integrale proposta dalla Laudato Si’ e che necessita di ascoltare il grido dell’Amazzonia, della terra e della popolazione, da tutelare per il bene di tutta l’umanità; conversione pastorale, per una Chiesa in uscita missionaria, una Chiesa che deve essere samaritana, che va incontro a chi ha bisogno e chi è ferito, una Chiesa misericordiosa e solidale, accanto e vicina a tutte le persone; conversione culturale, nel riconoscere le espressioni della fede del popolo amazzonico e farle emergere e integrarle nel cammino generale della Chiesa, nel segno dell’inculturazione e dell’interculturalità, favorendo un dialogo costruttivo e il rispetto fra tutte le culture; conversione ecologica, con la quale viene denunciato lo sfruttamento del territorio e viene richiesta la nascita di modelli economici ecosostenibili; conversione sinodale, che il richiama principio della sinodalità missionaria di tutto il popolo di Dio. Sono stati anche indicati i nuovi cammini per la chiesa amazzonica: innanzitutto la ministerialità, voluta con forza dai popoli locali, che valorizzi i consacrati, i laici, soprattutto le donne. È stato chiesto di aprire a nuovi ministeri e poterli conferire anche alle donne, perché serve un ministero in assenza di pastori per fare da guida alle comunità. Per questo, è stato chiesto anche di riprendere il discorso sul diaconato permanente”.

“Questi problemi dell’Amazzonia – ha osservato Mons. Fabene – stanno arrivando anche da noi, e la soluzione non è riunire più parrocchie sotto un solo sacerdote, ma favorire un ministero che guidi la comunità, che garantisca la presenza della Chiesa istituzionale, che faccia da garante e da mediatore tra la comunità e il Vescovo e il sacerdote, la cui presenza sarà comunque necessaria per i sacramenti. È una cosa già prevista dal Codice del diritto canonico e quindi questo sinodo può dare grande contributo a tutta la Chiesa. Riscoprire il diaconato permanente è importante per tutti e riprenderà anche, su impegno del Papa, il cammino della commissione per studiare la questione del diaconato delle donne. Altra cosa emersa, fin dalla fase preparatoria, è la necessità di un passaggio dalla pastorale della visita a una pastorale della presenza. Per questo hanno chiesto l’ordinazione dei viri probati, dopo aver rilanciato la pastorale vocazionale. Infine, è stata richiesta l’erezione di un’università amazzonica e l’elaborazione di un rito per i popoli originali. Non un rito liturgico, ma un rito disciplinare, come i grandi riti orientali. È una proposta molto interessante che potrebbe risolvere tante questioni. I numeri 97 e 98 del documento finale sono invece dedicati alla vita consacrata, e si chiede di inviare persone nei posti più remoti della foresta, dove nessuno vuole andare, e di imparare a dialogare con le culture e le lingue proprie degli indigeni, e promuovere una spiritualità con volto amazzonico”.

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